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sabato 24 giugno 2017

"I tromboni sfiatati di Azio" (Parte III di III) a cura del Gruppo Archeologico Veliterno

PROPERZIO: Apollo, l’artefice (Elegie, IV, 6) Roma, 9 ottobre del 28 a.C. Una ragazza bellissima e gelosissima, dai profondi occhi neri e dai capelli fulvi, di nome Hostia ma detta Cynthia, attende nel malfamato quartiere della Suburra il suo innamorato.

di Ciro Gravier
Gruppo Archeologico Veliterno

Il suo innamorato, Sesto Properzio, è un bellissimo giovane di 20 anni, e tarda ad arrivare. Quando finalmente arriva, Cinzia gli fa una delle sue più terribili scenate. Lui si giustifica raccontandole di essere passato per il Palatino, e dice: “Vuoi sapere perché ho fatto tardi a venire? È stato aperto dal grande Cesare il portico d’oro di Febo …” e prosegue enumerando le meraviglie che ha viste: una selva di colonne di marmo, e fra esse tantissime statue, altre statue mirabili, e il tempio in marmo bianco, e la porta scolpita, e sul frontone il carro lucente del Sole. È la celebre ode (II, 31) grazie alla quale siamo informati nei minuti dettagli dello splendido tempio sul Palatino che Augusto aveva promesso al Apollo al momento della battaglia di Azio e che ora finalmente, tre anni dopo, inaugurava. Ma non una parola su Azio. Soltanto uno splendido quadro a colori per la sua Cinzia e per giustificare il suo ritardo. Il tempo passava, e lui di Azio sempre neanche una parola, ad eccezione di qualche isolato accenno, reso ambiguo per il ricorso a coperti acrostici, anagrammi e opachi giochi di parole, qua e là nelle poesie che andava componendo. Sino a che – siamo nel 27 - Ottaviano è proclamato Augusto e a Properzio viene amichevolmente chiesto da Mecenate di metterci anche lui la faccia dedicando almeno un’elegia a quella importante vittoria navale. Properzio ci prova, stende qualche linea, compone svogliatamente un paio di distici, e poi lascia perdere. Proprio non gli va, e ne ha tutte le ragioni: suo padre – ora lo sappiamo con certezza – era uno dei sacrificati di Perugia alle Idi di marzo del 40 sull’altare di Cesare dalla crudelissima disposizione di Ottaviano (Properzio aveva allora sette anni). Passano altri sette anni (otto anni dopo l’inaugurazione del tempio e undici anni dallo scontro navale) e Augusto consegue l’enorme successo diplomatico della riconsegna delle aquile romane detenute dai Parti (famosissima rivincita celebrata sulla lorica della stupenda statua di Prima Porta). Ad un ultimo richiamo del protettore, Properzio si rende conto che ormai non può più rimandare, e come uno scolaro consapevole di avere troppo a lungo ritardato la consegna del compito, si mette a tavolino, prende carta e penna e compone il suo tema. Stende dapprima, come gli è stato insegnato nelle ore di retorica, la sua brava scaletta: Invocazione/introduzione – Disposizione delle navi dei due schieramenti – Intervento di Apollo – Sua allocuzione ad Ottaviano – Vittoria di Roma cui assistono il divo Cesare dal cielo, i Tritoni e le Nereidi sul mare – Sconfitta della regina e sue conseguenze – Festa – Canto di Apollo che celebra le ultime vittorie orientali e la riconsegna delle armi romane sottratte a Crasso ora vendicato – Conclusione. Aveva conservato i pochi versi (nient’altro che un emistichio di esametro e un pentametro) buttati giù anni prima: Vincit Roma fide Phoebi …./ Sceptra per Ionias fracta vehuntur aquas (“Vince Roma grazie ad Apollo … / Lo scettro in pezzi è trascinato per il Mare Ionio”). Completa l’emistichio con dat foemina poenas (“paga la femmina il fio”) e fa precedere il tutto con l’inizio dell’azione al comando di Apollo: Dixerat, et pharetrae pondus consumit in arcus / Proxima post arcus Caesaris hasta fuit (“Disse, e con l’arco alleggerisce il peso della faretra. Dopo l’arco fu la volta della lancia di Cesare”). Ecco, basta e avanza per la gloriosa battaglia. A conclusione sta bene il divo Cesare dall’alto e i Tritoni e le Nereidi sul mare. In tutto quattro distici (otto versi) per inneggiare alla battaglia senza dire nulla di nulla e, quel che conta, attribuendola ad Apollo più che ad Ottaviano. Gli altri 78 versi saranno distribuiti tra la lunga prosopopea di Apollo con il giusto corredo di richiami a Ettore, a Romolo e ai Centauri scolpiti sulle navi nemiche, preceduta – ovviamente – dal suo accorrere in soccorso da Delo con lo stesso sguardo con cui provocò terrore ad Agamennone e prima ancora al serpente Pitone. Un verso e un verso, beninteso con il loro breve commento di un altro verso per ciascuno, basteranno per descrivere le forze in campo: Altera classis erat Teucro damnata Quirino (“Una era la flotta già condannata per il Teucro Quirino”) per la flotta nemica, hinc Augusta ratis plenis Jovis omine velis (“di qua la nave Augusta con le vele spiegate dal favore di Giove”) per quella di Ottaviano. Un accenno a colei (illa) che – come vuole la versione ufficiale - fugge verso il Nilo su una barchetta veloce (Illa petit Nilum cumba male nixa fugaci), ma grazie agli Dei – diversamente dalla versione ufficiale - ha risparmiato al trionfatore l’onta di trascinarla per le strade di Roma. Non gli pare vero di aver “cantato la guerra” (Bella satis cecini) e si sbriga a cedere la lira ad Apollo. Sarà questi a rivolgersi ad Augusto chiamandolo “salvatore del mondo “ (mundi servator), lui Properzio nell’introduzione inviterà i colpevoli a tenersi lontano (ite procul, fraudes) – chi ha orecchi da intendere … - e riprodurrà l’eco chiassoso della folla ripetente il nome di Cesare (Caesaris in nomen ducuntur carmina: Caesar) fingendo di essere lui a proclamarlo. E poi, all’inizio, come previsto dalla scaletta, l’invocazione-introduzione e, alla fine la riabilitazione di Crasso grazie alla riconsegna dei vessilli romani ad opera dei Parti. E come Orazio, ora può brindare anche lui tutta la notte col generoso falerno. Brindare a che? Brindare alla sua Musa che disputa per lui la corona a Fileta e infonde i versi che già fluirono per Callimaco. Ben fatto! Ha anche trovato modo di esagerare divinamente col far colpire ad Apollo dieci navi per ogni freccia scoccata (ecco come si vincono le battaglie!) e di far concludere in un unico verso l’impossibile pace tra Apollo e Dioniso (ovvero Augusto ed Antonio!): Bacche, soles Phoebo fertilis esse tuo!”. Come dire: se non fosse stato per Antonio …

