mercoledì 18 aprile 2018

"La ricerca della felicità": un contributo del professor Pierluigi Starace

Non volendo risalire più indietro della storia moderna, mi sembra che la madre delle attuali fughe di massa globali dal sud verso il nord del mondo sia quell’ultimo, dimostratosi poi veramente “not least”, diritto sancito dalla dichiarazione di Filadelfia redatta dai rappresentanti dei coloni inglesi in secessione dalla monarchia britannica: quello alla “ricerca della felicità”.


di Pierluigi Starace
Mi domando se quegli uomini, o almeno qualcuno di loro, fossero consci dell’incommensurabilità della potenza eversiva di quell’espressione. Essa sradicava d’un colpo quell’intrico di forme con le quali il cristianesimo aveva santificato l’accettazione della sofferenza, satanizzando, coerentemente, o almeno predicandone la fallacia e l’impossibilità, la ricerca d’una felicità in questa vita, in questo mondo. “Siamo nati per soffrire” il dogma proposto alle plebi anche da paffuti predicatori, nutriti alle tavolate dei palazzi di piissimi signori. Non fu né facile né breve il passaggio dalla carta alla storia, ma se osserviamo alla luce di quelle parole il “welfare state” d’un secolo e mezzo dopo non possiamo non considerarlo un frutto di esse. Ma esso era solo “cosa nostra”, di noi del primo mondo, ed una sua componente strutturale era un non meno strutturale nostro sfruttamento del terzo e quarto mondo. Inevitabilmente, se e quando, intorno agli anni ottanta, riuscivano a fare un viaggetto fra noi, gli abitanti di tali mondi, fra le tante nostre meraviglie, ammiravano il nostro “welfare”, ancora abbastanza in vita. Sognavano per i loro figli classi di 25 alunni, come da noi, e non l’aumento di alunni per classe da 85 a 100, non per capriccio d’un sadico dittatore, ma per l’osservanza, da parte d’un governo democratico, delle direttive del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale nel campo della spesa pubblica. Quelli che non sognavano, prendevano coscienza che il mix vigorosamente shakerato di evangelizzazione consumistica da un lato e di rapina neocoloniale dall’altro, li stava facendo sprofondare nella miseria. Sui passeggeri di questa specie di “Titanic” il lancio dell’espressione “libera circolazione delle persone”, combinandosi chimicamente con l’idea di “diritto alla ricerca della felicità” fece l’impressione d’una scialuppa di salvataggio fatta per soccorrerli. “La felicità va cercata dove si trova, e voi ci state dicendo che siamo liberi di cercarla, quindi noi eseguiamo”. Mi par ben questa la molla che-oltre all’ovvio esodo dei profughi di guerra- ha spinto, come giustamente nota Salvini, tutti gli altri migranti. Scoppiarono le primavere arabe, innescate da quella tutt’altro che primavera che fu l’assassinio di Gheddafi. Molti, anch’io, sperarono che la volontà così espressa da parte di giovani di rottamare i loro satrapi avrebbe prodotto una ridistribuzione di ricchezza nel popolo, quindi ne avrebbe arginata l’emorragia verso le coste europee. Invece il brutale strangolamento di quei movimenti, l’installazione di governi ancor peggiori dei precedenti da parte dei “poteri forti”, finì per rendere alluvionale la fuga dalle coste meridionali a quelle settentrionali del Mediterraneo, con una nuova figura, poi scimmiottata da una moltitudine di migranti dall’Africa nera, quella del “rifugiato politico”. Gli apprendisti stregoni che avevano messo in moto tutto ciò, e che erano i pupari dei nostri governi europei, avevano una priorità: scaricare il barile delle proprie responsabilità su altri. La miseria generata dalla demolizione dello stato sociale progettata a tavolino da questi Himmler senza volto, e realizzata fedelmente dai loro kapò Berlusconi, Monti, Renzi e Gentiloni, la disoccupazione di massa, figlia naturale della negazione del “full employement” come sistema di governo, era colpa dei troppi soldi che il nostro stato spendeva per gli immigrati, del loro furto di posti di lavoro a danno degli italiani. Altri kapò, anche “rosa”, cavalcanti questi ragionamenti dell’ignoranza e del furore, riuscirono a dar loro dignità politica, a verniciarli di patriottismo, a perseguire il loro scopo occulto: scatenare la guerra fra poveri. Furore, ho detto. Furore vero, e sacrosanto di pensionati al minimo, di “middle class” portata alla fame come i kulak, di inoccupati e disoccupati d’ogni età, anche loro succhiati dalle sabbie mobili senza un solo appiglio almeno per frenare la discesa, tutta gente che ha perso la capacità di concepire la felicità e quindi di poterla cercare, la cui speranza superstite nella vita è giocare a gratta e vinci o sognare un ‘Italia senza stranieri; furore che rende insopportabile l’idea che ad essa abbiano diritto un negro o un romeno. “Noi siamo disperati, OK, e non sopportiamo che altri, che magari stanno peggio di noi, abbiano il diritto alla speranza di cercare la felicità: se la cercassero a casa loro”. Questi schierati contro lo straniero non s’accorgono di agire passivamente per l’interesse dei loro occulti burattinai, il cui preciso disegno esclude la ricerca della felicità, sia per noi ( il welfare deve essere raso al suolo), sia per gli immigrati ( andassero a schiattare là da dove sono venuti). Allora la miglior reazione a questo disegno peggio che hitleriano è “fraternizzare col nemico” , cioè quello che è tale per i nuovi “Fratelli d’Italia”, dei quali Larussa è il nuovo Garibaldi. “Voi state messi male, e noi italiani vi riconosciamo il diritto alla ricerca della felicità; naturalmente anche voi, che vedete come siamo messi male noi, ce lo riconoscerete. Dopo di che potremo cominciare a ragionare sul come”.