venerdì 19 gennaio 2018

Archeologia: "I funerali" (a cura del Gruppo Archeologico Veliterno)

Quando arrivò alla villa di Nola alla fine del pomeriggio, Augusto era morto da circa tre ore. Il militare che il giorno prima dalla statio ad Novas era corso a Napoli per portare a Livia la notizia del grave malore di Augusto, era stato da questa rispedito sull’Appia perché raggiungesse Tiberio il più presto possibile.

di Ciro Oliviero Gravier 

Gruppo Archeologico Veliterno - Prima Parte

A perdicollo il soldato era ripartito. Alla statio aveva riconsegnato il cavallo ormai stanco più di lui, ne aveva preso uno fresco ed era ripartito con altri due compagni come scorta. Insieme avevano lentamente cavalcato alla luce delle fiaccole per tutta la notte, eccetto una sola vigilia di sonno alla mansio di Aeclanum, e avevano raggiunto Tiberio nei pressi di Silvium, in Apulia. Lui capì a volo dalla premura della madre la gravità della situazione e l’urgenza di trovarsi sul posto per assumere la successione. Invertì a sua volta la marcia e dopo sei ore di galoppo sfrenato smontò da cavallo nel cortile della villa. Ai pochissimi che erano presenti nel cubiculum al momento del trapasso, Livia aveva fatto credere che l’imperatore si era addormentato. Aveva chiuso a chiave nella stanza tre medici che predisponessero il corpo per il trasporto a Roma. Ora che finalmente Tiberio era arrivato, si poteva dare la notizia della morte, che si diffuse in un baleno: la sera la si apprese a Napoli e la mattina dopo giunse a Roma. Ad intervalli fu conclamato con grida lugubri il nome di Augusto e cominciarono le lamentazioni delle praeficae. Intanto, il corpo era stato trattato, lavato, spalmato di unguenti e rivestito della tunica e della toga. Una volta deposto sul letto, Livia gli mise nella bocca l’obolo che l’intrattabile Caronte avrebbe preteso per traghettarlo alla opposta riva dell’Acheronte sulla sua barca colore del ferro. Ma il più difficile era trasportarlo a Roma, distante duecento miglia, in una stagione estremamente calda. Fu deciso di viaggiare solo di notte. E quella sera stessa del 19 agosto il feretrum, sollevato da quaranta pretoriani fu portato nella Basilica di Nola ed esposto al pubblico saluto. Scesa la notte, si partì per la prima tappa, che fu Capua. All’ingresso della città, l’indomani mattina, 20 agosto, il feretro fu portato a spalla dai decurioni, seguiti dal popolo in abiti neri, dai suonatori e dalle praeficae, e deposto alla venerazione del pubblico nel Tempio di Giove Tifatino. La sera si ripartì: viaggiando tutta la notte, si giunse la mattina del 21 a Minturnae: il defunto fu esposto per tutta la giornata nel sacello veneratissimo della ninfa Marìca, nel fresco recinto del bosco di querce e lecci secolari, a lei sacro. Il 22, la sosta fu al Capitolium di Tarracina e, finalmente, il 23, all’ingresso nel territorio della sua Velitrae, Augusto fu accolto da una folla strabocchevole di suoi concittadini in lutto che per tutta la giornata lo vegliarono nel tempietto agreste di Sole e Luna, alla statio ad Sponsas. Il 24 mattina il feretro giunse a Bovillae: fu preso da una foltissima delegazione dell’ordine equestre, e portato finalmente nell’Urbe, nel vestibolo della sua casa al Palatino. Dalla tarda mattinata del 20, quando era giunta la lugubre notizia, fino alla mattina del 24, quando arrivò il feretro nella Città, per quattro giorni interi il Senato non aveva fatto che dibattere sull’organizzazione e lo svolgimento dei funerali. Alcuni, guidati da Gallus Asinius, proposero che il corteo dovesse entrare per la Porta Trionfale, preceduto dalla statua della Vittoria che stava nella Curia, con i canti funebri eseguiti dai figli e le figlie dei più eminenti cittadini. Lucius Arruntius immaginò una sfilata di cartelli con l’indicazione delle leggi promulgate e dei popoli sottomessi. Altri suggerirono che il giorno dei funerali ci si mettesse anelli di ferro al posto di quelli d’oro. Altri ancora chiedevano che le ceneri fossero raccolte dai sacerdoti dei collegi superiori. Saltò fuori uno a proporre che si desse il nome di Augusto al mese di settembre, perché era nato a settembre e ad agosto invece era morto. Un altro voleva far chiamare “secolo di Augusto” il periodo intercorso tra la nascita e la morte e farlo iscrivere nei Fasti … Erano proposte che, pur tenendo conto di alcune tradizioni e di determinati simbolismi, si collocavano a margine o in aggiunta a quanto Augusto stesso aveva già stabilito nei suoi “mandata de funere” che erano custoditi dalle Vestali e che furono sollecitamente portati a conoscenza del Senato. Era evidente che doveva trattarsi di funerali pubblici per “lutto nazionale” (justitium) da decretare. Come riferimento, esistevano solo due tipi di precedenti: i funerali patrizi dell’epoca repubblicana, e quelli dei membri della sua famiglia organizzati da Augusto stesso. Non si potevano prendere in considerazione le esequie di Cesare che si erano svolte nel caos, con il corpo bruciato nel Foro contro il divieto rispettatissimo previsto dalle XII Tavole. E questa volta, per giunta, era tutto diverso: appariva chiaro a tutti, anche se volutamente non esplicitato, che questa era la prima successione imperiale della storia di Roma e che, quindi, il ruolo da far svolgere a Tiberio avrebbe significato l’accettazione o meno – niente affatto simbolica - della sua successione da parte del Senato. Dopo lungo dibattito e matura riflessione, il Senato divise l’intera cerimonia che doveva aver luogo a Roma in tre fasi: le processioni, le orazioni funebri, la cremazione e deposizione delle ceneri.
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