sabato 9 dicembre 2017

Archeologia: "Le Res Gestae. Il bilancio" a cura del Gruppo Archeologico Veliterno

“Ero stato console tredici volte quando scrivevo queste memorie ed ero per la trentasettesima volta rivestito della podestà tribunizia. Quando scrissi questo, avevo 76 anni”. La tribunicia potestas gli era stata conferita per la 37a volta nel giugno del 14 d.C. e lui morì il 19 agosto. 

di Ciro Oliviero Gravier
Gruppo Archeologico Veliterno - Prima Parte



Era partito da Roma, dove faceva un calore insopportabile, ai primi di agosto, dopo avere consegnato alle Vestali una serie di documenti, comprese le Res gestae appena terminate. Augusto redasse quindi le sue Res gestae, in latino e in greco, negli ultimi due mesi della sua vita. Sentiva che stava per chiudersi il suo ciclo e che con lui stava per chiudersi un ciclo della lunga storia di Roma. Aveva bisogno di fare il bilancio e di lasciarne memoria ai posteri. Per essere più esatti, il testo non fu scritto di botto, ma quello su cui Augusto lavorò da ultimo era già stato abbozzato molti anni prima. Lo sappiamo dalla doppia datazione che lui stesso appone quasi all’inizio del documento: il tredicesimo consolato (anno 2 a..C.) e il trentasettesimo tribunato (14 d. C.). Durante questo tempo, senza dubbio, era più volte ritornato su queste annotazioni, aggiungendo via via a futura memoria le res gestae che gli sembravano più significative di essere tramandate. Ora però si trattava di rivederle ed ordinarle. Come aveva appreso da ragazzo, ricorse allo sperimentato metodo dell’oratoria. Per tenere un discorso pubblico, bisognava operare così: dapprima raccogliere il materiale (documenti, argomenti, sentimenti …) da utilizzare (questa fase si chiamava inventio), poi si procedeva a mettere in ordine tutto questo materiale secondo un criterio prescelto (cronologico, logico, psicologico …) e questa era la dispositio, poi si rivedeva il testo e lo si abbelliva con tutti gli espedienti dei tropi e delle figure (elocutio, donde eloquenza), lo si mandava a memoria utilizzando le diverse tecniche della mnemotecnica (non era permesso, infatti, leggerlo in pubblico), e infine si esponeva il discorso con ogni gestualità utile (actio) e modulando la voce nei modi più opportuni (pronuntiatio). In questo caso, trattandosi di un documento che non andava pronunciato, ma esposto per iscritto, Augusto poteva eliminare dalle sue preoccupazioni tutto ciò che riguardava l’oralità e ridurre il suo lavoro alle prime due fasi (l’inventio e la dispositio) non escludendo del tutto la terza fase (elocutio) la quale però doveva tener conto della inevitabile brevitas imposta da un’epigrafe, per quanto estesa questa potesse essere. E comunque, una volta redatto, pur nella forma più concisa possibile, Augusto consegnò alle Vestali un testo che nella sua versione latina era costituito da 2489 parole (cui furono aggiunte altre 104 di un’appendice non scritta da lui), e quando il testo fu scolpito su marmo o su bronzo, nonostante le abbreviazioni tipiche dell’epigrafia, esso occupava, su sei colonne di scrittura, uno spazio che misurava 2 metri e 70 di altezza per 4 metri di larghezza. Per quanto riguardava il materiale da utilizzare (inventio), poiché si trattava di parlare di sé e lui era quello che era, il problema non era trovarlo, ma selezionarlo (ad ogni buon conto, non partiva da zero, ma dagli appunti presi nel corso degli anni). Selezionarlo poi significava contemporaneamente ordinarlo secondo un criterio (dispositio). Augusto scelse allora di articolare il suo tema in tre sezioni (partes), che furono le seguenti: Pars prima: la sua carriera politica (honores) Pars secunda: le liberalità concesse al popolo di Roma e le spese per la monumentalizzazione dell’Urbe (impensae) Pars tertia: conquiste militari e azione diplomatica (res gestae vere e proprie) Per quanto riguarda lo stile, la prima sua scelta fu di esprimersi in prima persona, la seconda di sviluppare i concetti in frasi brevi e di immediata comprensione per il lettore, la terza di usare una struttura linguistica morfo-sintattico-lessicale che rispecchiasse il latino (e il greco) standard e corretto del suo tempo. Al di sopra di ciò, mantenne un relativo equilibrio fra le tre parti: 36,23%, 33,34%, 30,41%. Nel silenzio del suo studio al Palatino, scrisse con metodo, forse contestualmente su papiri separati in latino e in greco, affidandosi ai due celebri detti latino “Rem tene, verba sequentur” (“se possiedi l’argomento, le parole vengono da sole”) e greco “σπεῦδε βραδέως”(“affréttati lentamente”), dedicandovi per alcuni giorni buona parte delle sue non molte ore libere, dopo gli estenuanti quotidiani affari di stato. E certo dovette sentirsi soddisfatto quando finalmente riuscì a mettervi il punto finale. Lesse, corresse qua e là, forse lo mostrò alla fidata e discreta Livia, sua compagna di una vita. Ora poteva consegnare lo scritto alle Vestali, alle quali l’anno prima aveva già consegnato il suo testamento, e partire. Da Astura si sarebbe imbarcato per Capri dove si sarebbero tenuti gli esercizi degli efebi, da lì avrebbe trascorso qualche giorno a Napoli per assistere alle gare di ginnastica previste in suo onore, dopo di che avrebbe accompagnato fino a Benevento Tiberio che partiva per l’Illiria e infine sarebbe andato a riposare nella quiete di Nola, nella villa che già fu di suo padre che l’aveva ereditata dal nonno. È lì che morirà il 19 agosto.
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