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venerdì 28 luglio 2017

Intervista ad Antonella Lattanzi: “Tra i ‘miei’ libri Volponi, Fenoglio, Calvino. Sono aperta al connubio cinema/letteratura”

Al termine del dibattito intorno a Una storia nera, Antonella Lattanzi ha rilasciato una breve intervista in cui è tornata su alcuni aspetti emersi durante la presentazione, ma soprattutto ha approfondito molteplici curiosità suscitate dal dialogo stesso. 

di Rocco Della Corte 

VELLETRI - Dalla morbosità degli haters o dei telespettatori di fronte ai casi di cronaca, passando per la funzione della letteratura, per concludere con il rapporto tra la narrativa e il cinema, la scrittrice barese con grande gentilezza e disponibilità ha esposto la sua opinione fornendo ulteriori spunti.

Antonella Lattanzi, nel parlare di Una storia nera ha dichiarato la necessità di un approccio critico. L’esempio di trasmissioni come Un giorno in pretura favoriscono questo modo di porsi nei confronti di un caso e soprattutto sono una risposta alla morbosità che tante volte cresce nei telespettatori e porta la gente a intentare dei processi sui social senza approfondire le questioni? 

Assolutamente sì. Per me Un giorno in pretura è la cartina tornasole per comprendere se ci sia un sincero interesse verso la cronaca. È la mia trasmissione preferita poiché è l’unica che non crea spettacolo, non dà attenuanti, non addolcisce la storia, né tanto meno dà intermezzi. La storia la deve creare lo spettatore guardando il processo, che è integrale salvo quelle pochissime interruzioni di Roberta Petrelluzzi mai faziose e molto intelligenti, calibrate. Non c’è una spettacolarizzazione, anzi al contrario può sembrare noioso se non interessa veramente il caso. Mi piace proprio perché lo si guarda solo se interessa davvero la cronaca nera. Secondo me, quindi, è l’unica trasmissione ad essere nuda e sincera e può fermare la morbosità. 


Durante il dialogo ha più volte ribadito che non c’è un marcato autobiografismo in questo romanzo. Lei intende la letteratura come un mezzo per aderire più possibile alla verità, anche in virtù delle tematiche molto attuali che il romanzo tratta? In sostanza, dà un valore letterario maggiore alle storie verosimili? 

A me piacciono le storie vere, o meglio mi piace scoprire nella vita, come nei romanzi e nelle sceneggiature, ciò che io non conosco, ciò che non so, non ho vissuto e non vivrei. Quando sono venuta da Bari a Roma per me è stato bello in quanto quella capitolina non era di certo la vita pensata per me, eppure me la sono creata e ho visto un altro pezzo di vita che non avrei visto se fossi rimasta a vivere a Bari. Quando si parla di storie vere mi si accende una lampadina: è interessantissimo per uno scrittore, un regista o uno sceneggiature studiare quanto più possibile il concetto di altro da sé, senza rinunciare ad inventare. Ho presunzione di dire che letteratura, cinema e arte possano raccontare storie vere e che anche l’invenzione e la fantasia possano raccontare la realtà. 


Un tratto molto interessante giunto dalle sue parole è quello di una totale apertura ad un film o ad una sceneggiatura: molti autori, anche classici del Novecento, sono gelosi della funzione libresca e ritengono che la loro opera debba essere prettamente letteraria. Lei ha mostrato, invece, una visione molto aperta nei confronti di un’eventuale trasposizione. Ciò è dovuto dalle sue esperienze nel mondo della sceneggiatura e del cinema, o perché incuriosisce vedere come può essere interpretata da un regista la storia che ha scritto lei? 

La sceneggiatura perché costringe a mettere la penna, la fantasia e le conoscenze al servizio di un regista. Mentre nel libro il regista, colui che decide cosa è importante e cosa no, è l’autore, nel cinema tutto cambia. Sono aperta ad una trasposizione anche per sollevarmi dalla responsabilità totale che dà un romanzo, poiché in un’opera sono di chi scrive tutte le cose belle ma anche tutte quelle brutte. Questa cosa alla lunga dà un carico di responsabilità enorme e si può ridurre l’orizzonte, mentre mettere al servizio la propria scrittura all’idea di un regista apre la strada alla sperimentazione di nuove cose. Per fare un esempio pratico, sto lavorando ad un film dove è centrale il rapporto tra un professore e un calciatore. Io, fosse stato per me, mai avrei scelto due maschi come protagonisti, eppure la sfida mi entusiasma. Per questo romanzo mi farebbe molto piacere avere uno sguardo altro, anche perché io non dirò mai al regista “questo non va bene!”. Nella storia ci sono aspetti che io non ho visto e che magari un’altra persona può cogliere. 


Ha citato dei libri, come L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, tra i suoi preferiti. Se dovesse indicarne altri tre che sono stati capisaldi della sua formazione, nell’ambito del Novecento italiano, che titoli o autori direbbe? 

Senza dubbio Una questione privata di Beppe Fenoglio, Memoriale di Paolo Volponi e la prefazione al Sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Ce ne sarebbero tanti altri…