venerdì 18 maggio 2018

Archeologia: "Virgilio" a cura del professor Gravier del Gruppo Archeologico Veliterno


In primo luogo: trattandosi del ritratto del padrone di casa, esso non poteva essere copiato da un cartone già pronto. Tutt’al più, poteva essere preso da un cartone tutto il resto, tranne le caratteristiche fisiche del personaggio centrale: la testa (capelli, fronte, volto, occhi, naso, labbra, mento), le mani, la corporatura, e le babbucce ai piedi, probabilmente suggerite dal mosaicista e sicuramente accettate dal committente.
La tipologia di tre personaggi di cui due affiancanti quello centrale è comunque diffusissima, ma del tutto nuova è l’idea di scomodare due divinità per far corona ad una persona viva che chiunque avrebbe potuto riconoscere. Si decide quindi di rappresentarla in veste di “eroe”. A questo punto non possono esserci dubbi nè sulla volontà del padrone di casa di farsi ritrarre, nè sull’intervento insieme artistico e culturale del mosaicista che propose questo specifico tipo di inquadratura. Da un lato, lui avrebbe dovuto innovare solo sul personaggio centrale (di cui avrebbe ripreso le caratteristiche somatiche su un cartone per riportarle poi sulla parete: si trattava dunque di un esperto mosaicista che conosceva anche l’arte della pittura: “pictor imaginificus”), dall’altro il committente era fiero e soddisfatto della scelta operata, e si sarà volentieri messo in posa per il tempo necessario, visionando poi e approvando il risultato. Concordano anche – ma qui la scelta tecnica e la decisione artistica è del solo mosaicista-progettista – per uno sfondo ampio, che dia risalto ai personaggi e particolarmente a quello centrale che, essendo seduto, lascia più spazio alle sue spalle. Tra i due c’era, è da credere, un rapporto di vecchia conoscenza e di stima reciproca, pur nella differenza dei ruoli e delle posizioni sociali. Quindi è molto probabile che il mosaicista fosse del luogo, o almeno che vi risiedesse da tempo e vi avesse una accorsata bottega per esservi conosciuto e scelto fra tutti gli altri per un incarico così particolare. In secondo luogo, un tale ritratto non può essere pavimentale, ma sarà parietale. Per esso sarà scelta, come abbiamo visto, la collocazione più opportuna sia fra i diversi ambienti della domus sia nello spazio dell’ambiente prescelto. Una volta deciso ciò, il personaggio “Virgilio” sarà rappresentato nell’atto di rivolgersi (spinge la gamba sinistra in avanti, solleva la mano destra, ed effettua una quasi impercettibile rotazione del busto e della testa) per salutare con lo sguardo chi sta entrando da destra nella sala. E’ da lì che penetra il sole, e bisognerà quindi che la luce renda ancora più bianca la sua toga (e più evidente il suo rango), e contestualmente produca un effetto di prospettiva: la “cathedra” non illuminata sulla destra, sarà invece in piena luce sulla sinistra, le ombre proiettate verso la sinistra degli oggetti illuminati (la pedana, la cathedra, i piedi e l’abito della Musa), e Melpomene verrà a trovarsi dietro la spalliera più evidentemente di quanto non appaia per Clio. Bisognerà anche però che la Tragedia si isoli da sè (l’atteggiamento, la posa, lo sguardo basteranno), e risulti in qualche modo isolata dagli altri due, che appariranno più “intimi” sia per la torsione di lui che per lo sguardo di lei. Il lavoro, quindi, sarà effettuato in loco, e tenendo conto delle condizioni di luce. Sulla parete, una volta predisposta, oltre allo schizzo generale, saranno tracciate con cura le linee di divisione tra la penombra, le ombre e la luce. Questo lavoro specialistico, demandato al “pictor parietarius”, sarà stato svolto, nel nostro caso, dal maestro, tanto più che bisognava tradurre proporzionalmente il disegno nelle misure imposte dallo spazio disponibile. In terzo luogo è da tener presente che il mosaico è un quadrato perfetto di 1 metro e 20 x 1 metro e 20. Si decide per l’ “opus tessellatum”, quello che utilizza tessere quadrate o rettangolari, relativamente grandi (da 0,5 a 2 centimetri), le quali, avendo quattro lati, permettono una disposizione stretta e ravvicinata che rende invisibili i giunti, almeno dallo spettatore che si tenga a distanza di rispetto. Questo mosaico è composto in media di 160 tessere disposte su ciascuna delle 160 linee, per un totale (approssimativo, data la diversa dimensione dei cubetti) di 25.600 tessere di diversi colori. Questo numero impressionante di pietruzze è di sicuro preparato dagli apprendisti e i giovani di bottega (i “tessellarii”), e poi portato sul posto mano a mano che il lavoro viene compiuto. I colori sono volutamente non forti: l’artista opta per scale cromatiche molto delicate e un chiaroscuro ricercato. Caratteristico, come per tutti i mosaici africani, è il color sabbia dello sfondo, che rende così bene il tono caldo dei luoghi, e nel contempo contribuisce a suggerire un realismo che non sarebbe dato da tessere, ad esempio, bianche o lucenti. Sull’intonaco , le parti più ordinarie (quali ad esempio la bordatura, lo sfondo, le superfici) saranno state effettuate dagli apprendisti, l’impianto delle Muse dai collaboratori più esperti (che dovevano limitarsi a riprodurre con esattezza il cartone), mentre quelle di più difficile esecuzione e più delicate (i drappeggi, i volti, le zone in ombra, le forme, le sfumature, la prospettiva, la scrittura rovesciata del verso) per le quali bisognava scegliere con grande oculatezza le tessere secondo le colorazioni necessarie, sono certamente state eseguite dal maestro in persona, il nostro purtroppo anonimo “magister musivarius”.