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sabato 25 ottobre 2014

RANDOM
Riflessione su "Flatlandia" di E. A. Abbott

Come si fa ad allargare i confini della propria mente, e con essi la propria concezione del mondo, fino a immaginare, accettandola come possibile, l'esistenza di atri mondi e altre dimensioni? Una questione che per un rispettabile Quadrato di Flatlandia, e non solo per lui, può risultare particolarmente spinosa, a maggior ragione quando la rivelazione arriva in sogno o grazie all'epifania di un misterioso forestiero sferico.

Flavia Bazzano

Il Quadrato, dal suo mondo bidimensionale, viaggia in altri universi (a zero, una, tre dimensioni) acquistando una conoscenza inimmaginabile per i suoi connazionali. Purtroppo, come dicevano i latini: nemo propheta in patria. Lo sventurato viene preso per pazzo ed eretico e condannato all'ergastolo senza che il suo prodigioso insegnamento sia stato accolto da nessuno. Il sapere sulla terza dimensione è destinato a perdersi nel buio di una cella. 

La fantasiosa fiaba geometrica pubblicata nel 1824 da Edwin A. Abbot, per quanto consti di poco più di cento pagine, nasconde significati inaspettati tanto da elevare il libello alla dignità di un pamphlet. L'autore, che si firma semplicemente "un Quadrato", esprime una spiritosa ma non per questo meno pungente critica alla società vittoriana. Come il mondo di Flatlandia viene regolato dalla geometria euclidea, anche l'Inghilterra tridimensionale è intrappolata in una condizione di rigidità e, tanto per rimanere in ambito geometrico, di ottusità intellettuale. Basta pensare al duplice significato di flat che può essere, come in italiano, genericamente piatto o negativamente monotono. Non solo la speculazione è mal vista in entrambi i mondi ma in Flatlandia è addirittura perseguibile al pari di un tentativo di sovversione dell'ordine gerarchico della società poligonale. Il disprezzo per il genere femminile, che addirittura è sprovvisto di memoria a lungo termine, il controllo dei ceti più bassi (i rissosi triangoli isosceli), la sacralità dei cerchi sacerdoti, l'etichetta, sono tutti caratteri che il lettore non può fare a meno di trovare anche nel mondo che conosce. L'Inghilterra del primo Ottocento, potenza coloniale ed economica, agli occhi di Abbott è ancora fossilizzata nella morale e nei dogmi scientifici, un terreno sterile che non consente alle menti più brillanti di germogliare. A sottolineare questa impossibilità è anche il personaggio della Sfera: persino il maestro che tanto si era adoperato per portare la conoscenza nel mondo bidimensionale di Flatlandia liquida la possibile esistenza di una quarta dimensione come "inconcepibile". "Flatlandia" è una satira, un trattato antropologico su una società classista, sessista e ipocrita. E tutte le società, da puntolandia a linealandia fino a spaziolandia sono ugualmente tracotanti nella loro ignoranza. E allo stesso tempo è uno squisito e divertente saggio di divulgazione scientifica che, nel pieno del dibattito Ottocentesco sulla materia, invita il lettore ad essere meno "squadrato" e a tentare di immaginare, se ci riesce, le dimensioni nascoste nelle pieghe invisibili di spazio e tempo. Una sfida che anche il lettore contemporaneo, molto più abituato a ipercubi e viaggi dimensionali, potrà raccogliere e , chi lo sa, forse addirittura vincere.