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sabato 17 marzo 2018

Giorgio Zaccagnini (PD) analizza il voto: "Ci assumiamo le nostre responsabilità. Velletri partita diversa"

Dopo le elezioni del 4 marzo, la nostra Redazione ha ascoltato il segretario del PD locale Giorgio Zaccagnini per un'analisi del voto che ha visto soprattutto nei democratici diversi cambiamenti post-urne, a cominciare dalle dimissioni di Renzi e dalla reggenza di Martina. Ecco come ha analizzato il voto Zaccagnini, anche in prospettiva delle Amministrative del prossimo maggio.


Segretario, è innegabile che il PD sia uscito con tanta delusione dalla tornata elettorale appena trascorsa. Renzi ha parlato di tecnicismi, di incapacità di comunicare quanto di buono fatto. Come giudichi l'analisi del segretario nazionale e condividi la sua scelta di dimettersi? 

Le elezioni politiche ci hanno consegnato un quadro estremamente chiaro: il 70% circa degli elettori, votando per il centrodestra e il M5S, ha scelto un'idea di paese che è diversa, se non completamente opposta nei settori chiave, da quella che come Partito democratico abbiamo cercato di costruire in questi anni di governo e che abbiamo sottoposto agli elettori il 4 marzo scorso. Tradotto vuol dire che abbiamo perso le elezioni e vista la consistenza di questa sconfitta, credo che non dovremmo ricercare attenuanti, ma assumerci le nostre responsabilità. È vero, la nostra comunicazione in campagna elettorale è stata sbagliata perché colpevolmente sbilanciata sull'ottimismo, in un momento di difficoltà oggettiva per il Paese e questo ha finito per farla sembrare troppo spesso semplicistica e fuori dalla realtà. Ma la disfatta della sinistra in Italia, che esce totalmente ridimensionata da queste elezioni, non penso possa essere ridotta solo ad una incapacità di comunicare. Le ragioni sono profonde, radicate nel contesto internazionale e ancorate ad un tempo molto più lungo, durante il quale troppa polvere è stata nascosta sotto il tappeto e le paure degli italiani esorcizzate anziché essere affrontate, con il risultato che oggi la sinistra paga un prezzo altissimo in termini di consenso. In questo quadro, le dimissioni del segretario del principale partito del centrosinistra italiano sono un atto dovuto e di responsabilità, d'altronde quando la squadra non rende come dovrebbe l'allenatore è il primo a pagare, ma sarebbe un errore pensare che questo basti a risolvere i nostri problemi o, peggio ancora, che con questo gesto la discussione interna al PD possa considerarsi esaurita a tal punto da convocare immediatamente un nuovo congresso. 

Il calo di consensi ha determinato una ascesa dei partiti anti sistema. Da dove deve ripartire il Pd per tornare ai suoi livelli?

Io non credo che il Movimento 5 Stelle né la Lega possano più essere definiti partiti anti sistema. Anzi sono perfettamente e completamente radicati nella politica italiana. Le loro sono ricette antiche, che fanno leva sul malcontento profondo che investe la nostra società. Questo ha permesso loro di intercettare molto più degli altri partiti una legittima volontà di cambiamento e solo nei prossimi mesi riusciremo a capire se queste forze saranno all'altezza della responsabilità che gli elettori hanno affidato loro, o se quello che hanno promesso è in realtà un cambiamento gattopardesco. Il PD, dal canto suo, deve ripartire dalla base, ma senza l'ipocrisia di questi anni; quando si perde non si media, ma ci si confronta anche duramente. Solo da questo può nascere il nuovo. Nel farlo, dobbiamo essere consapevoli che il nostro è un sistema parlamentare, il ché significa che non siamo irrilevanti e che anche a noi spetta un ruolo in questa nuova legislatura essendo il secondo gruppo più numeroso alla Camera e al Senato: visti i risultati si tratterà di un ruolo diverso rispetto a ieri, ma comunque primario per il funzionamento delle istituzioni. Dalle assemblee pubbliche che il Partito sta organizzando sui territori in queste ore, emerge una volontà abbastanza chiara dal nostro popolo e tradirla senza coinvolgimento sarebbe imperdonabile, ma non credo nemmeno che i nostri elettori oggi ci chiedano di rimanere semplicemente a guardare quello che accadrà. Ciascun partito è portatore solo di una parte degli interessi del Paese e la politica è il compromesso tra quegli interessi diversi, che non è l'inciucio che sbandiera chi vuole passare per finto puritano, ma è la consapevolezza alta che nessuno può pensare di farcela da solo, tanto meno se si tratta di guidare un Paese complesso come il nostro in una fase difficile come quella che stiamo vivendo. Il passato dell'Italia è pieno di esempi di questo tipo che potrebbero essere citati: proprio in questi giorni ricorre l'anniversario del rapimento di Aldo Moro, basterebbe far tesoro di quella sua visione di compromesso per affrontare con maggiore consapevolezza il presente. Ma si sa che “la storia insegna, ma non ha scolari” e l'Italia oggi nemmeno una classe dirigente all'altezza probabilmente. 

