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mercoledì 6 novembre 2019

Accaduto a Velletri


Erano ragazzi come allora i nostri nonni quelli che, a partir dall’agosto ’14, furono strappati dai campi, dalle scuole, dalle fabbriche dell’Austria, infilati in una divisa, e sbattuti su uno dei fronti, per supportare l’alleato –istigatore, il Kaiser di Berlino, nel “passaggio dall’idea alla realtà” del “compito storico dei popoli germanici”, il dominio del mondo”, con l’unico mezzo abilitato a farlo, come aveva pontificato Giorgio Hegel dalla massima cattedra universitaria tedesca: la guerra.
Forse fra quei ragazzi c’erano degli oppositori politici di chi l’aveva aveva dichiarata, l’imperatore Franz Joseph, che, in tal caso, li spingeva al fronte con una baionetta puntata alla schiena. E, senza forse, c’erano degli intimamente antiaustriaci, degli irredentisti tra quei cechi, polacchi, ungheresi, sloveni, slovacchi, ucraini, e perfino italiani, intruppati a forza nella gigantesca armata multietnica imperiale, pronti alla morte, sì, ognuno per la propria etnia madre, ma NO N per Cecco Beppe. 74 tra questi si arresero al nostro esercito. Non processo le intenzioni, guardo ai fatti: con quella scelta quei ragazzi intanto rischiavano prima o poi la fucilazione nella schiena; inoltre, nello stesso atto di non voler morire per l’aquila austriaca, dimostravano anche di non voler uccidere quelli che sarebbero diventati i nostri nonni. Quei 74 furono sistemati a lavorare nella cava di pietra a monte del ponte della Regina, di proprietà della famiglia Zaccagnini. Furono quei ragazzi ad estrarre, sbozzare, trasportae e sistemare i sampietrini della scalinata congiungente Viale Marconi a Piazza XX settembre. Mentre vi lavoravano ancora, tra l’agosto ed il dicembre ’19, cento anni or sono, tutti quegli scampati al cannone furono spazzati via dalla contagiosissima “spagnola”, che fece in tutta Europa una strage, toccando anche la mia famiglia materna, e che fu un effetto collaterale della guerra. Da questo evento luttuoso rileva un senso di gratitudine e di rispetto per quei ragazzi, ed il bisogno di dimostrarlo in qualche modo. In questo nobilissimo sentimento si sono ritrovati e poi coordinati in felice sinergia Roberto Zaccagnini, della famiglia di cui sopra, Fabio Taddei e le strutture del Comune, per cui il 4/11 dell’anno scorso, al centenario della fine della guerra, poteva esser apposta una “targa ricordo” su un muretto della scalinata. Ebbene, passandovi giorni or sono, ho visto che essa targa era stata oggetto d’un inizio di danneggiamento, una vistosa ammaccatura attribuibile ad una pietra, o sbarra di ferro, o martello. E ritorno al processo alle intenzioni, che- a meno di non tener per fermo che il gesto sia riconducibile ad un qualcuno che, agitato per fatti suoi, se la sia presa col primo oggetto trovatosi davanti- è ineludibile, sia pur in forma dubitativa. Quel tentativo è fondamentalmente mirato contro il sentimento nobilissimo di cui sopra, che l’ammaccatore di targhe non riteneva tale, e da cui voleva prender le distanze a modo suo, e, in una, contro quei meritevoli nostri concittadini che l’hanno incarnato ed espresso. Inoltre il gesto colpisce a fondo l’Europa, perfino l’Italia, perché c’era anche un italiano tra quei defunti. Suppongo che l’aggressore di targhe sia solito cantare a squarciagola l’inno di Mameli, soprattutto nelle partite della nazionale. Ed allora gli rinfresco delle parole di esso, scritte dal suo autore, discepolo del fondatore della Giovane Europa”, Giuseppe Mazzini, e grande precursore dell’irredentismo europeo: uniamoci, amiamoci, l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del Signore Così si sentiva italiano Goffredo Mameli. Così si sono dimostrati italiani coloro che hanno ideata ed affissa quella targa.


Pier Luigi Starace