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sabato 3 giugno 2017

Velletri Archeologica: "La battaglia di Azio" - a cura del Gruppo Archeologico Veliterno

Perché ad Azio? Da quando si erano spartiti i territori dell’impero, Ottaviano l’occidente e Antonio l’oriente, anticipando di tre secoli la decisione di Diocleziano, si sarebbe potuto pacificamente accettare lo status quo. 

di Ciro Gravier
Gruppo Archeologico Veliterno


Ma i tempi non erano maturi e, soprattutto, Ottaviano non era disponibile ad essere un principe dimezzato. Antonio, da parte sua, andava annettendo altri territori e costituendo un “impero egiziano” con un forte nucleo centrale e una ricca corona di stati satelliti, governati dai figli di Cleopatra, che erano figli suoi, con l’intento di creare una nuova dinastia. Formalmente, invece, lo Stato romano era unico, con il capo e il Senato a Roma, non ad Alessandria.
Ottaviano ebbe buon gioco ad ottenere dal Senato la dichiarazione di guerra, secondo il diritto internazionale, contro Cleopatra, regina d’Egitto. Fu chiamata “guerra tolemaica”. Era l’anno 32. Piuttosto che aspettare che Ottaviano gli porti la guerra in casa, Antonio allestisce una enorme flotta con cui raggiungere Roma. Sarebbe stato uno sbarco memorabile, che avrebbe preso di sorpresa il nemico, una sorta di D-Day dell’antichità. Roma sarebbe caduta in pochi giorni. L’unità dello stato romano si sarebbe ricomposta, ma con a capo Marco Antonio e la regina d’Egitto. L’enorme flotta, composta da 500 navi da guerra grandi e robustissime e 300 navi da carico, lascia l’Egitto in direzione nord. A bordo sono imbarcati non meno di 75.000 legionari, 25.000 auxiliarii e 12.000 cavalieri. Ma come è destino di ogni Invincibile Armada su lunghi percorsi, la terribile tempesta che si scatena nel Mare di Sicilia costringe i condottieri a far virare la flotta verso oriente e a riparare nel Mare Ionio, nel Golfo di Ambracia, in Grecia. Il D-Day è rinviato a dopo l’inverno. Ottaviano ne approfittò e inviò Agrippa con la sua flotta a bloccarlo. Lo stallo durò sei mesi, durante i quali furono rosicchiate ad Antonio molte posizioni sulla terraferma, allo scopo e con il risultato di ostacolarne i rifornimenti, finché non si giunse al 2 di settembre. Perché una battaglia navale e non una battaglia terrestre? Lo scopo iniziale di Antonio e Cleopatra era di utilizzare la potente flotta quasi unicamente per portare sotto le mura di Roma i 100.000 e passa soldati che avrebbero avuto facile gioco a sbaragliare un’armata avversaria raccogliticcia, sorpresa e impreparata, del tutto impotente a respingere l’attacco di una armata così grande e motivata. La battaglia risolutiva doveva essere terrestre, e non navale. Ma ormai le mura di Roma erano lontanissime, l’effetto sorpresa era svanito, e la fanteria non poteva certo intervenire a nuoto per forzare un blocco navale. Poteva solo restare a guardare le spalle e assistere a quello che succedeva sul mare. Erano, sulla carta, 19 legioni di fanteria (intorno a 100.000 legionari) e 20.000 cavalieri, cui si aggiungevano le truppe dei molti re alleati (di cui Plutarco ci fa l’elenco: Bocco di Libia e Tarcondemo della Cilicia superiore, Archelao di Cappadocia, Filadelfo di Paflagonia, Mitridate di Commagene, Sadala di Tracia, e poi Polemone del Ponto, Malco di Arabia, Erode di Giudea, Aminta della Galazia, il re della Media …) che le defezioni, anche di alti gradi, andavano sfilacciando, al punto che non era più consigliabile uno scontro terrestre con l’esercito di Ottaviano appena oltre l’istmo. Non c’era altro tempo da perdere. Il generale Publio Canidio Crasso ricevette l’ordine di mettersi in marcia verso est appena avesse visto Antonio e Cleopatra rompere il blocco e guadagnare il largo. Destinazione: l’Asia Minore via terra, costeggiando l’Egeo settentrionale. Bisognava fare il possibile per salvare l’esercito di terra per poterne disporre in un prossimo futuro, ma ora era sul mare che andava combattuto uno scontro che poteva risultare decisivo. Per male che andasse, si sarebbe persa una battaglia, ma non la guerra. Effettivamente le cose andarono proprio così: la battaglia, in