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venerdì 28 luglio 2017

Velletri Archeologica: Marco Antonio (Parte V di V) a cura del Gruppo Archeologico Veliterno

Già la sola notizia di un trionfo celebrato ad Alessandria e non a Roma, come se l’Urbe non fosse più la capitale dell’Impero, e l’attribuzione di titoli iperbolici insieme all’assegnazione di province quasi tutte territorio di Roma a degli stranieri senza nessuna autorizzazione del Senato romano nell’ambito di una “mascherata” aveva profondamente scosso l’opinione pubblica, sempre fiera e tradizionalista, a Roma. 

di Ciro Gravier


Per giunta, Antonio volle aggiungerci la ciliegina, inviando al Senato un notifica delle donazioni fatte, provocandolo a riconoscerle o ad osare di respingerle. Ma il bersaglio principale era, di tutta evidenza, Ottaviano di cui era trascurata ogni legale adozione di Cesare a favore della filiazione illegittima e l’eredità, altrettanto illegittima, di Cesarione.
Ottaviano, la cui posizione politica è in tal modo minata alle fondamenta, ovviamente reagisce accusando Antonio di tradimento di tutti i più sacri valori di Roma a favore di quelli orientali, di aver fallito tutte le sue dissennate campagne militari che hanno provocato il disdoro delle armi romane e la morte inutile di migliaia di soldati, di comportarsi come un padrone assoluto di territori che invece appartengono allo Stato romano, di vivere nella dissolutezza e nella lussuria con una finta moglie e reale concubina. Siamo giunti all’anno 33. Il 1° di gennaio Ottaviano inaugura il suo secondo consolato. In primavera parte per la Dalmazia per una terza campagna illirica al termine della quale l’intera costa adriatica passa sotto il controllo romano. Antonio, invece, alleatosi di nuovo col re Artavazde di Atropatene (l’attuale Azerbaigian iranico), parte in estate in direzione del fiume Araxe, sull’altopiano armeno perché con l’aiuto dei Parti quell’Artaxias che era sfuggito al tranello rivendicava il trono di Armenia. E poi, a novembre, ritira dall’Armenia le 16 legioni che vi aveva lasciato (ne ha bisogno per contrastare Ottaviano in occidente per lo scontro ormai inevitabile) e affida il controllo della frontiera armena con la Partia a Polemone del Ponto. Il 31 dicembre scade il secondo quinquennio del triumvirato, che non è più rinnovato. L’anno 32, in base all’accordo del Miseno, sono consoli Gneo Domizio Enobarbo e Caio Sosio, entrambi del partito di Antonio. Il 1° giorno dell’anno comincia con un veemente discorso di Caio Sosio in Senato contro Ottaviano, deliberatamente assente. Ma poi Ottaviano ritorna a Roma a febbraio e, sempre accompagnato da una foltissima scorta armata, pronuncia discorsi di fuoco contro Antonio. L’atmosfera si infiamma a tal punto e così pericolosamente per gli antoniani che, nel mese di marzo, entrambi i consoli, con 300 senatori, lasciano Roma per Efeso, il quartier generale di Antonio, sempre accompagnato dall’inseparabile Cleopatra. Enobarbo è sul punto di convincere Antonio a non fare immischiare la regina d’Egitto in fatti che riguardano lo Stato romano e gli suggerisce di istituire ad Alessandria con i 300 senatori un nuovo Senato, alternativo e in opposizione, a quello di Roma, quando Cleopatra fa valere su Antonio tutto il peso della sua maestà e del suo fascino. Così Enobarbo lascia Antonio e passa nel campo di Ottaviano, seguito, da lì a poco, da Lucio Munazio Planco ed altri. Da Efeso Antonio si sposta prima a Samo (aprile), poi ad Atene (maggio), e all’inizio dell’estate divorzia ufficialmente da Ottavia. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: questa volta non si trattava più di un atto politico ostile, ma di una gravissima offesa personale con l’aggiunta di uno sberleffo (ad Ottaviano scrisse infatti: “Che cosa ti ha cambiato? Il fatto che mi accoppio con una regina? È mia moglie. Non sono forse nove anni che iniziò? E tu ti accoppi solo con Drusilla? … Conta forse dove e con chi ti accoppi?”). Ottaviano, furente, superò ogni formalismo e si fece consegnare dalle Vestali il testamento di Antonio (che ci fosse un suo testamento a Roma fu una soffiata che gli fecero i transfughi) e – interpretando a sua convenienza il testo – ne lesse in Senato, commentandoli asperrimamente, i codicilli più “irricevibili”: 1) Cesarione, figlio naturale di Cesare, di Cesare deve essere il legittimo erede; 2) alla sua morte, vuole essere sepolto ad Alessandria nel Mausoleo di Cleopatra; 3) dopo la sua morte, l’Oriente deve restare ai figli suoi e di Cleopatra, secondo le “donazioni” fatte ad Alessandria. Dinanzi a tali propositi, non fu difficile ottenere dal Senato la dichiarazione di guerra, non ad Antonio però (onde evitare di aprire formalmente una nuova guerra civile), ma all’Egitto e alla sua regina. Per questo Ottaviano è proclamato dux e l’intero Occidente gli giura lealtà. Era il mese di luglio. Comincia una “drôle de guerre” che si trascina per più di un anno fino al 2 settembre del 31 (v. LA BATTAGLIA DI AZIO), e poi ancora un’altra “drôle de guerre” fino al 1° agosto del 30, quando Ottaviano penetra ad Alessandria. Antonio aveva cercato disperatamente di difendersi, ma era stato progressivamente e rapidamente abbandonato da tutti. La triste conclusione ha tutta l’apparenza di un feuilleton. Straziato dal dubbio di essere stato abbandonato e tradito dalla stessa Cleopatra, di cui apprende la morte, con Ottaviano a poca distanza dal palazzo, ordina allo schiavo Eros di colpirlo con la spada. Costui sguaina l’arma e si trafigge lui stesso. Allora Antonio con la stessa spada si colpisce, non riuscendo però a darsi il colpo fatale. Nel frattempo gli viene annunciato che no, Cleopatra non è morta, e allora chiede di essere trasportato nel Mausoleo impenetrabile. Viene issato con delle funi ed entra per una alta finestra. Muore fra le braccia della regina.