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sabato 8 luglio 2017

Velletri Archeologica: Marco Antonio (Parte II di V) a cura del Gruppo Archeologico Veliterno

Dopo Farsalo, mentre Cesare, diventato dittatore, restò in Oriente, Marco Antonio, nominato magister equitum, guidò la politica militare e la polizia nella penisola.

di Ciro Gravier


In tale veste, per sedare un tumulto provocato da Dolabella, non esitò a trucidare le prime cinquanta persone in cui si imbattè nel foro. La legge sulla cancellazione dei debiti che Dolabella voleva far passare ad ogni costo non fu approvata, ma i tumulti continuarono fino al ritorno di Cesare (settembre 47).
Cesare fu salomonico: non permise ad Antonio di accedere al consolato per l’anno seguente e allontanò Dolabella da Roma portandoselo con sé in Spagna a reprimere l’ultimo focolaio di pompeiani. Di ritorno a Roma, Cesare scelse Dolabella console per l’anno 44. Marco Antonio, in quanto augure, si oppose sostenendo che i presagi non erano favorevoli. La questione fu messa all’ordine del giorno del Senato per la seduta delle Idi di marzo … Ma nel frattempo Marco Antonio era stato eletto console insieme a Cesare. Per cui, alle Idi di marzo, si trovò ad essere l’unico console in funzione. Fu chiaro immediatamente che i cesaricidi e i loro protettori non avevano nessun progetto politico al di fuori dell’eliminazione fisica di quello che essi consideravano un tiranno: peraltro, erano la risultante di due opposizioni: quella politica vera e propria che si rifaceva a Pompeo e quella filosofico-idealistica che si rifaceva agli ideali della Repubblica. D’altra parte c’erano i sostenitori di Cesare e la plebe. E poi c’era l’esercito, quasi interamente favorevole alla causa di Cesare. Il rischio che si giungesse prestissimo ad un bagno di sangue e ad una nuova guerra civile era fin troppo reale. Dopo un giorno di incontri frenetici, in qualità di console, Marco Antonio convocò il Senato per il 17 marzo nel Tempio della Dea Tellus e, nel corso di una seduta tesissima, si giunse a un compromesso che sembrava l’unico praticabile al momento: nessun processo contro gli uccisori di Cesare ma approvazione di tutti gli atti e decreti emanati da Cesare. In pratica: nessuna condanna per l’ucciso e nessuna pena per gli uccisori. Manifestamente era una cosa senza senso che non poteva durare, e infatti si sfaldò in due giorni. Ma fu utile a Marco Antonio che si pose come difensore del bene comune e della pace spiazzando Lepido che voleva raggiungere per sé lo stesso risultato ricorrendo alla forza. Bisognava procedere ai funerali. Illudendosi di essere lui l’erede designato, Antonio fece aprire in casa sua e alla presenza del suocero di Cesare il testamento che Cesare aveva redatto alle Idi di settembre del 45 e aveva affidato alla Vestale Maggiore. Per un quarto ereditavano i fratelli Lucio Pinario e Quinto Pedio (figli del primo matrimonio della sorella di Cesare, Giulia) e per i tre quarti il pronipote Caio Ottavio che veniva anche adottato. Marco Antonio ne fu grandemente deluso ma, informato anche del fatto che il giovane Ottavio stava giungendo a Roma per raccogliere l’eredità non solo di denari ma anche e soprattutto politica di Cesare, cercò di prevenirlo cambiando completamente atteggiamento rispetto alle sue precedenti posizioni concilianti. E così il 20 marzo tenne, sui rostri del Foro, dinanzi al corpo di Cesare e sventolando la toga insanguinata (“qui colpì Cassio, qui inferse il colpo Bruto, qui affondò il pugnale Casca …”) il famoso discorso che suscitò la più viva emozione del popolo al quale Cesare lasciava 300 sesterzi pro capite e i bellissimi giardini sul Tevere. Ottavio, ormai diventato per via dell’adozione Caio Giulio Cesare Ottaviano, giunse a Roma agli inizi di maggio. Durante i quasi due mesi dalla morte di Cesare, non era stato con le mani in mano. Era passato per Cuma ad incontrare Cicerone, persona influentissima, al quale disse di essere per una politica filosenatoriale. A Cicerone fece credere che non era venuto solo a dichiarargli le sue intenzioni, ma a chiedergli protezione e consigli e quello si illuse che un princeps in re publica assistito magari da un senatore di grande esperienza quale era lui avrebbe riportato la pace e ristabilito la repubblica, e si adoperò con le orazioni (le Filippiche) e la fitta trama delle sue amicizie ad ostacolare le mene di Antonio mettendo in buona luce il giovane Ottaviano. Ma neanche Antonio era stato con le mani in mano. Si era fatto consegnare da Calpurnia, la vedova di Cesare, tutti i documenti del dittatore, più 4000 talenti che Cesare teneva da parte, e aveva fatto trasportare a casa sua l’intero tesoro pubblico, che ammontava a 700 milioni di sesterzi. Con i soldi aveva pagato tutti i suoi debiti e comprato tutti coloro che erano in vendita. Con le carte, comprese quelle false, che si rifiutò di mostrare al Senato, aveva assegnato incarichi e magistrature a chi riteneva utili a sé, avvalendosi della decisione che il Senato aveva assunto tumultuosamente di approvare tutti gli atti di Cesare senza neanche conoscerli. Quando finalmente Antonio ed Ottaviano si incontrarono a Roma, l’erede pretese, come era suo diritto, che gli venissero consegnati i documenti e i denari dell’eredità. Marco Antonio glieli negò (i soldi li aveva dilapidati e le carte, soprattutto quelle false, non esistevano neppure). Allora Ottaviano impegnò, vendendoli o ipotecandoli, tutti i suoi averi (terreni e proprietà, che non erano pochi, essendo figlio e nipote di banchieri) e con i soldi suoi in primo luogo eseguì la volontà di Cesare di distribuire 300 sesterzi a testa al popolo (cosa che Antonio aveva avuto la grande imprudenza di trascurare) e, in secondo luogo, reclutò un grandissimo numero di veterani fedelissimi di Cesare pagandoli quattro volte in più di quanto Marco Antonio non pagasse i suoi soldati. A questo punto disponeva del favore maggioritario del Senato (che lo nominò propretore), del consenso entusiasta del popolo e di una forza armata sicura e più che sufficiente per accettare lo scontro.