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venerdì 16 novembre 2018

Il pugno nascosto: cambiamento climatico, capitalismo ed esercito


Di Nick Buxton, consulente della comunicazione


Traduzione italiana di Irene Starace


Attribuire il cambiamento climatico al capitalismo non è esattamente il pensiero dominante, ma non è neanche più un tabù. La scrittrice e attivista canadese Naomi Klein ha contribuito a popolarizzarne le ragioni, ma ora quest’ idea sta avendo eco in circoli più insoliti. Nell’ agosto del 2018, un gruppo di scienziati finlandesi assunti dal segretario generale delle Nazioni Unite ha avvertito che l’attuale sistema economico non può affrontare le molteplici crisi sociali ed ecologiche che si stanno sviluppando. All’ inizio di quest’ anno, il vicepresidente della maggiore impresa di gestione di fondi del mondo, BlackRock, ha ammesso che di fronte al cambiamento climatico “dobbiamo cambiare il capitalismo. Questo è ciò che è davvero in gioco”.
E’ senza dubbio un progresso che sempre più persone mettano in rapporto il nostro sistema economico con la distruzione ecologica. Si presta molta meno attenzione, tuttavia, ai legami tra gli aspetti ambientali e il militarismo e la sicurezza. E’ un’ omissione sorprendente, dato il potere detenuto dai militari e il modo spettacolare in cui è aumentato negli ultimi decenni. Se teniamo in conto che il cambiamento climatico aumenterà in modo radicale l’ instabilità e l’ insicurezza, analizzare il ruolo dei militari in un mondo colpito dal cambiamento climatico diventa ancora più rilevante. 
Perché, mentre i politici hanno dimostrato di essere incapaci di prendere le decisioni necessarie a fermare l’ aggravarsi del cambiamento climatico, non hanno avuto difficoltà a trovare finanziamenti per esigenze di “sicurezza”. Nel 2017, la spesa militare mondiale è salita a 1,74 bilioni di dollari (1,53 bilioni di euro), equivalente a 230 dollari per ogni abitante della Terra e quasi il doppio di quel che si è investito dalla fine della Guerra Fredda. Gli avvenimenti dell’ 11 settembre in particolare hanno alimentato una guerra universale contro il “terrore” e un’ ondata di spese militari praticamente illimitata. E, man mano che i governi aumentavano la spesa, a loro volta rinforzavano il potere e l’ influenza delle imprese militari (come Lockheed Martin negli Stati Uniti e Indra in Spagna), che ora aiutano a progettare e redigere politiche in materia di sicurezza in tutto il mondo, il che frutta loro benefici ancora maggiori.
Naomi Klein ha attratto l’ attenzione sul “caso epico del momento storico inopportuno” della rivoluzione neoliberista mondiale, che ha raggiunto una posizione dominante proprio quando avevamo bisogno di una regolamentazione delle imprese e di una transizione pianificata verso economie con emissioni basse di carbonio. Io direi che un caso ugualmente importante di momento inopportuno è stata la crescita smisurata del complesso militare-difensivo-industriale proprio quando le ripercussioni del cambiamento climatico sono diventate sempre più evidenti. Questo porterà quasi sicuramente al fatto che, in risposta al cambiamento climatico, i militari acquisiranno un ruolo ancora più significativo –con conseguenze per tutti noi–.

