venerdì 27 aprile 2018

Archeologia: "Virgilio" a cura del professor Gravier del Gruppo Archeologico Veliterno


Sia Clio che Virgilio hanno fra le mani un rotolo (volumen) di papiro, ma diversamente arrotolato. Clio, che lo sta leggendo, lo mantiene con entrambe le mani, avvolgendolo con la sinistra e srotolando con la destra via via che la lettura procede.

di Ciro Oliviero Gravier
Gruppo Archeologico Veliterno

Virgilio, invece, la cui destra, che impugna il calamo, è impegnata nella scrittura, srotola il suo papiro, appoggiato sulle ginocchia e ripiegato, con la sola sinistra. Abbiamo qui rappresentate le modalità di scrittura e di lettura di un papiro. Il foglio di papiro si otteneva mediante l’incollatura delle fibre della pianta disposte a strisce sottili in senso orizzontale (“recto”, su cui si scriveva, dopo levigatura) incollate con quelle in senso verticale (“verso”). Ogni foglio variava in larghezza tra 11 e 24 centimetri, e in altezza fra 30 e 40 cm. I fogli venivano poi incollati uno di seguito all’altro (in dislivelli degradanti nel senso sinistra-destra per facilitare la scrittura) per formare un rotolo che, per esigenze di maneggevolezza, non superava mai i 5 metri di lunghezza. Il testo veniva scritto in colonne a cominciare dall’estremità sinistra del rotolo, utilizzando una piccola canna (“calamus”) appuntita e con un intaglio perpendicolare (come saranno i nostri pennini), che veniva intinta nell’inchiostro nero (“atramentum”, ottenuto con nerofumo, gomma e acqua) o rosso per i titoli (donde il termine “rubrica”). Considerato che il papiro su cui Virgilio sta scrivendo occupa quasi tutto lo spazio che va dal ginocchio al grembo, possiamo calcolare la sua altezza in poco più di 20, probabilmente 25 centimetri (i nostri fogli A4 sono di 30 cm.): era dunque un foglio “piccolo” rispetto a quelli più normali. Per quanto la prospettiva lo faccia sembrare più piccolo, il foglio che Clio sta leggendo è esattamente delle stesse dimensioni dell’altro. Il nostro padrone di casa, amante delle lettere, si approvvigionava dunque in papiri vergini su cui scrivere di piccole dimensioni. Poichè invece quelli utilizzati dai copisti erano più grandi, possiamo concludere che egli non comprava testi già scritti, ma ne aveva di copiati, forse dai suoi copisti o da lui stesso – ma non è escluso che esistessero ad Hadrumetum uffici di copisteria che utilizzavano quel tipo preciso di fogli per gli appassionati della zona, disposti a comprarne, ma non a spendere molto. Entrambi i rotoli, inoltre, non sono dotati dell’ “umbilicus”, l’asticella intorno al quale si arrotolavano e srotolavano. E’ comprensibile che ne sia sprovvisto quello su cui Virgilio sta scrivendo, perchè di solito l’asticella si aggiungeva alla fine, quando il rotolo era stato riempito di scrittura, e ad essa si legava con uno spago un cartoncino con il titolo. Ma non si spiega l’assenza dell’asticella anche al rotolo scritto che Clio sta leggendo. Il nostro uomo era sì amante delle lettere, ma con juicio, e tirava a risparmiare. Tirava a risparmiare anche sul numero di righe per foglio (la sticometria) che determinava la paga dello scriba. Nel 301 Diocleziano fissò la retribuzione dei copisti a 25 denarii per 100 righe in scritti di prima qualità, e a 20 per scritti di seconda qualità. Il verso riportato da Virgilio sul papiro è scritto in maiuscola corsiva (“capitalis cursiva”) ininterrotta (le singole parole non sono divise fra loro: “scriptio continua”), senza rientri nè sporgenze. Tuttavia, non trattandosi di una scrittura realmente manoscritta, essa è corsiva solo nel senso che vi rassomiglia, perchè di certo non è la “capitalis quadrata” dei monumenti e inoltre vuole dare l’idea di una scrittura corsiva manuale (Virgilio racchiude un calamo corto nella sua destra). Le lettere sono ottenute non da tessere, ma il più possibile dagli spazi vuoti fra le tessere : il che significa che, comunque, le tessere sono state disposte in modo che la distanza fra esse comportasse uno spazio per dipingervi le lettere. Se questo era relativamente facile per quelle fornite di aste e gambe (M,V,A,I,H, ecc.), lo era molto meno per quelle che non ne disponevano (C,S,O,Q,D): pertanto, queste ultime hanno trovato una collocazione più artificiosa di serpeggiamento o di avvolgimento. Per questa ragione tecnica essa non è nè chiusa nè schiacciata nè inclinata (salvo che per ragioni di prospettiva), come ci si aspetterebbe; neanche è la riproduzione