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venerdì 8 novembre 2019

"Mangio dunque sono": connessioni tra cibo ed emozioni


Mangiare apparentemente è un atto molto semplice e naturale, se analizziamo attentamente comprendiamo che in realtà è un gesto estremamente complesso. L’alimentazione infatti costituisce un ponte tra natura e cultura poiché articola  sia le funzioni fisiologiche che significati storico-culturali.
Il cibo che mangiamo è uno strumento di comunicazione, di relazione e di identità; tutto questo patrimonio di conoscenze viene trasmesso di generazione in generazione, veicolando quei valori connessi alla vita emotiva, alle ideologie e anche alle credenze religiose, attraverso una serie di processi di interiorizzazione che si radicano fin dalla nascita . Il gusto rappresenta una modalità di socializzazione e di definizione della nostra vita, non solo nutritiva. Mangiare quindi non costituisce solo una  risposta a pulsioni fisiologiche attraverso le quali l’organismo richiede energia e nutrimento, ma rappresenta anche un'esperienza psicologica legata a significati più profondamente simbolici. Il cibo può corrispondere all’appagamento di un desiderio oppure  può diventare una dipendenza quando è vissuto come valvola di sfogo. In mancanza di altre possibilità espressive esso diventa una risposta a difficoltà emotive, compensando un’affettività carente o non gratificante, placando un’aggressività non esternata, attenuando momentaneamente stati d’ansia o sintomi depressivi o ancora può  consolare da delusioni e/o eventi traumatici. In sostanza la maggior parte delle emozioni vengono spesso confuse con la fame. L’atto di mangiare si trasforma in una metafora tra il nostro stile di vita e il modo in cui gestiamo le emozioni, definendo quella che potremo chiamare alimentazione emotiva.
Cibo in gravidanza
Nutrire non ha come significato univoco quello di porgere del cibo, è molto di più: nutriamo gli altri di quello che è il nostro rapporto con il corpo, con quello che è il nostro modo di dare, di ricevere, di rifiutare, di accogliere. Questo processo ha inizio fin dalla gravidanza: quando una donna è incinta il modo in cui ha cura di se stessa e il cibo che mangia,  incidono notevolmente sulla crescita del feto. Se la mamma vive il nutrirsi con gusto e piacere, saranno questi i messaggi che passerà al feto; se lo vive come una fatica necessaria alla sopravvivenza trasmetterà al figlio il proprio vissuto di fastidio verso il cibo.
Il gusto di Allattare
Successivamente la stessa dinamica si ripropone durante l’allattamento: la madre che allatta (al seno o con il biberon) godendosi questo momento attraverso lo scambio di sguardi e attraverso la dolcezza del contatto trasmette al proprio bambino, insieme al nutrimento, anche amore, per Sé ma anche per il cibo; la madre che sfama il bambino accompagnata da una dimensione emotiva più legata al dovere che al piacere, risulterà probabilmente distratta, magari impegnata a fare altro, senza guardarlo e non facendo caso al modo in cui lo tiene in braccio, bloccando così il piacere del bambino nel nutrirsi; infine la madre che sazia il bambino ad ogni suo lamento, non cogliendo  altri bisogni, soffocherà il bambino con l’eccessiva presenza e non gli consentirà di sperimentare il vuoto, così crescendo, quel bambino avrà questa difficoltà nella vita che potrà riflettersi anche in ambito alimentare. L’alimentazione quindi costituisce la prima possibilità di interazione affettiva tra madre e bambino, tutte le sensazioni percettive (gustative, olfattive, visive, tattili) rivestono una certa importanza non solo per una corretta educazione alimentare, ma soprattutto per il ruolo di mediazione nella relazione. Il genitore, rispettando ed interpretando i segnali, funge da modulatore tra gli stimoli interni ed esterni percepiti dal bambino; il gesto concreto del mangiare si arricchisce di significati affettivo – relazionali positivi quando la comunicazione reciproca è funzionale, e negativi quando l’alimentazione diventa uno strumento di lotta che crea le premesse per future problematiche. Le difficoltà legate all’alimentazione si intrecciano da una parte con  una mancata sintonizzazione tra bambino e genitore durante le prime fasi di vita, che non permette al bambino di regolare i ritmi biologici e di fare esperienze positive perché ha ricevuto risposte inadatte, caotiche, insufficienti, eccessive o minimali rispetto alla qualità ed all’intensità delle proprie richieste; mentre dall’altra, in fasi successive, si riscontrano complicazioni nei meccanismi di separazione e  di disorganizzazione nel promuovere l’autonomia, a questo punto il cibo diventa il centro di una diatriba emotiva e comunicativa soprattutto man mano che il bambino cresce.


Cosa accade durante e dopo lo Svezzamento
Dallo svezzamento in avanti il nutrimento può rappresentare anche una strategia di ricatto e punizione da parte del genitore, ma anche una modalità di contrapposizione. Il bambino impara come la sua relazione con il cibo possa diventare uno strumento di potere poiché  le persone che lo accudiscono non sono affatto  indifferenti a ciò che lui assume. La preoccupazione per il fatto che mangi troppo o troppo poco costituisce una base per dare significati di natura affettiva che si aggiungono  al valore nutrizionale: quando un bambino “dichiara guerra” ai genitori attraverso il suo rapporto con il cibo (come può accadere nei disturbi alimentari), tenta di comunicare un disagio relativo alla relazione con loro, al nutrimento affettivo di cui è stato privato o esageratamente invaso.
Un disconoscimento dei bisogni corporei del bambino può portare ad una alterata percezione delle proprie emozioni e dell’immagine di sé . È importante che il genitore non nutra il bambino in base ai propri convincimenti,  senza tener conto delle esigenze affettive e fisiologiche del piccolo, poiché  con il tempo il bambino, avendo difficoltà a percepire lo stato interno di bisogno e di desiderio, comincerà ad alimentarsi dipendendo da segnali e fattori esterni: le emozioni vengono canalizzate solo attraverso il cibo e l’elaborazione psichica del disagio è sostituita dalla gratificazione che proviene dalle sensazioni corporee. Il modo in cui ognuno è stato nutrito fisicamente ed affettivamente e il nostro avere o meno accettato quel nutrimento costruiscono il nostro modo di entrare in contatto con noi stessi e con il mondo esterno, definendo dunque il nostro modo di essere.
                                                                     
Il Centro Eppur si Muove fornisce  spazi e consulenze relative a difficoltà alimentari per bambini e adulti. Info e contatti: eppursimuove.velletri@gmail.com – 391 7709041



Claudia Cianfoni