Oltre il dato statistico, quali sono i motivi di tanta sfiducia mostrata anche dagli stessi militanti? Il nome di Zingaretti potrebbe essere utile, come quello di Orlando, per uno spostamento dell'asse a sinistra e una riunificazione di tutte le forze progressiste intorno al Pd? 

I militanti sono sfiduciati perché in questi anni il partito li ha chiamati solo quando era giunto il momento di contarsi. Pochissimi confronti, nessuna rete. Non credo sia questo il luogo idoneo per affrontare una discussione sulla forma partito, mi limito a dire che quella che ha prevalso in questi anni è tipica del partito all'americana: un comitato elettorale perenne, che si gonfia al momento di qualsiasi elezione e si sgonfia un minuto dopo i risultati. Per questo sarebbe l'ennesimo errore clamoroso giocare al toto nomi adesso: innanzitutto perché all'orizzonte non c'è ancora nessuna contesa e quindi trovo del tutto fuori luogo ogni fuga in avanti di pseudo candidati, ma soprattutto perché quello che serve non è un nuovo “salvatore della patria”, né tanto meno una gara interna a chi è più di sinistra. Abbiamo già dato, così rischiamo di non avere nemmeno più l'asse da spostare. 

A Velletri le percentuali non differiscono dal nazionale. Fermo restando le dovute distinzioni tra le amministrative e le politiche, come giudichi il voto dei veliterni, governati dal centrosinitra negli ultimi dieci anni? 

Il voto degli elettori non si giudica, al massimo si analizza, ma si rispetta. Tuttavia, penso anch'io che quella delle amministrative di maggio sarà una partita completamente diversa, con altri fattori già pronti a determinarla. Il più importante in quel contesto è la faccia, c'è chi davanti ai veliterni l'ha già persa quando ha male amministrato la città, generando debiti, clientele e favoritismi che hanno infangato la nostra storia. 

Mancano 60 giorni o poco meno all'ufficializzazione delle liste. Pocci è il vostro nome, ma il fronte del centrosinistra sarà unito come nel Lazio (dove Zingaretti ha vinto e il veliterno Ognibene eletto con LeU) oppure si configura una situazione sul modello nazionale? 

Credo che i risultati usciti dalle urne il 4 marzo lascino pochi dubbi su quale debba essere la strada per la sinistra italiana a tutti i livelli: si tratta di scegliere tra l'unità o l'irrilevanza. E, modestamente, ho sempre lavorato per la prima opzione. Una sinistra relegata ad un mero ruolo di presenza, senza la minima possibilità di determinare le scelte politiche, non serve al Paese. Le dinamiche nazionali ci hanno portato divisi alle elezioni e oggi siamo chiamati a leccarci le ferite anche per questo. Si può sbagliare, per carità, ma perseverare risulterebbe oltremodo diabolico. Soprattutto se guardiamo anche i dati del Lazio dove, nonostante l'unità, il centrosinistra non avrà la maggioranza nel prossimo Consiglio regionale. Questo significa che stare insieme deve essere il punto di partenza, ma le sigle da sole non bastano. Ecco perché a Velletri già da mesi siamo impegnati a costruire un progetto credibile di governo della città e l'elezione a consigliere regionale di Daniele Ognibene, con il quale colgo l'occasione per congratularmi anche pubblicamente, oltre ad essere positiva innanzitutto per la rappresentanza del territorio, credo che aiuti anche tutto il centrosinistra locale. Qui dovremo essere bravi ad interpretare le esigenze dei cittadini e credibili nelle soluzioni da adottare. Non si può pensare di amministrare Velletri senza conoscerla fino in fondo e in questo Orlando Pocci rappresenta una garanzia. Nei prossimi giorni apriremo il comitato elettorale per avere una casa comune dove far confluire le idee e i progetti per la città e saremo in grado di svelare la composizione della coalizione con la quale ci presenteremo alle elezioni. In questo quadro politico in continua evoluzione, la mia idea di fondo resta sempre la stessa per il centrosinistra: è possibile contribuire al suo successo da prospettive differenti e su questa base contaminarsi a vicenda, ma tutto diventa irrilevante se non si hanno il coraggio e la convinzione di fare innanzitutto una precisa scelta di campo.
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