Il pugno nascosto

Per comprendere il potere dei militari oggigiorno, è importante andare oltre i budget in costante aumento e le guerre infinite (come quella in Afghanistan, che dura ormai da 17 anni) per vedere il consenso creato sull’idea che, per mantenerci al sicuro, abbiamo bisogno di sempre più “sicurezza” da tutte le parti. Oggigiorno, le grandi imprese del settore armamentistico non vendono solo armi, ma diverse soluzioni in materia di “sicurezza”, da videocamere di sorveglianza in quartieri urbani a database biometrici per la memorizzazione delle impronte digitali, e perfino sistemi di radar ad alta tecnologia a frontiere sempre più militarizzate. Questo mercato è cresciuto smisuratamente: un calcolo modesto suggerisce che nel 2022 l’ industria della sicurezza nazionale mondiale varrà 418.000 milioni di dollari.
Alcuni dei nuovi giganti della sicurezza partecipano in maniera perversa sia alla creazione dell’ insicurezza che alla fornitura di soluzioni. Un rapporto elaborato dal Transnational Institute nel 2016 mostrava che tre dei fabbricanti di armi europei più importanti che vendono al Nordafrica e al Medio Oriente – Finmeccanica, Thales ed Airbus–  sono anche alcuni dei principali aggiudicatari dei contratti per militarizzare le frontiere della UE. In altre parole, si beneficiano doppiamente –prima alimentando le guerre che generano rifugiati, e poi fornendo la tecnologia e le infrastrutture che impediscono ai rifugiati di trovare un luogo sicuro–.
Pertanto, è artificiale definire il militarismo qualcosa in rapporto solamente con le guerre all’ estero, giacché riguarda anche le risposte sempre più militarizzate in ambito nazionale – quelle rivolte all’inizio alle comunità emarginate (musulmani, immigrati), poi agli attivisti, poi ai lavoratori che prestano assistenza umanitaria e, alla fine, a tutti –. Questa militarizzazione (e la corrispondente criminalizzazione) avanza ogni giorno in tutto il mondo. Nel Regno Unito, per esempio, un programma di vigilanza su vasta scala ha segnalato, nel 2015, 4.000 persone come potenziali estremisti. Di queste, più di un terzo erano bambini. Negli USA, i manifestanti, sia di Black Lives Matter che di Standing Rock, hanno dovuto affrontare veicoli blindati a prova di mine, così come droni. In Honduras, più di 120 persone sono state assassinate, tra il 2010 e il 2016, per  mano di gruppi paramilitari, per essersi opposte allo sfruttamento del legno, delle miniere e delle dighe.
L’ influente avvocato neoliberista e opinionista statunitense Thomas Friedman ha spiegato le ragioni di questa risposta militarizzata–e in un modo parecchio più onesto di quel che ci si sarebbe aspettati–: “La mano invisibile del mercato non può funzionare senza un pugno nascosto. McDonald's non può prosperare senza McDonnell Douglas, il disegnatore dell’ F-15. E il pugno nascosto che mantiene il mondo al sicuro perché le tecnologie della Silicon Valley prosperino si chiama esercito, forze aeree, marina militare e marines degli USA.”. Detto in altro modo, il capitalismo e il militarismo (in particolare l’ imperialismo degli USA) non sono due forze parallele, ma inestricabilmente intrecciate.
Quel che Friedman non segnala, tuttavia, è che il pugno nascosto non sta solo lì fuori, nel “mondo”, ma anche in casa.

La connessione tra l’esercito e il petrolio

Gli stretti vincoli tra il capitalismo e il militarismo si possono osservare nel funzionamento stesso dell’esercito degli USA. Oggigiorno, spiegare la maggioranza degli effettivi militari richiede ingenti emissioni di gas ad effetto serra, il che significa che il Pentagono è il principale organismo consumatore di petrolio. Soltanto uno dei suoi aerei, il B-52 Stratocruiser, consuma approssimativamente 12.620 litri all’ora, più o meno la stessa quantità di combustibile che usa il guidatore di una macchina media in sette anni. Nonostante l’ enorme “impronta” di carbonio che lascia, nei paesi industrializzati il contributo del settore militare non è neanche valutato adeguatamente, ed è esentato dall’ Accordo di Parigi stipulato dalle Nazioni Unite. Naturalmente, se le sue emissioni fossero calcolate debitamente, saremmo ancora più lontani dall’ obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto di due gradi centigradi.
Il ruolo che svolgono le forze armate è ancora più significativo se si tengono in conto gli obiettivi per i quali sono mobilitate –in particolare, la vasta infrastruttura militare degli USA, formata da più di 800 basi con le loro flotte navali ed aeree–. E’ chiaro che si spiegano principalmente in regioni ricche di petrolio e risorse, e vicino a vie strategiche di trasporto marittimo che mantengono in funzione la nostra economia globalizzata. E quest’ approccio non lo mettono in pratica solo gli USA. Il gruppo di ricerca Oil Change International calcola che fino alla metà di tutte le guerre tra stati che ci sono state dal 1973 sono state causate dal petrolio.
Anche la violenza poliziesca contro le popolazioni spesso è legata alla protezione per affrontare la resistenza che si produce di fronte a progetti di combustibili fossili, industrie ed infrastrutture. Constatiamo ripetutamente che gli attivisti ambientalisti affrontano la violenza quando sfidano le industrie estrattive. L’ organizzazione per i diritti umani Global Witness ha osservato nel 2015 che ogni settimana sono assassinate tre persone perché difendono le loro terre, boschi e fiumi nella loro lotta contro le industrie estrattive.

