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venerdì 11 agosto 2017

Velletri Archeologica: "L'Egitto di Augusto" a cura del Gruppo Archeologico Veliterno

Tutto ciò che aveva politicamente e amministrativamente a che fare con i Tolomei fu, ovviamente, soppresso o sostituito con altre forme. 

di Ciro Gravier
Gruppo Archeologico Veliterno - Seconda parte

Restò come capitale Alessandria, dove risiedeva il governatore romano e che era la sede dell’intera cancelleria da cui dipendevano tutti gli uffici sparsi sul territorio.
Il praefectus Alexandriae et Aegypti era di fatto un vicerè dotato dei più ampi poteri, contro le cui sentenze era ammesso il ricorso soltanto all’imperatore. D’altronde, l’Egitto, che meritò il titolo di regina provinciarum, era formalmente un regnum additum imperio Romanorum. Il territorio fu diviso amministrativamente in tre grandi regioni (epistrategie): il Delta, l’Eptanomide-Arsinoite e la Tebaide a capo di ciascuna delle quali c’era un epistratego (procurator ad epistrategiam), eques di nomina imperiale; ciascuna epistrategia era a sua volta suddivisa in νόμοι con a capo “nomarchi” nominati dal governatore. Di nomina imperiale era anche il juridicus, il capo – ancorchè subordinato al praefectus – di tutta l’amministrazione giudiziaria, eccezion fatta per quella criminale, che era di esclusiva competenza del praefectus. L’altro grande e fondamentale settore era quello del fisco il cui vertice era nel διοικιτής, che in seguito si chiamerà ἰδιόλογος. Tutta la popolazione maschile indigena dai 14 ai 60 anni pagava per intero la tassa pro capite detta λαογραφία, cui si aggiungevano la tassa sul raccolto, quella sul sale ed una speciale tassa per gli artigiani. Alla quantificazione e definizione di tutte queste tasse si provvedeva mediante l’aggiornamento del censimento ogni quattordici anni. Il primo prefetto scelto da Augusto fu Caio Cornelio Gallo. Era un poeta elegiaco, che aveva scritto quattro libri di poesie in cui celebrava un’attrice romana chiamata Lycoris, che in realtà era la schiava di un amico di Cicerone, Volumnius Eutrapelus, che l’aveva affrancata dandole il suo nome: Volumnia. Prima di essere la fiamma di Cornelio Gallo, era stata una delle tante amanti di Marco Antonio. Amico di Ottaviano, dopo Azio, con la ripresa della guerra (quella che fu chiamata bellum alexandrinum), fu incaricato, con il grado di praefectus fabrum di raggiungere via terra Alessandria partendo dalla Cirenaica, mentre Ottaviano puntava sulla capitale dalla Siria. Cornelio sbaragliò sistematicamente tutte le difese antoniane fino a quella dell’isola di Faros, ricongiungendosi in Alessandria alle truppe di Ottaviano. Da Plutarco apprendiamo che fu lui a parlamentare con Cleopatra nella settimana (1°-9 agosto del 30) tra la morte di Antonio e il suicidio di lei. Successivamente effettua, sempre su ordine di Ottaviano, delle veloci perlustrazioni di “pacificazione”, ivi compresa una spedizione verso l’estremo sud, al livello della prima cataratta, come testimonia la stele trilingue (latino, greco e geroglifico) di File (risalente al 29, e il cui testo gli procurerà il fatale conflitto con il Senato). In essa si legge tra l’altro: “Gaio Cornelio Gallo …, cavaliere romano, primo prefetto di Alessandria e d'Egitto, dopo la sconfitta dei re ad opera di Cesare figlio di un dio, vittorioso in due battaglie campali nei quindici giorni durante i quali soppresse la rivolta della Tebaide … avendo condotto il suo esercito oltre le cateratte del Nilo, regione nella quale mai in passato erano state portate truppe dal popolo romano o da monarchi egiziani; … avendo ricevuto a File ambasciatori del re degli Etiopi … dedicò questa offerta di ringraziamento …”. Partendo dall’Egitto per Roma, Ottaviano vi lasciò Cornelio come suo delegato personale in attesa di fargli avere una nomina giuridica ad hoc, che fu formalizzata a seguito di una legge comiziale fatta varare subito, e con la quale furono stabilite le basi giuridiche di quello che di lì a breve sarà il praefectus: l’Egitto era d’ora in poi una provincia su cui esercitava l’imperium (ossia il comando supremo) unicamente Ottaviano che lo delegava ad un governatore scelto da lui. Questa carica però non costituiva una magistratura: quindi non possedeva alcuna autonomia propria: tutti i poteri ad essa affidati e da essa esercitati erano unicamente una delega temporanea dell’imperatore. Spettò dunque a Cornelio il gravoso compito di installare, con tatto non privo di decisione, tutta la macchina amministrativa che abbiamo descritta, e di avviarne il funzionamento. Di sicuro era già praefectus (quindi nel pieno esercizio dei suoi poteri delegati) quando, ricevuti a File i rappresentanti del re etiope, come continua nella sua stele, lo protesse, avendo cura di insediare però “un principe nel Triacontaschoenus, un distretto dell'Etiopia” (si trattava di terre che noi oggi chiameremmo Sudan). Era quello che aspettava il Senato (a cui non era andata giù la nuova formula della gestione delle province e, soprattutto, la sua esclusione da quella del ricchissimo e prestigioso Egitto, con l’aggiunta del mai sopito contrasto con la classe dei cavalieri) per aprire un sotterraneo conflitto con Augusto. Cornelio fu accusato di abuso di potere sulla base delle sue decisioni, per così dire di “politica internazionale” (i rapporti tra l’Egitto, territorio romano, e l’Etiopia fuori del limes, con annessa creazione dello stato cuscinetto del Triacontaschoenus). La politica internazionale era stata, per tutta la durata della Repubblica, di esclusiva competenza del Senato o dei suoi rappresentanti senatori governatori delle province. Questo atto di Cornelio, cavaliere e non senatore, costituiva quindi un vero e proprio vulnus contro il Senato: un precedente da non far passare. Così si pretese che il governatore congiurava di fatto contro il principe, con l’aggiunta di altre accuse non provate, quali certe amicizie pericolose. Il Senato forzò la mano confiscandogli tutti i beni ma, abilmente, attribuendoli ad Augusto. Augusto, che aveva bisogno di tempo per fare ingoiare il rospo al Senato, nonostante i sostanzialmente buoni rapporti con Cornelio, non lo difese, ed anzi lo escluse dall’ordine equestre e l’allontanò dalla sua corte. Cornelio si suicidò.