giovedì 12 luglio 2018

Nel “Paese delle Meraviglie”: un viaggio dentro il veliterno Ponte di Mele

Quasi invisibile dall’alto, lì dove termina uno dei capi in superficie dell’Appia antica nel territorio veliterno, si trova integro, anche se spesso minacciato dall’incuria, il Ponte di Mele che rappresenta una delle più interessanti opere ingegneristiche di età romana della città castellana. A incastonare i 9313 m che compongono il tratto veliterno dell’Appia antica e a segnarne gli estremi si trovano da un lato, verso sud, lo sconfinamento nel territorio comunale di Cisterna di Latina che ne disperde ex abrupto il tracciato nelle campagne, dall’altro, risalendo in direzione Roma, il Ponte di Mele.


di Valentina Leone

Quest’ultima meta, eponima dell’intera località, deriva etimologicamente il suo nome dal latino «mellem», ossia «miele», rimasto intatto in velletrano e distingue così la sua origine dal comune frutto, conservando uno stigma di antichità che è spia dell’appartenenza del complesso architettonico al periodo romano. Il ponte è nato a un corpo solo con la via consolare, voluta da Appio Claudio nel 312 a. C., e costituisce un saggio della maestria raggiunta dai romani già nel IV secolo a. C. nella canalizzazione dei corsi d’acqua superficiali applicato al fosso attivo, il Fosso di Mele, che era necessario superare per consentire il proseguimento della strada. In questa particolare condizione di dislivello i romani adottavano la tecnica del cosiddetto “ponte sodo”, documentata nella zona che va dall’Etruria alla Campania, che non prevedeva lo scavalcamento del corso d’acqua attraverso il classico ponte aggettante in muratura, ma che tentava di deviare il flusso mediante lo scavo di cunicoli, immettendo le acque in una cavità artificiale sotterranea. Si trattava di un’opera poco invasiva nel paesaggio ed estremamente attenta alla morfologia del terreno, tanto da sfruttare le potenzialità che offrivano le pareti del Fosso di Mele, fatte della selce basaltica formatasi con le eruzioni vulcaniche laziali, per dare corpo a un trapasso tra le due sponde integrato nella conformazione del luogo ed economicamente poco dispendioso.
Nel corso dei lavori si rese indispensabile l’edificazione di un arco, realizzato con grandi blocchi di tufo, per rafforzare la tenuta del ‘ponte naturale’ e non modificare il percorso rettilineo dell’Appia. È questa la struttura che, attualmente resa invisibile, si staglia in uno degli acquerelli monocromi dipinti da Carlo Lambruzzi (1748-1817) durante il suo viaggio da Roma a Benevento avvenuto sul finire del 1789. Allora, invaso dalla vegetazione, il Ponte di Mele era transitabile in tutta la sua architettonica magnificenza, resiliente al tempo e per ciò capace di lasciare interdette le piccole figurine umane altrettanto sedotte dalle vestigia della romanità e dall’imperversare della natura. In un destino diverso corrono, invece, ad oggi i resti del “ponte sodo” veliterno. Una sorte che, ancora una volta, li lega indissolubilmente all’Appia antica e al suo lungo tappeto di basole, a tratti smantellato o coperto d’asfalto e soggetto ad abusi e riusi. A lanciare un appello nel 2014 per la bonifica del fosso, abbandonato e trasformato in una discarica a cielo aperto, sono stati all’interno dell’evento “Puliamo il buio”, patrocinato dal Comune di Velletri, il Centro Ricerche Sotterranee Egeria (al cui sito rimandiamo per più specialistiche e approfondite informazioni: https://speleology.wordpress.com/2014/02/25/ponte-di-mele/) e il Gruppo Archeologico Veliterno (G. A. V.), uniti per salvare il canale ipogeo. Altri quattro anni sono passati dall’intervento di ripulitura straordinario, sufficienti per sollecitare l’urgenza di nuova azione definitiva per riqualificare e valorizzare il Ponte di Mele e tutta una zona ad alta concentrazione archeologica che può anche essere sepolta dalla negligenza e dai rifiuti, e così nelle nostre coscienze, ma continua a distanza di secoli ad affermare la propria ingombrante e insieme silenziosa presenza.