Una confluenza catastrofica

Il pugno nascosto del capitalismo non è un fenomeno nuovo –il potere economico ha sempre impiegato la violenza per proteggersi–, ma è anche vero che negli ultimi decenni ha accelerato. Dopo l’ 11 settembre, senza dubbio c’è stato un impulso che ha legittimato un aumento smisurato delle spese militari e della violenza statale. Tuttavia, è anche probabile che una crisi ecologica più generalizzata abbia ravvivato la risposta militare.
Lo studio del Centro di Resilienza di Stoccolma mostra che dipendiamo da nove processi ecologici fondamentali che regolano la stabilità e la resilienza della terra. L’umanità ha già superato i limiti relativi alla perdita della diversità biologica e ai cambiamenti nei cicli dei nutrienti (nitrogeno e fosforo), e si trova in una situazione pericolosa per quel che riguarda il cambiamento climatico e l’ uso della terra.
Confermato da una “corsa al ribasso” delle imprese -in cui le multinazionali cercano costantemente di eliminare norme e costi che limitino i benefici–, punta il dito in particolare contro le industrie estrattive, che si scontrano con i nostri limiti ecologici e si stabiliscono negli ultimi territori non ancora sfruttati. La gente si vede obbligata a resistere, non solo per evitare l’inquinamento o la corruzione, ma per poter sopravvivere. La loro ferma resistenza ha urtato contro una dura repressione.

La “dichiarazione di guerra” del Canada contro le sue nazioni originarie

Fatti recenti avvenuti in Canada ci mostrano questa realtà da vicino. Nel 2013, l’ impresa energetica Kinder Morgan ha annunciato che avrebbe costruito un oleodotto da Alberta alla Columbia Britannica, direttamente attraverso una zona sensibile dal punto di vista ambientale e attraverso i territori di più di 100 “Nazioni Originarie”. L’ annuncio ha provocato un’ enorme opposizione, al punto che alla fine l’ impresa ha annunciato che abbandonava il progetto, a causa di “rischi legali”. Tuttavia, invece di ritirarsi da un progetto petrolifero tossico, lo stato ha raddoppiato la scommessa e, in pratica, ha finito per nazionalizzare l’ oleodotto.
Un caso giudiziario dell’ agosto del 2018 ha emesso una sentenza a favore dei manifestanti, puntando il dito contro la mancanza delle consultazioni costituzionali con le Nazioni Originarie e di un’ analisi ambientale sull’ aumento del traffico di petroliere nel mare di Salish. E’ un guadagno di tempo importante, ma è chiaro che è poco probabile che lo stato canadese, dominato dagli interessi petroliferi, faccia marcia indietro, e, alla fine, userà la forza per imporre il progetto. Così come si è fatto in innumerevoli progetti di estrazione di combustibili fossili in tutto il mondo.
E quelli che hanno affrontato la violenza credono di non avere alternative alla resistenza. Come ha osservato Kanahus Manuel, di Secwepemc Nation, in Canada: “Tutto emana dalla terra. Se si distrugge la terra, distruggiamo noi stessi”. E’ comprensibile, pertanto, che insieme ad una coalizione di organizzatori indigeni, abbia definito le azioni del governo canadese “una dichiarazione di guerra”. Kanahus prosegue: “Lo crediamo letteralmente. Chiameranno i militari. E’ la regola nazionale impiegare la criminalizzazione, l’azione civile e altre sanzioni per reprimere la resistenza indigena a queste politiche, applicando il peso della legge e l’ uso delle forze di polizia contro gli individui e le comunità indigene”.




Un adattamento militarizzato

Man mano che gli effetti del cambiamento climatico si aggravano, è probabile che aumenti questa tendenza a una risposta militarizzata. Può darsi che Trump non creda al cambiamento climatico, ma il suo esercito sì, e sta già facendo piani per affrontarne le conseguenze. Quest’anno, la velocità dello scioglimento dei ghiacci nell’ Artico ha portato la marina degli USA ad annunciare che sta rivedendo la sua strategia nella regione, con un probabile aumento di navi armate e truppe. Nel maggio del 2018, l’ Australia si è unita all’ Unione Europea e agli USA per dichiarare il cambiamento climatico una minaccia alla “sicurezza” e avvertire dei pericoli “della migrazione, dell’ instabilità interna o dei movimenti di insorti negli stati… del terrorismo o dei conflitti transfrontalieri”, che avranno bisogno di “una grande varietà di risposte in materia di Difesa”.