della grafia del nostro “Virgilio”. Era solo necessario che fosse chiara e leggibile, pur essendo rovesciata per lo spettatore. Le parole sono così disposte (per facilitare la lettura le separerò con un punto): 1a riga MVSA·MIHI·CA(V) 2a riga SAS·MEMORA 3a riga QVO·NUMINE 4a riga LAESO·QVIDVE Come si vede, il verso, che termina con la parola LAESO, continua senza andare daccapo e neanche interporre uno spazio bianco con la prima parola del verso successivo QVIDVE. E’ questa l’unica concessione grafica alla scrittura corsiva, che però artisticamente si imponeva per evitare l’ “horror vacui” (uno spazio vuoto lasciato sul foglio). Eppure, proprio in quegli anni stava comparendo la corsiva minuscola, che soppianterà relativamente presto, nei due secoli successivi, la maiuscola, per la sua facilità di esecuzione rapida, legata e piegata verso destra. Se il Nostro fosse stato più aggiornato sulle tecniche di scrittura o, qualora lo fosse stato, se avesse preferito il nuovo al tradizionale, questa sarebbe stata una magnifica occasione per dimostrarlo. Ma egli era per la tradizione! La scelta di questo unico e specifico verso fra i 9896 che contiene l’Eneide non è certamente casuale. E in definitiva non è casuale neanche che esso si affacci, con l’inizio del verso successivo, su quanto segue subito dopo e, in genere, sul resto del poema. Il verso e l’attacco di quello successivo furono una precisa scelta intellettuale, culturale e politica del Nostro. Il verso significa: “O Musa, ricordami per quale offesa divina” – e i versi successivi proseguono: “o di che dolendosi, la Regina degli Dèi abbia spinto un eroe celebre di pietà a subire tanta vicenda di casi, ad affrontare tanti cimenti. Così grandi le ire negli animi celesti?” (Eneide, I, 8-11). La risposta viene immediatamente dopo: “C’era una antica città, che era dei Tiri, Cartagine, contro l’Italia e la foce del Tevere, lontano, opulenta, e terribile nell’ardore guerriero” (I, 12-15). Parlare in terra d’Africa di Enea, la cui partenza da Didone fu all’origine (CAVSAS) della lotta inespiabile fra Roma e Cartagine, voleva dire che il tempo degli odi e delle guerre era trascorso, e la concordia fra i due popoli regnava sovrana, grazie alla politica lungimirante di Roma. Se si fa attenzione alla prospettiva della raffigurazione, si noterà che Melpomene è più indietro rispetto agli altri due personaggi. Non solo Virgilio le volta le spalle, ma sembra far coppia con Clio: i due, infatti, sono rivolti l’una verso l’altro. Melpomene, inoltre, ha lo sguardo assorto e triste rivolto in alto , come del resto la stessa maschera che ha in mano, verso un punto lontano al di fuori del quadro; Clio invece guarda con decisione e attenzione verso Virgilio. La Tragicità delle vicende umane introdotta dell’atteggiamento malinconico e distante di Melpomene, filtrata attraverso la grande poesia dell’Epos, è trasformata nella serena lettura della Storia che si srotola sotto gli occhi, garantita dalla pax romana – così come l’abito greco e teatrale (chitone a kolpos, clamide, maschera, coturni) di Melpomene è sostituito dalle vesti romane e civili (tunica e stola) di Clio. I motivi (CAVSAS) di opposizione individuali (Didone-Enea) o di gruppi etnici (Punici/Numidi - Romani/Italici) sono stati tutti superati e ricomposti nella realtà assimilatrice e pacificatrice dell’Impero romano. Nello specifico contingente, il mosaico è anche una proclamazione di adesione alla visione politica di fondo dei Severi (il primo dei quali apparteneva all’ordine equestre, ed un altro, Clodio Albino, pur se aveva regnato per breve tempo, dal 193 al 197, era nativo di Hadrumetum): mantenimento delle istituzioni (come il Senato) sia a Roma che nelle province (delle quali vengono valorizzati gli statuti, e tutte messe sullo stesso piano dell’Italia), rispetto delle magistrature, attenzione ai monumenti e alle biblioteche, ricorso ai giuristi e più in generale agli intellettuali nell’amministrazione del regime (in cui viene inserito il criterio meritocratico e di cui viene in tal modo attenuato il carattere militare). E contemporaneamente però è una implicita nota di dissenso rispetto alla generalizzata "militarizzazione" in atto: efficienti e fidati amministratori possono trovarsi anche fuori della rude classe militare. Solo fra i civili, anzi, è dato trovare persone dotate dello spirito civico e culturale della tradizione romana.
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