L’Innominata

Si sarà notato che nessuno dei tre poeti enuncia mai il nome di Cleopatra, definita solo volta a volta “empia moglie egiziana”, “mostro fatale”, “regina” o semplicemente “quella”. Una simile coincidenza (fenomeno seriale, si direbbe) non fa solo supporre, ma troppo evidentemente fornisce la prova dell’ordine giunto dall’alto di non pronunciare mai il suo nome in segno di damnatio memoriae che, sia pur non ufficialmente decretata, doveva essere assolutamente rispettata e praticata. Evidentemente Augusto non ci teneva affatto ad essere presentato come uno che aveva stravinto contro una donna, fosse pure regina d’Egitto. Meglio se presentato come contendente vittorioso di Marco Antonio. Ma oltre che la cosa poteva essere girata a volgare lite di famiglia (Ottaviano aveva sposato la figliastra di Antonio e Antonio, la cui madre era nipote di secondo grado di Giulio Cesare, aveva sposato la sorella di Ottaviano che era diventato zio di due nipotine), non si poteva neanche far diventare Antonio nemico dello Stato perché il Senato non aveva mai dichiarato guerra a lui, ma all’Egitto e alla sua regina. Non restava che, senza mai farne il nome, Cleopatra fosse descritta come la somma di tutte le nefandezze dell’Oriente barbarico contro l’Occidente civilizzato: Augusto assurgeva così a difensore della Virtù, dell’Onore, della Pietas. Abbiamo visto come questo concetto sia stato declinato in modo autonomo e con meccanismi uguali e diversi (referre idem aliter) dall’intellighenzia di corte.