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sabato 13 maggio 2017

Velletri Archeologica: "Io e Cleopatra" - a cura del Gruppo Archeologico Veliterno

PARTE PRIMA - Cleopatra la vidi per la prima volta a Roma nella splendida villa che zio Cesare aveva preso in affitto per lei agli Orti di Trastevere.

di Ciro Gravier
Gruppo Archeologico Veliterno


Sbarcato in Egitto per inseguire Pompeo dopo la vittoria di Farsalo, Cesare si trovò invischiato in un’altra guerra, non prevista: quella per il potere assoluto tra il quattordicenne faraone Tolomeo XIII e sua sorella maggiore e moglie Cleopatra VII.
Convinto di ingraziarsi Cesare, Tolomeo fece uccidere Pompeo, che era suo ospite, di cui offrì la testa mozzata in un paniere di vimini. Che Pompeo, sconfitto, mettesse stoicamente fine alla sua vita suicidandosi, era cosa attesa e dignitosa. Ma che un generale romano venisse vilipeso in tal modo da uno straniero egizio era cosa da non potersi sopportare. Cesare fece allora la sua scelta a favore di Cleopatra. Era una scelta politico-militare assolutamente condivisibile per la mentalità romana esigente la vendetta del tradimento e dell’umiliazione, ma certamente non bastava a giustificarne l’impresa lunga, pericolosa e sanguinosa. Dietro a questo c’erano però anche “gli argomenti” di Cleopatra. La regina contestata mise in atto una magistrale scena da teatro per presentarsi a Cesare. Fattasi portare nella reggia avvolta in un prezioso tappeto, lo fece srotolare ai piedi dell’imperatore romano, e ne uscì fuori seminuda, bellissima e profumatissima, “come il fiore più prezioso del Nilo”, a sentire certi poetastri adulatori. Poi in privato gli si concesse, si fece mettere incinta e gli partorì un figlio (nel 47). Alla fine della guerra, eliminati tutti i rivali, Cesare rimise sul trono d’Egitto la sua amante più splendida di prima e ormai rassicurata dal sostegno delle legioni di Roma. Trascorse con lei una specie di lunga vacanza in giro per l’Egitto, terra esotica e misteriosa, tre volte più antica di Roma: le Piramidi, le Sfingi, i templi maestosi e antichissimi, il corso del Nilo e le cataratte, il delta, i canali, i battelli, i coccodrilli, le oasi, gli arsenali, le cisterne, e poi le città di Pelusio, di Memphis, di Abido, di Tebe, la grandiosa capitale Alessandria con il Palazzo Reale, il teatro contiguo, il Faro meraviglia del mondo e l’Heptastadio, i due porti e la celeberrima Biblioteca … Finché, sempre originale e imprevedibile, decise di mostrare anche lui qualcosa a lei, e la portò a Roma, capitale del mondo, nel settembre del 45. Nella villa di Trastevere Cleopatra aveva insediato una corte sfarzosa, che provocava la curiosità e l’invidia di tutte le più nobili matrone le quali, a loro volta, facevano a gara ad invitarla nei loro salotti o almeno ad imitarne la pettinatura a chignon, visto che non potevano certo competere né con la sua spregiudicatezza, né con la sua conversazione brillante, né con la sua cultura, né con il suo potere. Molte si erano anche convertite al culto isiaco e fecero in modo che le loro case venissero affrescate o arricchite di mosaici all’egiziana. Un giorno d’ottobre mi raggiunse a Velletri un legato di zio Cesare con l’invito a recarmi da lui a Roma per la festa delle Equirrie. Lo zio conosceva la mia passione per le corse dei cavalli. Dopo la corsa, mi afferrò per il collo e mi disse: “Vieni con me. Ti faccio conoscere una persona”. La “persona” gli chiese: “E chi è questo bel giovanotto? Un altro dei tuoi ganimedi?”. Ne risentii come un colpo allo stomaco. Per fortuna intervenne lo zio a correggere: “Non dirlo nemmeno per scherzo! Questo è il mio unico nipote, un giovane eccezionale”. Allora lei mi accarezzò il viso, e commentò: “Fagli crescere prima la barba!”. Avrei voluto strozzarla. Ma, da persona educata e per rispetto allo zio, mi limitai a fare un cenno di commiato, dicendo: “Signora!”. Prima che facessi ritorno a Velletri, lo zio mi disse: “Preparati a partire per Apollonia come maestro di cavalleria. Per le prossime idi di marzo, o poco dopo, ti metterai in marcia contro i Parti!”. Saltai a cavallo e inforcai di furia l’Appia per tornare a Velletri. Ero sconvolto. Sentivo ribollire in me due sentimenti contrastanti di odio e di amore, di grave offesa subita e di grandissimo onore concessomi. Ripassava per intero nella mia mente la scena dell’incontro con Cleopatra accanto al ninfeo presso il boschetto di allori nella villa. Vedendoci arrivare, si era alzata dall’esedra lasciando le matrone con le quali stava cinguettando e ci era venuta incontro. La guardavo mentre avanzava verso di noi: piccola, esile, elegantemente vestita alla greca, con un chitone color zafferano dai bordi frangiati. Quando mi fu vicina, notai bene il suo profilo: le ciocche arricciate sul capo, il volto ovale color d’ambra, i grandi occhi neri a mandorla, le labbra carnose leggermente all’insù, il mento minuto di fanciulla vezzosa e il naso aquilino che le conferiva un tono di autorevolezza che le altre parti del corpo, dalla profonda scollatura alle curve femminili sode e piene alle braccia tornite, smentivano. Emanava un profumo inebriante simile a quello del giacinto. Avevo dinanzi a me la regina d’Egitto. Le avevo sorriso. E improvvisamente mi aveva ferito a morte dapprima scambiandomi per un cinedo e poi definendomi, in pratica, uno sbarbatello. Quest’ultima osservazione l’aveva fatta in greco (una delle sette lingue che parlava), presumendo che io non capissi. La odiai. Il fatto che fosse una regina non l’autorizzava a parlare così. Ma mi sorse anche il dubbio, originato dalla vanità, che forse l’allusione a “Ganimede” e la sottolineatura dell’adolescenza per il mio volto ancora “imberbe” fossero un malcelato invito per un possibile incontro particolare. Il cavallo era lanciato al galoppo. Sopra di me correvano veloci le chiome alte dei pini, mentre iniziava la salita verso i monti albani, e l’aria fresca mi calmava sul viso il bruciore di quella carezza assassina. Mi calmai e misi il cavallo al trotto. Così, più calmamente pensai all’ordine che mi aveva dato zio Cesare, che annullava e distruggeva d’un colpo tutte le gratuite malevolenze di Cleopatra. Maestro di cavalleria! Significava che ero diventato il principale collaboratore di Cesare, il secondo al mondo dopo di lui. E questo senza essere stato ancora pretore! Avrei portato la toga praetexta e avuto la scorta di sei littori. Ad Apollonia avrei esercitato, in sua assenza, i suoi stessi poteri, e sarei stato il primo al mondo, sempre dopo di lui! Organizzare l’esercito per la spedizione contro i Parti! Vendicare la sconfitta a tradimento di Carre e anche la morte del mio lontano cugino Ottavio. E fantasticavo: dopo la Partia, giù giù a rotta di collo, fino all’India, sulle tracce del grande Alessandro. Feci sosta ad Ariccia per salutare mia madre, la quale restò turbata per l’incarico che zio Cesare mi aveva dato. Chi non fu turbata per niente, ed anzi esplose in grida di gioia e un lungo abbraccio frenetico fu mia sorella Ottavia, che ritrovai a Velletri.