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venerdì 30 giugno 2017

Intervista a Marina Ripa di Meana: “Sempre più convinta che leggere è vita. Moravia e Parise? Bisogna leggerli perché…”

Dopo la presentazione di Colazione al Grand Hotel, Marina Ripa di Meana ha rilasciato una breve intervista nella quale ha fornito ulteriori interessanti spunti di riflessione ritornando sia sulla sua opera che in generale su altri concetti relativi al periodo interessato dalla narrazione 

di Rocco Della Corte 
con la collaborazione di Emanuele Cammaroto 


VELLETRI – Avere a che fare con gente del calibro di Sordi, Gassman, Moravia, Parise, Penna, Pasolini non è di certo cosa da tutti i giorni. Ma i tempi sono cambiati, è inevitabile e quasi scontato dirlo, e quella Roma è appunto perduta. Tuttavia questa testimonianza è anche un monito alla riscoperta degli anni d’oro della capitale, soprattutto nei confronti dei giovani.

Marina Ripa di Meana, lei ha vissuto un periodo di forte cambiamento della società italiana, tra la Dolce Vita, il Sessantotto e gli anni Ottanta fino alla crisi di questi ultimi anni. Avendo percepito bene il mutamento avvenuto, come messo in evidenza anche nella presentazione, c’è oggi una ricetta per superare la volgarità e ritrovare quei valori genuini della ‘Roma perduta’? 

Oggi effettivamente è molto difficile dare un consiglio in merito perché la volgarità imperversa. Siamo in un mondo in cui non c’è che volgarità, o quasi, per cui non saprei come evitarla o superarla. Dal mio punto di vista, migliorare e superarla è possibile perché ci sono persone che hanno in sé qualcosa che prescinde da essa. Gente che sa come tirare fuori il lato più sentimentale o umano, nonché meno rozzo, delle cose e che si esprime e si pone in modo elegante. Questa possibilità sta nella sintesi di ogni essere umano, nel sapersi dimostrare e porre in un certo modo. A me, per esempio, viene detto che sono abbastanza schietta. Io rispondo che c’è la sincerità, ci sono persone che hanno uno stupore o un candore per la vita e non potranno mai essere volgari perché tutto è filtrato attraverso questo modo di vedere le cose. Di contro ci sono anche quelli che danno per tutto per scontato, ed effettivamente sono persone che non vedono mai il lato ironico o lieto, stupefacente, delle situazioni e allora ecco che si avvicinano più facilmente alla volgarità e si appiattiscono. Bisogna saper fare una scelta di equilibrio 

Nei suoi discorsi con Moravia e Parise vigeva il diktat di non parlare mai di letteratura. Lei ha detto, molto onestamente, che non sarebbe stata in grado di competere culturalmente loro. Oggi, a distanza di anni, facendo un percorso a ritroso con questo libro dimostra invece di essersi resa ben conto delle persone con cui aveva a che fare con il senno del poi. In particolare ha sottolineato la volontà di far ricordare questi (e anche altri) autori: perché i giovani dovrebbero ricordarli e soprattutto, nota dolente, perché si legge sempre meno? 

Sono fermamente convinta che leggere prima di tutto sia vita, e da loro – Moravia, Parise, Pasolini - c’è sempre qualcosa da imparare. I motivi sono tanti… Moravia con la sua descrizione dei personaggi di Roma, con la sua indifferenza al cospetto di certe situazioni e al di là del romanzo Gli indifferenti, ha saputo ritrarre certi stereotipi che si ripetono nel tempo, si rincontrano anche oggi. Come lui non li ha saputi descrivere nessuno. Parise, invece, direi che va letto per il suo modo di essere disobbediente, sempre contro, diverso, e pronto a trovare qualcosa che non è nei canoni. Per certi versi forse è anche più interessante di Moravia. In generale si legge meno ed è un male, leggere è importantissimo: nella lettura c’è la vita, si trovano cose successe anche a noi o cose che ci succederanno. Purtroppo i giovani oggi sono restii ad approcciarsi a un libro e giocano con il cellulare, ci si esprime con i social, una condizione che allontana dalla lettura perché le giornate passano così. Invece sostengo l’importanza della parola, che faccia a faccia arriva in maniera più diretta. Con la lettura ci si saprà esprimere meglio e dare il meglio di sé, si potranno usare meglio le parole. 

Un’ultima domanda: ha citato Eugenio Scalfari, cittadino onorario di Velletri, e Vittorio Gassman, che a Velletri aveva un’abitazione. Era mai stata in città e come si è trovata? 

Conoscevo Velletri ma l’avevo frequentata sempre in maniera sporadica, e di passaggio. Oggi invece mi trovo qui e ho ricevuto un’accoglienza meravigliosa, siamo in un posto stupendo e in generale tutta l’iniziativa la trovo molto bella, ben fatta, e ambientata in un luogo che è magico. Non posso che fare i complimenti a tutti gli organizzatori, anche dal palco ho visto la gente molto attenta, mi è dispiaciuto di non essere al massimo della forma, ma avere un pubblico numeroso e di grande educazione come quello di stasera ha aiutato molto.