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lunedì 21 ottobre 2019

In ricordo di Gianpaolo Brencio

“Ho cronometrato Gianpaolo Brencio allo stadio delle Terme, in un suo “day of days”. 500 in 1’23”, 2000 in 7’09’, 300 in 48”. Un piccolo Nurmi. “

di Pier Luigi Starace
Queste righe, datate 2 aprile ’64, sono emerse dal mio diario personale dopo la notizia della sua scomparsa, datami personalmente dal figlio Francesco. A me, a chiunque condivida la passione atletica, queste cifre dicono molto. Se ognuna di esse non è particolarmente significativa, il fatto che, nell’arco d’un’ora, sia passato dal mezzofondo corto a quello lungo da esso alla velocità prolungata con tempi TUTTI di valore, è la miglior dimostrazione che, in ognuna delle singole distanze di cui sopra, ed anche in altre, Gianpaolo valeva molto di più di quanto espresso quel pomeriggio primaverile. Lo conobbi come un preadolescente molto serio e silenzioso nelle attività parrocchiali di Santa Maria in Trivio, a fianco del fratello maggiore Gianni. Poi me lo ritrovai, al seguito di Manlio Zaccari, nei locali della “CSI Scavo” fin dal primo allenamento. Verificai giorno per giorno quanto la serietà che avevo intuita in lui fosse profonda, a cominciare dalla puntualità innata ed indefettibile, continuando col rigore nell’allenamento e finendo con l’intelligenza, la regolarità, la generosità della condotta di gara . Serietà che tracimava nel campo organizzativo e logistico. A me dirigente la sua vicinanza dava il senso di sicurezza che promana da una persona affidabile al cento per cento. Fin dall’inizio egli fu, della società, il segretario, inamovibile perché insostituibile. Ovviamente il suo atteggiamento di fondo dilagava anche nel campo della scuola. Appartenente alla prima classe dell’appena inaugurato ITIS “Vallauri”, teneva moltissimo a fargli fare, nelle proprie personali come studente, delle belle figure come istituzione. Paolo era lo “studente- atleta” ideale. Ma c’era una quarta pista che cominciò a seguire in quei primi anni sessanta, quella del “complesso musicale”. Il suo ruolo, anch’esso assunto una volta per sempre, era quello di batterista. Mi confidava, quando, in qualche gelida mattina di febbraio, si riscaldava per una “campestre” agonistica, d’esser reduce da una nottata in bianco, avendo suonato in un ballo di carnevale. Lentamente ricostruii il filo collegante le sue figure : la distribuzione del suo tempo.Per portarle avanti tutte e quattro bisognava investire tempo per ognuna;in altre parole non buttar via nemmeno un minuto della giornata,e, eventualmente, della notte. Quel ragazzetto, forse allora senza intenzione, si costruiva giorno per giorno la professionalità del superesperto di tempi e metodi che tutti ammiriamo. La vita ci separò geograficamente per molti anni, ma poi, quando, a fine 1982, ebbi l’idea di fondare “Velletri per il Malì” come azione diretta contro la fame nel mondo, lui era tra i soci fondatori. Mi fu accanto nei momenti belli, ma soprattutto brutti, naturalmente dando una mano sicura per uscirne. Seguivo la sua attività di “supercronometrista” in Italia e professionale a Tunisi, e fui orgoglioso anch’io quando seppi che il suo valore era stato riconosciuto ufficialmente anche dalle autorità dell’altra sponda mediterranea. Leggevo i suoi articoli su “Velletrilife”, felice che una voce seria potesse risuonare in un tempo in cui nulla è più raro di essa. Mi disse che dedicava qualche ora, in un sindacato, alle questioni più atroci, scandalose, ingarbugliate della persone più disperate: capii che, anche se sentiva d’esser all’ultimo giro della sua vita, proprio per questo doveva continuare. Sapeva d’essere, anche lì, ancora una volta, INSOSTITUIBILE. Centinaia di persone hanno onorato il suo funerale. Il mattino della tumulazione era luminoso, l’Artemisio espandeva tutta la sua bellezza autunnale. Mi sentii come un disertore nel lasciare Gianpaolo solo, nel buio del loculo, separato dalla cassa e da un diaframma in muratura da tutto quello splendore, e da tutti quelli che erano lì per lui. L’Artemisio. Era un primo pomeriggio di grande nevicata, di quei primi anni sessanta. Telefonai a Gianpaolo. “Andiamo sulla cima dell’Artemisio”. Accettò subito. Era un mio “exploit” mensile, sul quale , in condizioni normali del fondo, avevo un record d’un’ora netta. Partimmo da metà Ponte Rosso. La via dei Laghi era scivolosa, ma praticabile. Il sentiero del canalone nella macchia di fronte al lavatoio prima del curvone aveva un metro di neve. Toccammo la sella di Monte Spina, il punto più alto della cresta occidentale, sopra colle Caldara, dopo un’ora secca. Fisicamente la neve non poteva non aver rallentato il mio ritmo. Ma quell’effetto rallentatore era stato compensato ed azzerato dall’effetto trainante del ritmo di Gianpaolo.