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venerdì 13 luglio 2018

Proposte di lettura: "L’ultima estate di Berlino"

Federico Buffa, Paolo Frusca, L’ultima estate di Berlino, Milano, Rizzoli, 2015, pp. 302, € 18,00.


Recensione a cura di Irene Starace
L' estate a cui si riferisce il titolo del libro è quella delle Olimpiadi del 1936, le Olimpiadi del boicottaggio mancato, di Jesse Owens e di Olympia di Leni Riefenstahl. In quest' appassionante romanzo arriviamo a conoscere altri aspetti meno noti di quei giorni, attraverso una delle due voci narranti: Wolfgang Fuerstner, il comandante del Villaggio olimpico, capitano pluridecorato della Wehrmacht e Halbjude (mezzo ebreo). Quando questa "macchia" sul suo curriculum si viene a conoscere, è destituito dal suo posto e solo grazie all' amicizia con il conte von Gilsa, suo ex commilitone, può rimanere al Villaggio olimpico come vicedirettore. Fuerstner è un fervente patriota e un grande ammiratore di Hitler, ma non un antisemita, per quanto incredibile possa sembrare. La sua Germania non è quella delle SS, con il loro culto della morte, né quella della violenza cieca, ma una Germania di ordine, efficienza e cultura, un esempio per il mondo. La sua destituzione lo porta a vedere il mondo e sé stesso con occhi diversi, a conoscere e sentirsi solidale con persone come Werner Seelenbinder, il campione di lotta greco-romana comunista dichiarato, destinato all' arresto nel 1942 e alla morte due anni dopo; Sohn Kee-chung, il vincitore della maratona, coreano costretto a gareggiare per il Giappone e privato anche del suo nome, trasformato in Son Kitei; la cantante tedesco-polacca Agnieszka, in arte "Marlene", che canta "la musica dei negri", cioè lo swing, in un quartiere proletario e ancora non domato di Berlino. Attraverso di lui conosciamo altri esponenti della "meglio gioventù" tedesca, che, pur non militando attivamente in movimenti di resistenza, erano troppo generosi e cavallereschi per essere dei perfetti nazisti, e per questo furono inviati al fronte, dove trovarono la morte: in primo luogo, naturalmente, Carl "Lutz" Long, che aiutò Jesse Owens a qualificarsi per la finale di salto in lungo e divenne suo amico, e poi il tenente Wilhelm Leichum, medaglia di bronzo nella staffetta 4x100, che non nasconde la stima per il suo ex allenatore Fuerstner neanche dopo la sua caduta in disgrazia. Jesse Owens e Leni Riefenstahl rimangono comunque due protagonisti dell' Olimpiade, e come tali attraversano tutto il libro. Il primo è un "semidio" (così lo definiscono entrambi i narratori) nelle gare e un ragazzo candido e timido fuori; la seconda, una donna insopportabile ma di una forza e di un carisma straordinari, "più prussiana" del capitano Fuerstner, "una conquistatrice", "una dea". Entrambi sono visti soprattutto attraverso gli occhi dei narratori e di altri personaggi. Lo stesso punto di vista plurale è usato per alcuni episodi importanti: la gara di salto in lungo, seguita dall' amicizia tra Owens e Long, la maratona e la cerimonia di chiusura. La gara è raccontata da Leichum in un dialogo con Fuerstner e dallo stesso Long in un' intervista al secondo narratore, un giornalista americano al seguito della sua nazionale. La maratona è raccontata da quest' ultimo, e nel capitolo successivo la radiocronaca dell' evento fa da sfondo alla separazione tra Fuerstner e sua moglie. Ma è Fuerstner, che ha visto l' atleta allenarsi, ha parlato con lui e lo vede costretto a rifiutare un dono importante dalla Grecia, a mettere insieme i frammenti della sua storia e a capire perché sembra perfino triste di aver vinto. Della cerimonia di chiusura ci viene mostrato il contrasto tra la radiocronaca, ascoltata ancora una volta da Fuerstner mentre prepara il suo suicidio, e il punto di vista del giornalista americano. E' particolarmente violento il contrasto tra i due punti di vista sulla conclusione della cerimonia. Dopo che viene spenta la fiaccola, tra il pubblico tutti cominciano a gridare Sieg Heil (Vittoria!). Il radiocronista definisce questo momento "il più alto" della cerimonia, mentre il giornalista americano sente tutta la violenza e la minaccia contenute in quelle grida. Gli autori non dimenticano il doppio razzismo dei tedeschi e degli americani, né l' antisemitismo di Avery Brundage, dirigente americano del Comitato Olimpico Internazionale che impedì il boicottaggio dell' Olimpiade e, per non irritare i tedeschi, non permise ai due atleti ebrei della nazionale di partecipare alla gara di staffetta 4x100. I personaggi del giornalista americano e della cantante Agnieszka sono immaginari. Tutti gli altri sono realmente esistiti e gli autori ci raccontano le loro storie nel breve epilogo, "Destini". Le più toccanti sono, secondo me, quella di Sohn Kee-Chung, che ricevette il dono dalla Grecia (l' elmo di un guerriero antico) nel 1986, e due anni dopo accese la fiaccola olimpica a Seul, e quella di Jesse Owens, che dovette barcamenarsi per sopravvivere per molti anni, ignorato dal razzismo del suo paese. Tuttavia, non dimenticò la promessa fatta al suo amico Long di occuparsi di suo figlio, e negli anni Sessanta lo incontrò a Berlino. Fu allora che gli raccontò che Long l’aveva aiutato a qualificarsi per la finale di salto in lungo. Non essendoci altre prove di questo, gli autori ipotizzano che possa essere stato un modo per raccontare del padre a un figlio che non poteva ricordarlo, tenendo fede alla richiesta di Long nella sua lettera: "Se un giorno incontrerai il mio bambino, raccontagli di come possono andare le cose tra esseri umani sulla Terra..." Con queste bellissime parole si chiude il libro.
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