menù



           



Natale 2019

sabato 14 aprile 2018

Basaglia, la rivoluzione della musica transazionale: Anita diventa pazza per tornare a fiorire

Uno spettacolo al confine, labile e saldo al contempo, tra la razionalità e la suggestione. Una rivoluzione, quella emozionale, che va carpita con finezza, dolcezza, quasi con malizia.

di Rocco Della Corte
Non si vede il blu del cielo, simbolo estremo della libertà, ma il celeste ricorre: dall’abbigliamento dell’attrice interpretante i volti, all’abbinamento cromatico in stile “marchio di fabbrica” del gruppo musicale, per giungere all’azzurro più scuro del cavallo che ospita al suo interno la rivoluzione basagliana. La galoppata, per restare nella terminologia equina, inizia lentamente: come una locomotiva diesel sulle linee ferrate della costa ionica calabrese, la narrazione – e la rispettiva musicalità – accolgono lo spettatore in maniera discreta, manierata, quasi snervante. Marica Roberto, con personalità e una buona dose di positiva sfrontatezza, si prende la scena, osservata dal rassicurante occhio multiplo dei musicisti, e senza tergiversare entra nel vivo del problema, della questione esistenziale: il bisogno vero, intimo, e quello indotto, provocato, sono pronti a capovolgersi nei giochi cervellotici dell’encefalo. L’ossimoro e l’iperbole, intesi come contraddizione e assurdità, sono destinati a mettersi in moto.

La confessione a cuore aperto della donna dai movimenti sinuosi, che si contorce ad esternare fisicamente i pensieri arzigogolati della mente e dare un eloquente saggio di cosa sia la contenzione non solo intesa come protocollo, è chiarissima nelle sue molteplici sfumature. Senza sfiorare il luogo comune, sull’orlo di uno spietato precipizio che può far cadere la scena e il copione, la protagonista dall’accento siciliano va alla ricerca del dottore per chiedergli di impazzire. Non è una stramberia umoristica, né un gioco delle tre carte, ma una disperata auto-analisi senza freni che rievoca i versi di Alda Merini. Le luci e la scenografia, che occupano tutto il palco, si sgretolano dinanzi alle interazioni bizzarre tra parte attoriale e parte musicale, ai repentini cambi di tono vocale, agli intermezzi musicali stessi che irrompono nel momento più o meno opportuno: tutto si fonde in un’atmosfera bizzarra, pronta alla rivoluzione, pari a quella di un temporale estivo che spazza il sole di luglio e infradicia le vallate, i prati, le margherite gialle e bianche. Ma quello che importa è «tornare a fiorire», e il grido di dolore della poetessa dei Navigli, la sua sconcertante rivelazione (quella di non essere mai stata pazza) è la stessa che ricerca Anita, sempre più stretta – come in una camicia di forza, ca va sans dire – nelle regole di una società che sbatte le porte in faccia all’individuo per pensare globalmente, alla massa, che in quanto tale e amorfa non può tener conto delle pieghe sentimentali dell’uno tra i mille, dei pochi tra i molti, degli specifici tra i plurimi. L’illuminazione, talvolta soffusa e talvolta accesa, come l’umore dell’uomo in un giorno qualsiasi, viene resa più splendente dalla musica: così Marica Roberto, tacchi e borsa che diviene seggiola al centro del palco, è abbracciata letteralmente dalle parole e dai testi interpretati e scritti da una straordinaria Daniela Di Renzo, cantautrice e psicoterapeuta, nonché lettrice di alcuni passi di Basaglia, quelli più significativi e per l’appunto rivoluzionari.
Tra lo psichiatra veneziano che rivive per mezzo delle citazioni più o meno celebri e la musica sembra azzerarsi il tempo: il lavoro, sociale e umano, di una vita viene sintetizzato in poche e pesanti parole. Il gruppo musicale, che ha ricevuto l’unanime consenso per il diretto ingresso nel cuore, fungendo da vera e propria bussola in una situazione drammaturgica che non di rado ha disorientato, volutamente, lo spettatore, ha completato l’arcobaleno caratterizzato fino all’inizio della prima canzone dal solo azzurro di cui prima. Merito dei musicisti Emiliano Begni (piano e voce), Stefano Ciuffi (chitarra), Francesco Consaga (sax soprano e flauto traverso), Ermanno Dodaro (contrabbasso), autori delle musiche insieme a Daniela Di Renzo, in un’armonia umanistica oltre che sinfonica. Difficile onestamente è stato discernere, in una miriade di impatti ottici e di parole accostate con un filo conduttore che ogni spettatore ha dovuto individuare, costruire o ricostruire, il messaggio univoco. Del resto trattandosi di uno spettacolo dichiaratamente improntato a presentare la follia come uno dei petali della rosa dei modi di essere umani, non si poteva seguire un filone rigido o razionale, ma andava dato spazio all’empirismo e alla suggestione, regalando la libertà o sbattendola in faccia al pubblico, con il suono della voce. La contraddizione, ad uno sguardo esterno, sta proprio in questo: per Anita, che è tante facce (sei, per la precisione) di un’unica anima però scissa, l’autolesionismo è l’unica via di fuga per accedere alle monadi sconosciute e bistrattate della pazzia. Finestre, queste, che aiutano in maniera innegabile a conoscersi meglio, ad accettarsi, e in questo Anita è proprio come la Merini, madrina ideale che aleggia sul Teatro, e che decideva di internarsi autonomamente per ritrovare se stessa nei luoghi dove purtroppo avveniva un altro teatro, tutt’altro che fantasioso, ma coercitivo e repressivo.
Il messaggio di Franco Basaglia, il dottore che non c’è ma è presente, in un altro paradosso stavolta necessario, è proprio quello di aver aiutato alla rivendicazione del diritto alla follia, non contemplato apertamente nella Costituzione, ma ugualmente importante. Se l’azzeramento operato da Basaglia, in quella che è stata per tanti l’unica vera rivoluzione del Novecento, comporta il fatto che aprire e chiudere abbiano lo stesso significato per una questione di punti di vista, il compimento del messaggio che “La rivoluzione nella pancia di un cavallo” ha fornito nella data zero del Teatro Tognazzi di Velletri è racchiuso in una delle citazioni più intriganti, che distolgono l’elucubrazione da ogni distrazione e riconducono, come la diga con il fiume, nell’alveo del sé ogni io: «tutti gli uomini sono pazzi, e chi non vuole vedere dei pazzi, deve restare in camera sua e rompere lo specchio». D’altronde, guardandosi allo specchio, si scoprirebbe “solo” che da vicino nessuno è normale.