definitiva, non fu né vinta né persa, mentre la guerra si protrasse per altri undici lunghissimi mesi. E quando finalmente fu persa da Antonio e vinta da Ottaviano, fu perché si arresero le legioni, ma non la flotta (a dispetto delle 130 navi che Ottaviano andava dicendo che si erano consegnate ad Azio all’indomani dello scontro). Perché e come Ottaviano sostenne di aver vinto? Dopo aver trascorso la notte tra il 2 e il 3 a pattugliare dinanzi alle bocche di Ambracia per evitare che gli sfuggisse anche il resto della flotta di Antonio (senza per questo riuscirci pienamente), Ottaviano, sin dalle prime luci del giorno, fece diffondere con i megafoni la voce che Antonio e la regina erano fuggiti, abbandonando vigliaccamente e senza ordini i loro fedeli soldati. Conforme agli ordini ricevuti, l’esercito di terra aveva mosso le tende ed era ormai lontano, anche se non di molto (si arrenderà una settimana dopo, il 9 settembre). Antonio e Cleopatra non c’erano più e quindi Ottaviano poteva dire qualunque cosa, specie se verosimile, senza essere smentito. Ad ascoltarlo c’erano solo gli equipaggi delle navi che non potevano essere riparate facilmente e che si erano rifugiate nel golfo. E furono assai probabilmente queste che, non potendo fare altro, si consegnarono. Furono poi tranquillamente rimesse in stato di riprendere il mare e assegnate a varie destinazioni prima provvisorie, poi definitive: Forum Julii (Fréjus), Misenum e Ravenna. Di alcune di esse conosciamo anche i nomi o il tipo. Sin dall’indomani dello scontro, comunque, ad ogni buon conto, considerato che i due capi nemici (Antonio e Cleopatra) erano “fuggiti”, che l’esercito di terra si era allontanato senza neanche provare di misurarsi con la fanteria avversaria, e poi arreso, e quello che restava della flotta si era consegnato, Ottaviano poteva legittimamente sostenere di avere conseguito uno strepitoso successo. Ora bisognava che questo successo diventasse retrospettivamente una vittoria navale eclatante, ultima e definitiva, un mito da tramandare alle generazioni future per i secoli dei secoli. Gli elementi di questa “mitografia” furono: a) La fuga. Si era trattato, come abbiamo visto, di un ben riuscito sganciamento che era un vero e proprio sberleffo alla presunzione di Ottaviano di aver predisposto un blocco navale insuperabile, a perfettissima tenuta stagna. Lo sganciamento, non seguito però da nessun’altra manovra nell’immediato, aveva obbiettivamente offerto al nemico l’impressione di una fuga, che il nemico non si fece scrupolo di sfruttare propagandisticamente a proprio vantaggio. b) La viltà: il concetto riguardava soltanto Antonio, e non Cleopatra. Il dovere di Antonio era quello di restare virilmente al suo posto a fianco dei suoi soldati, e invece li aveva vilmente abbandonati perché aveva paura per la sua stessa vita, in quanto preso dal panico. c) Il tradimento. Cleopatra ed Antonio sapevano di dover sacrificare un certo numero di uomini e di mezzi. Questa è una situazione che si verifica in qualunque guerra, dove i soldati che si sacrificano per salvare il capo o anche altri compagni sono considerati eroi. Rovesciando la logica militare, si mise invece l’accento sull’atto vergognoso e proditorio dei fuggiaschi. d) L’efficacia dello schieramento romano contrapposta alla vantata magnificenza di quello nemico. Il discorso serviva a sottacere fino ad annullare la realtà della invincibilità delle fortezze galleggianti di Antonio senza affrontare nessuna riflessione critica sulla struttura della flotta di Ottaviano, di cui era responsabile il genero Agrippa. e) La sfrenata passione di Antonio per una meretrice lussuriosa serviva a dipingere Antonio come un uomo reso folle dalla passione laddove ci si aspettava un capo assennato e dal giudizio indipendente. L’occasione era troppo ghiotta per dire ogni e qualunque possibile cattiveria antifemminista contro Cleopatra. Diedero fiato alle trombe, dietro opportuno suggerimento di Mecenate che trasmetteva diplomaticamente i desiderata di Ottaviano, ora Augusto, anche i sommi poeti (Virgilio, Orazio, Properzio), che possono a giusta ragione definirsi “i tromboni di Azio”.