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sabato 10 giugno 2017

"I tromboni sfiatati di Azio" (Parte I di III) a cura del Gruppo Archeologico Veliterno

Per celebrare solennemente la vittoria di Azio, furono opportunamente invitati a dare fiato alle trombe da Mecenate che trasmetteva diplomaticamente i desiderata di Ottaviano, ora Augusto, anche i sommi poeti Virgilio, Orazio, Properzio.

di Ciro Gravier
Gruppo Archeologico Veliterno

Per farlo, essi ricreano ex novo miti antichissimi e ricorrono ai ritmi più nobili della metrica classica: l’esametro epico (Virgilio), la strofe alcaica (Orazio), il distico elegiaco (Properzio). Ma tutti, ciascuno a suo modo, prendono le distanze dalla richiesta celebrazione pomposa ed acritica.
VIRGILIO. Lo scudo di Enea (Eneide, VIII, 675-731)

Venere aveva chiesto a Vulcano di forgiare armi divine per suo figlio Enea che si accingeva a scendere in guerra contro Turno. In particolare, Vulcano ha forgiato uno splendido scudo su cui sono rappresentati episodi della futura storia di Roma: su tutto il contorno Enea ammira la lupa che allatta i gemelli, il ratto delle Sabine, il supplizio di Mettius, Porsenna, Orazio Coclite, Clelia, le oche del Campidoglio, i Salii e i Lupercali, Catilina, Catone … e, al centro, Augusto nel pieno della battaglia di Azio. Possiamo immaginare lo scudo bellissimo, con dodici scene a sbalzo lungo tutto l’orlo, e l’ampio centro diviso in quattro settori: da un lato Ottaviano fieramente dritto sulla tolda della sua nave e Agrippa con le insegne della corona navale, Antonio con la sua nefanda egiziana, Apollo che dall’alto del promontorio col suo arco temibile mette in fuga i barbari e la stessa regina, e da ultimo il grandioso trionfo di Augusto sullo sfondo dei templi di Roma. Il passo è stato composto prendendo a modello, e tuttavia mantenendo una sicura originalità con lo stabilire una evidente continuità con le predizioni di Anchise del libro VI, il preziosissimo scudo descritto da Omero nell’Iliade (XVIII, 478-607) con una celeberrima έκφρασις, anch’esso forgiato da Efesto/Vulcano su richiesta di Teti per suo figlio Achille impegnato in un’epica lotta sotto le mura di Troia. A qualunque lettore o ascoltatore del passo virgiliano tornava automaticamente in mente il passo di Omero (che si insegnava nelle scuole), in tal modo stabilendo un rapporto parallelo tra la guerra di Troia e lo scontro di Azio. Come allora nei tempi del mito tra la Grecia e la Troade, anche ora nei tempi della storia la lotta ingaggiata si sviluppa tra l’Occidente e l’Oriente. Il passo di sicuro è stato redatto non prima dell’anno 27 poiché Cesare (ossia Ottaviano) è chiamato Augusto al v. 678 (Hinc Augustus agens Italos in proelia Caesar): “Da qui Cesare Augusto guida alla battaglia gli Italici”. Il verso seguente (cum patribus populoque, Penatibus et magnis Dis) introduce formalmente un complemento di compagnia (insieme al senato e al popolo) – fatto tra l’altro vero solo per il popolo dei marinai, perché senatori di certo non ce n’erano sul posto, se non i pochissimi che erano militarizzati – ma in realtà è lo sviluppo dell’ “agens” (guidante) del verso precedente, e quindi ha il valore di complemento oggetto: “guidante gli Italici, i senatori e il popolo”. Fin qui è ancora accettabile, ma poi aggiunge “Penatibus et magnis Dis”. Insomma, per attrazione sintattica e semantica, Augusto non guida alla battaglia soltanto uomini, ma anche i Penati e gli stessi grandi Dei! È lui che guida gli Dei, non sono gli Dei che conducono lui! A questa esagerazione che è insieme consacrata dal diritto e dalla religione (in quanto sono mobilitati i civili Italici dell’Occidente, i legislatori di Roma – Senato e Popolo – e infine gli Dei della famiglia e quelli dello Stato) corrisponde per converso un’esagerazione barbarica e empia riferita ad Antonio, che trascina con sé (secum … vehit) i popoli più diversi dell’Oriente, dal Mar Rosso all’Egitto fino, addirittura, alla Bactriana (l’odierno Afghanistan), e pochi versi più in là, gli Indi, gli Arabi e i Sabei, e – quel che è peggio – gli “viene dietro l’empia moglie egiziana” (sequiturque nefas aegyptia coniunx). Lo scontro, pertanto, non è di navi contro altre navi, ma è una lotta epica della civiltà contro la barbarie, dell’ordine contro il disordine, della compattezza contro la confusione, della sacralità contro l’empietà. Come un’invasata, la regina agita il sistro ed evoca ogni genere di dei mostruosi e l’Anubi latrante contro Nettuno, Venere, Minerva e Marte, mentre si scontrano le navi turrite, alte, bronzee e granitiche al pari di isole sul mare spumeggiante. Ma nulla può contro la composta serenità di Apollo Aziaco (cui poi Ottaviano innalzerà un tempio) che dall’alto tende l’arco (Actius … arcum intendebat Apollo / desuper) e mette in fuga non solo queste potenze infernali e queste orde barbariche ma ella stessa che “era vista” (videbatur: Augusto infatti sostenne di averla scorta) nell’atto di far sciogliere le vele (vela dare), mollare le funi (laxos iam iamque immittere funis) e di fuggire con tutto il suo seguito (vertebant terga), già pallida in volto al pensiero della prossima morte (pallentem morte futura). L’iperbole prosegue a Roma con il trionfo triplice di Augusto che restaura per l’occasione in tutta l’Urbe trecento templi (ter centum totam delubra per urbem) - quando lo stesso Augusto, con ragionieristica precisione, scriverà nelle Res gestae che i templi furono in tutto ottantadue e restaurati in altro momento (Duo et octoginta templa deum in urbe consul sextum ex auctoritate senatus refeci, nullo praetermisso quod eo tempore refici debebat) -, l’ecatombe dei giovenchi offerti agli Dei (ante aras terram caesi stravere iuvenci), la frenetica festosa partecipazione del popolo (laetitia ludisque viae plausuque fremebant) e la processione dei popoli sconfitti (incedunt victae longo ordine gentes), che recano offerte in segno di sottomissione (dona recognoscit populorum) a lui seduto sulla soglia lucente del tempio di Apollo (ipse sedens niveo candentis limine Phoebi). L’Eneide si è trasformata in quello che veramente intendeva essere: un’Augusteide. Lo scudo di Enea non è altro che l’assunzione da parte di Augusto di tutta la storia di Roma da lui condotta al punto più alto e glorioso. La persona storica di Augusto si sublima in quella ideale, impersonale e collettiva, di Roma civilizzatrice e pacificatrice. Questo alto e grandioso assunto è veicolato attraverso il solenne procedere dell’esametro epico, che ci piace immaginare metricamente scandito e accompagnato dal martellare lento del tamburo sulle pause pentemimere (esempio: Hinc Augustus agens // Italos in proelia Caesar) interrotto di tanto in tanto dall’abbinamento tritemimera-eftemimera (esempio: Alta petunt: // pelago credas // innare revolsas) o tritemimera-pentemimera (esempio: desuper // omnis eo // terrore Aegyptus et Indi) e chiudentesi negli ultimi tre versi su un lento-lentissimo di un flauto a sottolineare lo stupore di Enea.