venerdì 23 marzo 2018

Archeologia: "Il calendario di El Djem" a cura del Gruppo Archeologico Veliterno

Ed eccoci giunti all’ultima stagione dell’anno: l’inverno. A dicembre si celebravano i Saturnalia.

di Ciro Oliviero Gravier

Gruppo Archeologico Veliterno - Settima parte



Caligola – come apprendiamo da Macrobio (nato a Sicca Veneria nel 370) - ne aveva fatto un ciclo di cinque giorni, dal 17 al 21 (con Diocleziano i giorni diventeranno sette), durante i quali il mondo andava alla rovescia: gli schiavi potevano comportarsi come uomini liberi, l’autorità dei padroni su di loro era sospesa a tal punto che dovevano farsi loro servitori per sontuosi banchetti, scuole e tribunali erano chiusi, nessuno lavorava tranne che per cucinare, ognuno portava la tunica (l’abito dei poveri) e il «pilleus libertatis» (il berretto frigio degli affrancati), la proprietà era indivisa e comune, erano autorizzati i giochi d’azzardo vietatissimi nel resto dell’anno, non si poteva dichiarare la guerra, non poteva essere eseguita alcuna condanna capitale, incontrandosi per strada si diceva «Iò Saturnalia!»: insomma, era il ritorno alla mitica età dell’oro dei tempi di Saturno, quando la primavera era perpetua, la terra fertile produceva spontaneamente e in abbondanza ogni genere di frutti, non c’era necessità di lavorare, gli uomini erano tutti uguali e uomini e dei vivevano felicemente insieme. Per le strade c’erano balli, suoni, frastuoni, prestigiatori, saltimbanchi, giocolieri e ... borsaioli. L’abitudine voleva che in quei giorni ci si scambiasse fra amici e parenti dei piccoli doni, che di solito erano candele o torce oppure statuette di creta (ma potevano anche essere di cera o di pasta), preferibilmente mostruose figure umane o animali, oppure rappresentanti il dio Saturno o i Lares familiari, che si chiamavano «sigilla» (a Roma se ne vendevano al Campo Marzio e sull’Esquilino). Il costume voleva anche che venisse estratto a sorte un «princeps» o «rex Saturnaliorum» (poteva essere chiunque: un uomo, una donna, un bambino, un libero, uno schiavo) al quale erano concessi pieni poteri. Questo princeps vestito di rosso e con una buffa maschera sul volto, oppure semplicemente nudo con un finto scettro in mano, insieme alla sua banda (per lo più schiavi che portavano il berretto frigio della libertà) scorazzavano giorno e notte in giro per le strade infastidendo e imponendo angherie ai passanti (ballare nudi, cantare, tuffarsi nell’acqua gelida, abbracciare una donna...). Erano ritenuti spiriti usciti dalle profondità della terra dove bisognava farli ritornare mediante l’offerta di doni e di feste in loro onore e, soprattutto, non contraddicendoli. Alla fine il finto rex veniva messo simbolicamente a morte, e tutto ritornava nell’ordine consueto, nel rimpianto quasi generale (Non semper Saturnalia erunt!). Quello che noi vediamo nel pannello di dicembre del calendario di El Djem è una scena dei Saturnalia che il nostro mosaicista ha catturato dal vivo fra le strade di Thysdrus. Tre giovani scalzi e cinti soltanto di «subligacula», con delle corone di fronde sulla testa, si fermano per strada e i due ai lati, visti di profilo, dicono contemporaneamente qualcosa a quello che è al centro, frontale, che stringe fra le mani una lunga torcia. Ora, è già una sconcezza andare camminando in pubblico nudi, come se fosse la cosa più normale del mondo, ma è un azzardo andar nudi d’inverno, come se fosse piena estate: eppure non sembrano avere alcun sentimento di vergogna o di freddo. È proprio il mondo al rovescio: sono i Saturnali. Non ci sono dubbi: il giovane al centro con lo scettro-torcia in mano è il «rex», e i due gli stanno suggerendo qualche burla o penitenza da imporre al prossimo malcapitato passante. Con Dicembre si chiudeva l’anno lunare romuleo di dieci mesi, ma non era terminato il giro completo della Terra intorno al Sole, per il quale mancavano ancora 61 giorni. Di questi Numa Pompilio, nel 713 a.C., ne prese 51, cui aggiunse altri altri 6 togliendone 1 da ciascuno dei mesi che ne avevano 30 (i vecchi aprile, giugno, agosto, settembre, novembre e dicembre), ottenendo così un totale di 57 giorni che distribuì fra due nuovi mesi, Januarius e Februarius. Il nuovo anno venne ad avere 355 giorni. Mancavano ancora 10 giorni e un quarto a ciascun anno perchè coincidesse con l’anno solare. Fu allora introdotto ad anni alterni un mese intercalare (che allungava il mese di febbraio) la cui decisione e lunghezza spettava al Pontefice massimo. Ciononostante fu necessario intervenire ancora per adeguare la realtà allo scarto che comunque era venuto cumulandosi nel corso dei secoli, e ci pensò Giulio Cesare nel 46 a.C., l’anno in cui era, per l’appunto, Pontefice massimo, affidando i calcoli all’astronomo greco Sosigene: fu quello che restò vigente per 16 secoli col nome di «calendario giuliano», costituito di 365 giorni, e di 366 ogni 4 anni. Ma ancora non bastò, e intervenne un nuovo Pontefice massimo, il Papa Gregorio XIII, nel 1572, a dare al mondo un ultimo calendario, quello tuttora vigente e conosciuto col nome di «gregoriano». Benchè la cosa fosse stata già tentata più volte nel corso dei secoli (lo stesso Numa, poi il console Quinto Fulvio Nobiliore nel 153 a.C.) senza successo, fu Cesare a decidere una buona volta per tutte che l’anno «civile» cominciasse a gennaio, il mese in cui venivano scelti i consoli che davano, per l’appunto, il nome all’anno (a Roma si diceva infatti non «l’anno x», ma «l’anno in cui erano consoli X e Y», alla maniera dei Greci che avevano per questo uno specifico arconte «eponimo»). Non per nulla Numa aveva dato a questo mese il nome di Januarius, mettendolo sotto la protezione dell’arcaico dio bifronte Janus, capace di guardare sia davanti (l’anno nuovo) che indietro (l’anno trascorso), e che era anche il custode delle porte (januae) concepite nella loro doppia valenza di entrata ed uscita. Ma il calendario agricolo e quello religioso rimasero ostinatamente legati al ciclo delle stagioni, e così è anche nel calendario di Thysdrus che stiamo esaminando.
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