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venerdì 14 luglio 2017

Velletri Archeologica: Marco Antonio (Parte III di V) a cura del Gruppo Archeologico Veliterno

Lo scontro avvenne a Modena il 14 aprile del 43. Marco Antonio si era ostinato a pretendere il cambio delle province (Cisalpina contro Macedonia) tra lui e Decimo Bruto, il quale non accettò e si installò in Cisalpina. Antonio lo assediò a Modena. 

di Ciro Gravier


Il Senato incaricò allora i consoli e il propretore (Ottaviano) a sloggiarlo. Marco Antonio fu sconfitto, ma i due consoli perirono nella battaglia. Senza preoccuparsi di inseguire Antonio che si rifugiò nella Transalpina protetto da Lepido, Ottaviano tornò a Roma con le sue legioni: il Senato dovette accettarne l’elezione a console fatta dai comizi, benché non avesse ancora l’età legale (10 agosto del 43).

Il padrone era lui. Fece abrogare l’amnistia concessa ai cesaricidi: il che significava punirli con la massima pena. Conseguentemente, fare loro la guerra. Per fare la guerra, non aveva bisogno soltanto di armi, ma soprattutto di avere le spalle coperte da Antonio che, nonostante tutto, restava un cesariano. E qui si colloca il suo primo grande capolavoro politico: allearsi con Marco Antonio dopo avere combattuto contro di lui. All’incontro di Bologna tra lui, Antonio e Lepido, si sancisce il patto che fu chiamato “secondo triumvirato” e che – diversamente dal primo (quello tra Cesare, Pompeo e Crasso) che era restato un accordo privato – fu formalizzato dalla lex Titia del 27 novembre 43: i tre furono riconosciuti per un quinquennio Triumviri Rei Publicae Constituendae Consulari Potestate ("III VIR RPC"). Per raccogliere i soldi necessari alla spedizione e nel contempo eliminare alla radice ogni possibile contestazione, furono redatte le liste di proscrizione: coloro i cui nomi erano scritti giorno per giorno su questi elenchi resi pubblici mediante affissione, dovevano essere uccisi e i loro patrimoni confiscati. Si calcola che furono soppressi in questo modo non meno di 300 senatori (tra cui lo stesso Cicerone) e 2000 equites. Se a portare la testa mozzata di costoro nel Foro era un uomo libero, riceveva una ricompensa di 25.000 denari, se invece era uno schiavo riceveva 10.000 denari e la libertà. La duplice battaglia di Filippi (ottobre 42), il cui merito principale è da ascrivere ad Antonio, mise un punto finale all’avventura politica e umana dei cesaricidi. I triumviri si spartirono i territori dello Stato: Oriente ad Antonio, Occidente ad Ottaviano, Africa a Lepido. Antonio coltivava l’ambizione di fare quello che né Cesare né Ottaviano erano riusciti a fare: vendicare la sconfitta di Crasso a Carre dell’anno 53, portando così il limes romano fino all’India, sulle tracce di Alessandro Magno. E già questo bastava ampiamente per dare una ragione alla guerra. Ma sopraggiunse anche un casus belli specifico. Quinto Labieno, uno dei capi dell’esercito dei cesaricidi, riuscito a scappare dalla battaglia di Filippi, si era rifugiato presso i Parti e si unì a loro nella spedizione contro i Romani, conseguendo notevoli successi, finchè i Romani non ripresero il sopravvento, sotto la guida di Publio Ventidio, che sconfisse ed uccise Labieno (anno 39) e riportò l’anno successivo i confini al punto di partenza. Ventidio andò a Roma a conseguire il trionfo (fu l’unico generale romano a conseguire un trionfo militare contro i Parti) e Antonio restò tutto l’inverno 38-37 ad Atene a preparare la nuova campagna. Durante questo tempo, Ottaviano, al suo ritorno in Italia da Filippi, aveva l’urgenza di ricompensare i suoi soldati, che per la stragrande maggioranza erano ultraveterani di Cesare. Per ciò, individuò 18 città che essendogli state ostili, meritavano una punizione e ne confiscò un po’ troppo sbrigativamente le terre per distribuirle ai soldati. Sull’inevitabile malumore soffiarono il fratello di Antonio, in quanto console, e quella virago della moglie Fulvia (era evidente che Antonio giocava su due piani) provocando una sollevazione generale cui Ottaviano rispose con la presa di Perugia ed una strage terribile (Idi di marzo del 40). Non si poteva permettere né dilazioni né clemenza poiché il figlio del defunto Pompeo occupava l’intera Sicilia e con il blocco navale impediva i rifornimenti annonari in Italia. Nella confusa situazione delle incursioni partiche, un principe della Giudea, Antigono II, approfittando della presenza dei Parti e con il loro aiuto, aveva attaccato Fasaele ed Erode il Grande rispettivamente governatori di Gerusalemme e di Galilea (che Marco Antonio aveva nominato tetrarchi nel 41). Marco Antonio era stato costretto ad accorrere, ma non arrivò mai perché “si era distratto” per strada: a Tarso – era ancora il 41 - aveva incontrato Cleopatra, la regina dell’Egitto e, invece di proseguire verso la Giudea, aveva seguito la regina ad Alessandria e ne era diventato l’amante. I rivoltosi espulsero sia i tetrarchi che i Romani che erano di stanza (anno 40). Il superstite Erode si era rifugiato a Roma dove Antonio lo ritrovò. Infatti, la guerra di Perugia (non altro che una ruvida prova di forza fra gli “antoniani” e gli “ottaviani” da un lato e l’occupazione della Sicilia da parte dei “pompeiani” dall’altro) indusse Antonio e Ottaviano a soprassedere – almeno per il momento – ai loro contrasti e a stipulare un accordo, che fu il trattato di Brindisi (anno 40), a suggellare il quale fu stabilito il matrimonio fra Antonio e Ottavia, la sorella di Ottaviano, allora appena rimasta vedova di Caio Claudio Marcello e incinta del suo terzo figlio . Dopo la luna di miele, Antonio ripartì per l’Oriente, stabilendosi con la moglie ad Atene, dove, alla fine dell’estate del 39, nacque la loro prima figlia, Antonia Maggiore. Messa così una pietra sulla guerra di Perugia, restava la Sicilia (e insieme anche la Sardegna e la Corsica) sempre bloccata dalla flotta di Sesto Pompeo (che si faceva chiamare “figlio di Nettuno”) e dai pirati di cui era il mandante, con conseguenti enormi difficoltà per il rifornimento dell’annona e non meno inevitabili tumulti a Roma. Antonio, a sua volta, che scalpitava dal desiderio di intraprendere la sua spedizione contro i Parti, non poteva permettersi di partire lasciandosi alle spalle un Mediterraneo senza controllo. Con la mediazione della madre e del suocero di Pompeo, i triumviri e Sesto si ritrovano a Miseno all’inizio del 39. L’accordo, difficoltoso, si conclude con un compromesso onorevole per i triumviri e molto onorevole per Pompeo, che è nominato governatore della Sicilia, della Sardegna, della Corsica e dell’Acaia (il Peloponneso), e inoltre riceve un’indennità di 70 milioni di sesterzi, in cambio della fine degli atti di pirateria e della ripresa regolare dei rifornimenti di grano verso l’Italia.