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venerdì 21 luglio 2017

Velletri Archeologica: Marco Antonio (Parte IV di V) a cura del Gruppo Archeologico Veliterno

Fu un accordo effimero. Antonio non consegnò l’Acaia e Ottaviano pur di mettersi con Livia ripudiò Scribonia, la sorella del suocero di Pompeo, che aveva sposato in base ai patti. Conseguentemente riprese il blocco navale e ricomparvero i pirati. 

di Ciro Gravier


La guerra continuò più accanita di prima. Si imponeva un terzo accordo, questa volta tra i soli triumviri contro Pompeo. Fu l’accordo di Taranto (primavera del 36). Antonio consegnava ad Ottaviano 120 delle sue navi contro Pompeo e Ottaviano consegnava ad Antonio quattro legioni contro i Parti. Lepido forniva ad Ottaviano navi e truppe, e il triumvirato era rinnovato per un altro quinquennio. Sesto fu definitivamente sconfitto a Nauloco il 3 settembre del 36 e scappò verso l’Asia.
Quanto a Lepido, il terzo incomodo dei triumviri, si trovò del tutto emarginato, al Circeo, con la sola carica di Pontefice Massimo. Antonio era venuto a Brindisi insieme alla moglie Ottavia e alle due figlie (la seconda era nata ad Atene il 31 gennaio del 36): le lasciò in Italia per correre alla sua guerra e alla sua Cleopatra e ai tre figli che nel frattempo aveva avuto da lei. L’anno prima aveva celebrato con la regina d’Egitto un matrimonio ufficiale in piena regola che, però, non aveva nessunissimo valore per il diritto romano. Per giunta, Cleopatra era tuttora sposata con il fratello Tolomeo e Antonio lo era con Ottavia. Ma nella mente dei due amanti-sposi, che non si facevano certo scrupoli etico-giuridici, questo era solo il primo passo per la creazione di un impero romano-egiziano orientale con una nuova dinastia. Antonio e Cleopatra avevano dunque un vero e proprio progetto politico da realizzare, al termine del quale poteva esserci o non esserci – questo sarebbe dipeso dalle circostanze (avevano comunque in mano una carta importantissima da giocare: Cesarione, il figlio di Cesare) – anche il dominio dell’Occidente. E si misero subito all’opera riprendendo l’eterna guerra contro l’impero dei Parti (campagna del 36). Un esercito colossale di 100.000 uomini (soldati romani, egizi, alleati e mercenari) e un convoglio di 300 carri che trasportavano arieti e macchine d’assedio, partito da Antiochia, fu concentrato a Zeugma sulla riva destra dell’Eufrate. Il piano però (forse concordato con il re dell’Armenia, anch’essa eterna nemica dei Parti) non era di attraversare il grande fiume e puntare dritto in direzione sud sulla capitale Ctesifonte, bensì di risalire il fiume e raggiungere l’Armenia a nord, da dove sfociare nella Media e, seguendo il Tigri, ritrovare Ctesifonte da est: una deviazione di circa 8000 stadi (1500 km) da coprire in 2-3 mesi di marcia, al fine di neutralizzare, su un terreno montuoso, la formidabile cavalleria dei micidiali arcieri parti. I quali, ovviamente non smisero mai di disturbare la marcia fino all’Armenia, anche nei territori della Commagene e della Cappadocia, senza però gravi inconvenienti per l’intero convoglio. Lì, però, le macchine da guerra si rivelarono intrasportabili, e Antonio fu costretto a lasciarle indietro con due legioni, mentre lui entrava nella Media (l’attuale Azerbaigian) diretto ad assediarne la capitale Fraata (metà agosto del 36). Fu un errore imperdonabile: presto, dinanzi alle mura fortificate della città assediata, si rese conto che non avrebbe mai potuto prenderla senza le macchine da guerra lasciate indietro. I Parti e i Medi, a loro volta, con l’esercito romano ormai lontano, assalirono le due legioni avendone facilmente ragione e distruggendo tutte le macchine. Come immediata conseguenza, il re di Armenia, Artavasde II, si ritirò dall’alleanza. Antonio aprì trattative col re dei Parti, Fraate IV, ma questi non accettò nessun negoziato. Non c’era altro da fare che tornare indietro per la stessa strada, costretto a combattere durante il percorso non meno di 18 cruente battaglie in 26 giorni contro il nemico. Finalmente in Armenia, rientrò in Siria, in inverno inoltrato, avendo perso 80.000 uomini. L’intera campagna si era conclusa con un enorme evidente fallimento, del quale volle dare tutta la colpa al tradimento degli Armeni dei quali prese a meditare la vendetta, insieme a Cleopatra che intanto aveva raggiunto in Egitto. Ottavia, da parte sua, lo considerava sempre suo marito e convinse il fratello Ottaviano a permetterle di andargli incontro con molti soldi e duemila soldati scelti per la nuova spedizione che Antonio stava preparando. Ma, giunta nel marzo del 35 ad Atene, ad aspettarla trovò una delegazione di funzionari egiziani di second’ordine che le consegnarono una lettera di Antonio con cui questi la ringraziava dei doni, che accettava, e le consigliava di tornarsene subito e tranquillamente a Roma. Da onesta matrona romana, ubbidì agli ordini del marito. Il resto dell’anno 35 trascorse sul piano politico a tessere trame e relazioni per la spedizione vendicativa contro gli Armeni il cui re era sospettato ora di intendersela con Ottaviano. Grazie all’intermediazione di Polemone, re del Ponto, viene conclusa un’alleanza con gli ex-nemici Medi e nel 34 Antonio parte per Artaxata, ai piedi dell’Ararat. Il vero scopo della spedizione non è però la guerra guerreggiata, ma attirare tutta la famiglia reale armena in un tranello e catturarla. Il progetto riesce: uno solo della famiglia (Artaxias, il figlio del re) riesce a sfuggire, mentre Artavasde è trascinato in catene – si dice d’oro – dietro al carro di Antonio nel trionfo che si celebra ad Alessandria d’Egitto. L’intera Armenia è invasa e diventa uno stato soggetto del Regno d’Egitto. Terminata la festa, tutto il popolo fu convocato al Gymnasium. Lì, su troni d’oro, sedevano Antonio, vestito da Dioniso-Osiride, e Cleopatra, vestita da Iside-Afrodite. Attorno a loro, il figlio di Cesare (Cesarione, di 13 anni, vestito da Horus, figlio di Iside) e i loro tre figli (i gemelli Alessandro Elios e Cleopatra Selene, di 6 anni, e Tolomeo Filadelfo, di 2 anni). Nel silenzio universale, Antonio si alzò e solennemente proclamò Cleopatra VII Regina dei Re e delle Regine, regina d’Egitto, di Cipro, di Libia e della Celesiria; Alessandro Elios re dell’Armenia (conquistata) e della Media e della Partia (da conquistare); Cleopatra Selene regina della Cirenaica; e Tolomeo Filadelfo re della Fenicia, della Siria e della Cilicia. Cesarione ebbe uno statuto speciale: fu proclamato, in quanto figlio (illegittimo) di Cesare, erede (legittimo) di Cesare, e per intanto co-reggente della madre Cleopatra col nome di Tolomeo XV e assumeva il titolo di Re dei re e Re dell’Egitto.