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martedì 18 luglio 2017

Paolo Di Paolo: “Mi sento novecentesco rispetto alle strutture culturali e interrogo quel secolo”

Con una platea letteralmente incantata e una duttilità nell’esporre ragionamenti, riflessioni e collegamenti, il professor Paolo Di Paolo ha riscosso grandissimo successo nella presentazione dei due romanzi di cui si è dibattuto, Papà Gugol e Una storia quasi solo d’amore.

di Rocco Della Corte


VELLETRI - Nel dialogo con il bravo e puntuale Ezio Tamilia, lo scrittore ha utilizzato un linguaggio coinvolgente e adatto per rivolgersi ad un pubblico di bambini e di adulti, con una lucida disamina delle situazioni inserite nelle narrazioni. Emilia e Carl sono due bambini diversi ma accomunati dalla curiosità, dall’ingenua volontà di sapere come vive l’altro, quasi da una sana invidia per le usanze che vigono nelle rispettive case. Teresa e Nino, invece, sono un binomio che scatena il pensiero in una storia “quasi” solo d’amore, con l’avverbio quanto mai provocatorio. Al termine della presentazione e dopo un lungo firma-copie, Paolo Di Paolo ha rilasciato un’intervista in cui ha approfondito alcuni temi e parlato di altri più spiccatamente letterari, a cavallo tra due secoli. 

Paolo Di Paolo, uno degli argomenti che ha interessato particolarmente l’eterogeneo pubblico presente al Chiostro questa sera è quello del discorso intergenerazionale. Lei ha utilizzato termini come “staffetta” quasi obbligata e bloccata, ha paventato la possibilità di investire nelle comunicazioni tra generazioni, fatto cenno alla diversa modalità di “ribellione” rispetto al passato. Qual è il problema principale, a suo avviso e da un punto di vista letterario, nella dialettica generazionale? 

Non sono né un sociologo, né uno storico e nemmeno un antropologo, posso solo dire, a livello di sensazioni, che mi pare una staffetta un po’ “bloccata”. Ed è forse bloccato anche il dialogo, o quantomeno affaticato, fra generazioni. Una dialettica fatta anche di attrito c’è sempre stata, in ogni secolo e a ogni latitudine, ma in questi ultimi anni – in Italia e forse non solo – temo ci sia poca voglia di parlarsi davvero, con franchezza, togliendo di mezzo – da una parte e dall’altra – un po’ di luoghi comuni. 

Più in generale, la rete grazie all’informatizzazione e all’avvento dei social – che come ha giustamente ricordato fino a una decina di anni fa erano praticamente inesistenti – dà la possibilità a tutti di esprimersi. Il fatto che spesso si creda a una fake news e poi la si critichi facendo disamine quasi spietate su quella stessa notizia falsa non è paradossale, se non contraddittorio? 

Non lo è perché dipende dallo strumento con cui ci si accosta all’informazione, al sapere parcellizzato e nebuloso della rete. Quando si entra in questo sistema conoscitivo con un senso critico solido si può verificare, smontare, chiarire. Naturalmente lo si fa in uno “stato d’assedio”, di fronte a un uditorio potenziale che mette tutto in discussione. È saltato un principio di autorità che veniva da una competenza certificata: prima vi erano detentori di un sapere, a cui ci si poteva certamente ribellare, ma mettere in discussione quel sapere significava discutere sulle forme e sui modi, non sull’autorità. Quelle competenze, nel 90% dei casi, erano incontrovertibili, si contestava semmai un principio d’autorità. Oggi anche chi si fa portatore di competenze è sullo stesso piano di chi non ne ha nessuna. Un complottismo visionario sta sullo stesso piano di una teoria esposta da uno scienziato o da un filosofo, che hanno crediti ben più significativi. 

L’attività di scrittore, oggi, quali difficoltà presenta? E se dovesse indicare una ragione, direbbe che si scrive pensando a se stessi – come fanno molti, oppure pensando al lettore, al messaggio. In pratica, a cosa si pensa di più dopo aver messo la parola “fine” ad un’opera, seppur con un finale aperto? 

È una domanda molto impegnativa. Io credo che si scriva immaginando un potenziale interlocutore, e seguendo una specifica ambizione. Si scrive – o almeno io scrivo – per muovere qualcosa nel lettore: un’emozione, un interrogativo. Per non lasciarlo indifferente, impermeabile, distante. Non sempre ci si riesce, ovviamente. 

Dalle sue parole, parlando di strutture conoscitive novecentesche, è emerso un certo orgoglio nell’appartenere, anagraficamente e non solo, al Novecento? Qual è stato il messaggio più importante, dal punto di vista letterario e semplificando estremamente, lasciato dal secolo appena trascorso? 

Non è un orgoglio perché non si sceglie l’anagrafe, non ho scelto di nascere nel Novecento. Certo il ‘900 è un secolo che più viene allontanato dal tempo e più diventa complesso da capire: altro che “secolo breve”! La formula ha funzionato come slogan storiografico e giornalistico, ma in realtà il Ventesimo secolo è fatto di stagioni anche molto contraddittorie e di trasformazioni epocali. Solo fra il 1918 e il 1992 sembrano passati tre secoli e non settant’anni. Quanto a me, certo, mi sento “novecentesco” rispetto alla formazione, e continuo a interrogare quel secolo in modo appassionato e curioso. 

Se dovesse indicare, nella interminabile lista degli scrittori illustri, tre maestri della letteratura italiana, magari da consigliare anche ai ragazzi? 

Il primo è Calvino, che sembra tutto orientato a porre domande al ventunesimo secolo: mi vengono in mente le Lezioni Americane, anche se diventate fin troppo proverbiali, e Palomar che nella sua dimensione tra saggio e narrazione cerca di lavorare su una curiosa visione scientifico-sperimentale della narrativa. Citerei anche Bassani, un autore datato solo in apparenza. Gli occhiali d’oro è davvero un piccolo capolavoro. Per quanto riguarda il terzo nome, anche pensando alle sue inquietudini cosmopolite, direi Tabucchi, che ho avuto la fortuna di conoscere. È uno di quegli scrittore anfibi che ha tentato di affacciarsi sul ventunesimo secolo cercando di capire cosa poteva portarsi dietro del ventesimo. Basta dare un’occhiata alla sua ultima raccolta di racconti, Il tempio invecchia in fretta.