Sponsor

Le migliori attività commerciali e non solo di Velletri e dintorni:




sabato 20 maggio 2017

Velletri Archeologica: "Io e Cleopatra" - a cura del Gruppo Archeologico Veliterno

SECONDA PARTE - Mentre stavo ormai sul punto di dare l’ordine di marcia alle legioni, dovetti precipitosamente abbandonare l’impresa e correre con la massima fretta a Roma perché il grande Cesare era stato vigliaccamente trucidato, alle Idi di marzo, nella Curia di Pompeo, alla presenza di moltissimi senatori che non mossero un dito. 

di Ciro Gravier
Gruppo Archeologico Veliterno


Roma era in completo subbuglio. Ritrovatasi improvvisamente priva del suo protettore – protettore in tutti i sensi, intendo - Cleopatra era scappata. Nella villa trovai ancora uno stuolo di servitori e di schiave che terminavano di mettere la roba nelle casse per far ritorno in Egitto. “Avuto paura dello sbarbatello?”, pensai. E poi non ci pensai più.
Per lungo tempo ebbi ben altro a cui pensare. La sciagurata ricomparve all’orizzonte tre anni più tardi. Dopo Filippi, Marco Antonio, che si era fatto assegnare i territori d’Oriente (io m’ero preso l’Occidente e a Lepido avevamo dato l’Africa), per fronteggiare una rivolta scoppiata in Giudea, aveva fatto sosta a Tarso. Lì gli era andata incontro la signora d’Egitto, sempre alla ricerca disperata di protettori – e sempre in tutti i sensi, intendo. Mi furono descritti in seguito i dettagli del nuovo coup de théâtre inventato dalla regina: sdraiata sotto un baldacchino dorato, avanzava dal mare verso il porto su una nave dalla poppa d’oro e le vele di porpora, mentre i rematori agitavano lentamente dei remi d’argento, al suono acuto e modulato di un flauto. Marco Antonio, che non aveva il mio carattere, ed era molto sensibile a spettacoli del genere, senza parlare della sua inclinazione per le femmine, cadde immediatamente nella trappola. Del resto, se c’era caduto Cesare, perché non anche lui, di certo più giovane e dal temperamento più debole? Ma la più grande differenza era che Cesare conduceva Cleopatra per il naso, mentre Antonio si faceva condurre per il naso da Cleopatra. Questo avveniva nel 41. Nel 40, Antonio ed io ci riappacificammo, e gli diedi in moglie mia sorella Ottavia. Poco dopo, Cleopatra partorì i due gemelli concepiti da lui. E lui riparte per l’Egitto. Ottavia, a Roma, si dedica interamente al suo “asilo”, finché non si mette a capo di un’armata e, carica di soldi, va – come fosse un esperto generale – a portarli al marito ad Atene, dove però trova ad aspettarla solo una delegazione di eunuchi che, a nome di Antonio, prendono in carica soldi e soldati e le comunicano l’amorevole consiglio del marito di tornarsene a Roma. Lui con quei soldi e quei soldati fa le sue guerre private a nome della sua concubina, che nel frattempo gli fa un altro figlio. Nel 34, i tre figli, e Cesarione e la madama, che diventa sua moglie secondo il rito egizio, vengono fatti re e sovrani da operetta. Lei, Ottavia, dato che il rito egizio non aveva nessun valore giuridico a Roma, continuò a considerarlo suo marito a tutti gli effetti fino a quando non le arrivò, nel 32, la lettera di divorzio. Ad Azio, nel pieno della battaglia, ero troppo impegnato a dare ordini dalla mia ammiraglia alle mie navi per potermi occupare di quella che fuggiva. La vidi bene, sia pure da lontano, la “Antonias”, al bordo della quale si trovava Cleopatra con il tesoro: si era sfilata dal centro dello schieramento, e si faceva largo nello spazio che s’era creato alla loro ala destra per l’arretramento a trabocchetto operato da Agrippa dietro al quale si era infilato, sparpagliandosi, tutto lo schieramento guidato da Antonio, il quale, quando vide la sua amante sfuggirgli proprio sotto il naso, le corse dietro abbandonando la battaglia come un miserabile fuggiasco. Ad agosto dell’anno successivo conquistai Alessandria. Marco Antonio si uccise prima che io lo raggiungessi. Cleopatra si uccise a sua volta per non essere riportata a Roma da me e trascinata in catene dietro il carro del mio trionfo. Pare che rivolgendosi ad Antonio morto, abbia detto: “In morte rischiamo di scambiarci i luoghi, tu Romano giacendo qui, io infelice in Italia”. Ho permesso, come desideravano, che venissero sepolti nella stessa tomba. Per il mio trionfo, feci fabbricare una statua di gesso che la rappresentava con al braccio un’armilla dorata a forma di aspide. Intorno c’erano i tre figli piccoli di Antonio, che poi affidai ad Ottavia, la quale li prese amorevolmente in cura come un dono postumo di suo marito.