Quando gli eserciti e le forze di sicurezza sono le istituzioni più forti e meglio finanziate della nostra società, non possiamo sorprenderci che diventino le istituzioni predeterminate per affrontare gli effetti del cambiamento climatico.
Le risposte maggioritarie degli stati degli USA e della UE ai rifugiati sono tra i presagi più perturbanti di quel che potrebbe somigliare ad un adattamento climatico militarizzato. La risposta predeterminata delle nazioni ricche industrializzate ai rifugiati non è stata mostrare solidarietà o compassione, ma, sempre più spesso, fare tutto il possibile per mantenere i rifugiati fuori - che sia militarizzando le frontiere, appoggiando dittatori, mantenendo i rifugiati in campi di concentramento o costringendo la gente a fare viaggi così pericolosi che migliaia di persone muoiono nel tentativo. E’ un’ abominevole dimostrazione di crudeltà che, tuttavia, sta diventando la triste norma. Quando sappiamo che gli effetti del cambiamento climatico saranno solo un fattore aggiunto alla pressione per emigrare, le previsioni per il futuro sono funeste.
La verità è che abbiamo normalizzato la violenza degli stati. Non vediamo più le telecamere di sorveglianza nelle nostre strade, le palizzate di filo spinato alle nostre frontiere, i blindaggi della polizia, i rifugiati nei campi, perché non sono più niente di insolito. Questa normalizzazione significa che c’è un pericolo crescente che le soluzioni di difesa di fronte al cambiamento climatico non siano solo questa risposta predeterminata, ma che, per di più, siano praticamente impercettibili.

Rompere con i parametri di riferimento

Disfare questo consenso alla sicurezza invece che alla solidarietà non sarà un compito facile. Uno strumento che potrebbe aiutare è il concetto di “cambiare i parametri di riferimento,” dato che può aiutarci a capire questo processo e darci qualche suggerimento su come dovremmo cominciare a forgiare un’ altra via. L’ ecologista Daniel Pauly ha inventato questo termine per riferirsi al modo in cui gli scienziati specializzati nella pesca avrebbero stabilito le loro “norme” per mantenere in buono stato le zone in cui si calano le reti, tenendo conto dello stato di esaurimento in cui li avevano trovati, invece che lo stato intatto in cui si trovavano originariamente. La maggioranza degli scienziati non ricordava più i mari ricolmi di grandi pesci, perché avevano accettato il mare devastato come la norma.
Tuttavia, nel mondo della pesca, si è data risposta a questo stabilendo riserve marine. Se si fa debitamente e si proteggono le riserve dalle imbarcazioni che praticano la pesca a strascico (invece che dai pescatori su piccola scala), il risultato può essere un recupero spettacolare della fauna e degli habitat marini. E, quel che più conta, si portano alla luce i pericoli dello sfruttamento eccessivo dei mari e la possibilità di adottare un approccio diverso.
Abbiamo bisogno di un approccio simile sulla sicurezza –attraverso la creazione di esempi di approcci alternativi alla militarizzazione in ambito locale e statale–. Abbiamo bisogno di dimostrare che, militarizzando la nostra risposta alle questioni sociali ed ecologiche, come il cambiamento climatico, si aggraverà solo l’ impatto sui più vulnerabili. Ma abbiamo bisogno anche di mettere in discussione e mobilitarci contro questa militarizzazione della società in qualsiasi sua forma, e di dimostrare la possibilità di adottare un approccio diverso. Questo si può fare in molti modi, da semplici piani di adattamento climatico che diano la priorità alla solidarietà invece che alla sicurezza –come quelli a cui ha dato impulso il movimento delle Comunità in Transizione– alla rete di città che offrono asilo ai rifugiati – e ai manifestanti di Black Lives Matter che pretendono che la polizia renda conto negli USA–. Tutti questi sforzi possono cominciare a rallentare l’inarrestabile avanzata del nostro pianeta verso la militarizzazione. I difensori del clima hanno cominciato a frenare il meccanismo dei combustibili fossili, e ciò di cui abbiamo bisogno ora è cominciare a insabbiare gli ingranaggi del complesso militar-industrial-difensivo.

Associazioni e Solidarietà