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sabato 17 giugno 2017

"I tromboni sfiatati di Azio" (Parte II di III) a cura del Gruppo Archeologico Veliterno

ORAZIO: Brindisi e salti di gioia (Odi, I, 37). Nel clima di esultanza che si diffonde a Roma all’annuncio del suicidio di Cleopatra (avvenuto il 12 agosto del 30) con cui si metteva il punto finale alla cosiddetta “guerra tolemaica”, con la sua appendice di “guerra alessandrina”, ma in definitiva a tutte le guerre civili scoppiate con l’uccisione di Cesare nel 44 e durate per ben quattordici anni, Orazio invita ad aprire le danze e a brindare col cecubo, il più pregiato dei vini, tenuto a lungo in serbo per l’occasione.

di Ciro Gravier
Gruppo Archeologico Veliterno

Con il suo celebre attacco “Adesso bisogna bere, adesso si devono battere i piedi per terra in libertà”, anche Orazio si richiama ad un precedente e nell’antichità celebre episodio: quello di Alceo di Mitilene (VII-VI sec. a.C.) che invitò a festeggiare la morte del tiranno Mirsilo.
A secoli di distanza, le parole sono quasi le stesse nelle due lingue: “Nun est bibendum” (Ora bisogna bere) in latino, “Νῦν χρῆ μεθύσθην” (Ora bisogna ubriacarsi) in greco. Orazio, però, il poeta dell’aurea mediocritas, dell’est modus in rebus non può, ovviamente, esultare perdendo la testa né spingersi all’uso di termini passionali e violenti: gli basta una coppa di buon vino e un accenno di danza sacralizzata al banchetto raffinato dei Salii. Contrappone il corposo rosso cecubo ottenuto dai vitigni palustri di uva serpe sposati ai pioppi di Terracina o di Sperlonga all’esotico bianco dolce e sottile del lago Mareotico in Egitto che fa subdolamente perdere il senno (mentemque lymphatam mareotico) ed acuisce il delirio. La composizione si articola in otto elegantissime strofe alcaiche (ogni strofa è composta di 4 versi: 2 endecasillabi alcaici + 1 enneasillabo alcaico + 1 decasillabo alcaico), ma sola la prima di esse ha una sua autonomia introduttiva. Le altre sette si concatenano fra loro in modo così articolato e, direi, così convulso da doversi recitare tutte d’un fiato: i concetti si susseguono veloci l’un l’altro come causa-effetto-causa e via di seguito. Danno l’impressione di essere come una lunga collana avvolta intorno al collo in sette giri sovrapponentisi, da ciascuno dei quali pendono altrettante - e anche più - differenti pietre preziose. Ciò è perfettamente conforme all’andamento circolare dell’ode: dalla festa scoppiata per la vittoria conseguita alla regina demente nel suo delirio distruttivo all’accorrere di Cesare come sparviero che insegue la sua preda alla preda che preferisce darsi la morte da sé ai festeggiamenti del trionfo che consacra la vittoria conseguita. Una circolarità inversa si ricostruisce poi al termine quando riavvolgendo il filo si ha la negazione della pienezza del trionfo per il suicidio della preda che non ha avuto paura della morte minacciata dal rapace accorrente dall’alto per impedirle quanto s’era immaginata nel suo ebbro furore a danno del Campidoglio dove ora può bastare una coppa di cecubo per festeggiare il trionfo dimezzato. Sul piano dello stile, poi, questo veloce rincorrersi di azioni e reazioni è trasfuso in ardite metafore (fatale monstrum), anafore (nunc … nunc … nunc), ipallagi (dementis ruinas), anastrofi (daret ut catenis), sineddochi (pulvinar), metonimie (Capitolio), litoti (non humilis), comparazioni (accipiter velut): insomma tutte le figure della più alta retorica sono convocate per dire e non dire, gioire e compiangere, maledire e ammirare, temere e tranquillizzarsi. Perché proprio in questo alternarsi e convivere di sentimenti contrapposti Orazio è grandissimo poeta e si rende credibile perché obbiettivamente riconosce il valore dell’avversario (che è, per giunta, una donna) e ne compiange la sorte per quanto meritata ed auspicata. Così, possono passare per licenza poetica le menzogne imposte dalla pubblicistica e dalla campagna di diffamazione del vincitore: una sola nave (una … navis) quando invece fu uno stuolo intero di 60 navi, tutte tranne quell’unica avvolte dalle fiamme (vix una … ab ignibus) quando invece nessuna subì il menomo danno, la pazza ebbra circondata da una mandria di esseri corrotti (contaminato cum grege turpium morbo virorum) quando invece non c’erano intorno a lei che soldati in arme e marinai coraggiosi, la fuga di lei dall’Italia (ab Italia volantem) quando invece i fatti si svolsero in Grecia, quasi la battaglia di Azio fosse stata il punto finale non di una interminabile guerra civile, ma di una guerra nazionale italica contro barbari invasori … Il punto più ardito ed ambiguo è raggiunto dalla metafora fatale monstrum per indicare la regina d’Egitto che è il vero eroe protagonista dell’ode, o meglio: del dramma, dinanzi al quale lo stesso Augusto, per quanto vincitore, finisce con l’essere un dignitoso deuteragonista, per quanto – come nella più classica delle tragedie - doverosamente e legittimamente spietato. Il termine monstrum infatti non ha solo il significato di “mostro”, ma anche quello di “segno divino, prodigio”, e fatale sta sia per “voluto dal fato” che per “che dà la morte”.