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lunedì 5 settembre 2016

Dal Fosso del Bersagliere alle falde del Monte Artemisio: Carlo Levi e le emozioni del "Cristo"

Inerpicandosi tra i calanchi che caratterizzano le montagne biancastre della Val d’Agri, timido e arroccato a strapiombo sul vuoto si distende il borgo di Aliano, disteso da Est a Ovest nel suo silenzio solenne. 


I contadini e i pastori popolano i limitrofi prati incontaminati e passeggiano nell’antico paese, come un tempo, osservando con amore campanilistico il Fosso del Bersagliere, uno dei simboli più irruenti e poetici dell’isolamento cittadino. Provenendo da Stigliano, dopo un percorso di tornanti sinuosi e scomodi, si transita davanti al Cimitero contornato dagli ulivi, e si entra in medias res nel corso principale.

Proseguendo verso Alianello, frazione già a valle rispetto al suo capoluogo, e prima di lasciare l’abitato alianese, campeggia sulla destra in alto una abitazione bianca, l’ultima, introdotta da una scalinata di mattoncini rossi. Lì ha vissuto dal 1935 lo scrittore, pittore e intellettuale Carlo Levi, il vate delle genti di Lucania, folgorato dalla semplicità rustica di uomini capaci di accontentarsi di ciò che la terra offriva loro e in grado di affezionarsi a un medico forestiero iniziandolo in un cammino magico fatto di leggende, ritualità e consuetudini.
Lo studioso di Torino, mandato al confino come accaduto a tanti anti-fascisti, approdò in questo panorama desolante che gli apparve subito inospitale e oppressivo. Ma con il passare del tempo, giorno dopo giorno, i vicoli inebriati di profumi culinari e il vento che agita gli alberi di fichi circostanti hanno conquistato lo straniero, nonostante il divario culturale e le diverse abitudini. In un mondo di medicaciucci, monachicchi e sanaporcelle Carlo Levi è stato conquistato del meridione nelle sue pieghe più profonde, apprezzando l’umanità ingenua e dignitosa di un popolo estraniato dalla società civile. Così i personaggi del Cristo si è fermato a Eboli (1945), protagonisti inconsapevoli di una futura creazione letteraria, divengono attori di un palco senza spettatori, e assumono i connotati degli animali che riempiono le loro giornate e danno loro da vivere, sia dal punto di vista affettivo che fisiologico.
Il progresso si è fermato più a Nord, poco dopo Salerno, e mai coordinata geografica fu più azzeccata visto che ancora oggi, novant’anni più tardi, l’impressione è quella di entrare in lande dimenticate dopo aver superato il capoluogo salernitano. Ma l’orgoglio contadino, già amato da Rocco Scotellaro e Corrado Alvaro, altre illustre voci coeve di un Sud in fermento, ha letteralmente folgorato l’adottivo Carlo Levi, tanto da voler essere sepolto tra la sua gente lucana come confessato nella sua ultima visita del 1974 alla Sindaca di Aliano. E la questione meridionale, sollevata in modo innovativo e mai banale dall’autore torinese, è stata portata avanti anche durante l’attività politica. Eletto deputato nelle liste della sinistra indipendente proprio nel Collegio di Velletri (legislatura 1968-1972), non dimenticò mai Aliano e la sua dannata meravigliosa solitudine, cercando di salvaguardare le istanze di un popolo lontano e scollegato dal resto della penisola. La scomparsa, sopraggiunta all’improvviso nel 1975, fu un brutto colpo per gli alianesi, che videro morire il loro profeta e la loro guida morale, il forestiero imprigionato che ha donato, con il suo romanzo, un’atroce libertà alla voce del Sud Italia. E in uno dei luoghi ove era solito dipingere, vale a dire nel Cimitero cittadino, limite massimo oltre il quale il confinato Levi non poteva andare, lo scrittore innamorato fu sepolto, con vista sugli ulivi che aveva spennellato sulle tele, in disparte dagli altri come un nume tutelare.
Quattro anni dopo il suo decesso, Velletri tornò con un suo illustre cittadino a onorare la memoria di Levi: Gian Maria Volontè, l’attore delle pellicole impegnate e del cinema a sfondo sociale, storico o letterario, impersonò lo scrittore del Cristo in un film che fece conoscere tramite il grande schermo l’esperienza mistica di un uomo particolarmente sensibile, abile a immergersi in una realtà locale e apprezzarla nella sua autenticità. Oggi il messaggio di Carlo Levi torna a essere attuale, nel Sud dei servizi tagliati, delle ferrovie soppresse, degli ospedali depotenziati e delle infrastrutture non terminate. Per questi territori, così stupefacenti nella loro ancestrale e pura bellezza, è lontana persino «l'Italia paese dei diplomi, delle lauree, della cultura ridotta soltanto al procacciamento e alla spasmodica difesa dell'impiego». Il profeta lo aveva detto, e oggi ha ancora ragione, suo malgrado: non può essere lo Stato a risolvere la questione meridionale, per la ragione che quello che viene chiamato problema meridionale non è altro che il problema dello Stato. Ma la rispettabilità, l’onestà e la semplicità hanno reso un esilio politico una storia inaspettatamente bella, un romanzo di vita senza eguali. E Carlo Levi è stato l’interprete, con una penna nella mano e il pennello nell’altra, di un amore senza fine: quello per l’umanità.

Rocco Della Corte