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domenica 21 maggio 2017

Un anno dopo la sua scomparsa il ricordo del vescovo di Velletri Andrea Maria Erba

E’ passato un anno, da quel 21 maggio 2016 in cui monsignor Andrea Maria Erba s’è addormentato nel Signore. 

di Luca Leoni

VELLETRI - Ma non s’è mosso di un passo dal luogo fisico e spirituale più caro al suo gregge, la navata della cattedrale che ospita il santuario della Madonna delle Grazie e meta quotidiana di tanti pellegrinaggi discreti e raccolti in preghiera.
Le spoglie di monsignor Erba riposano infatti a poca distanza dalle reliquie di San Geraldo, suo predecessore dell’XI secolo e del quale ha saputo esercitare le doti diplomatiche. Ciò ha cambiato le abitudini di chissà quanti fedeli che entrano in cattedrale, diretti alla Cappella della Madonna delle Grazie. Perché da pochi minuti dopo la tumulazione della salma di mons. Erba sotto il pavimento all’altezza della Cappella dell’Addolorata, è nata spontanea una nuova consuetudine: la sosta in raccoglimento presso l’iscrizione marmorea che lo ricorda, seguita da passi silenziosi e leggeri, in punta di piedi, per non disturbare il suo sonno dei giusti, sia entrando che uscendo dalla cattedrale. Sfido chiunque l’abbia conosciuto, a non avere almeno un ricordo di monsignor Erba sorridente: il sorriso, di monsignor Erba ti colpiva il sorriso. La voce era secondaria, con quell’impronta brianzola forte e chiara che fungeva solo da colorazione all’eloquenza del suo sorriso e del suo sguardo benevolo. Qualcuno lo definiva ieratico. Credo fosse soltanto schietto, ma disponibile fino a conquistare la stima anche del più integralista dei diffidenti. Ti guardava con serenità e, se ci fosse stato qualche progetto a bollire in pentola, ti dava la sua approvazione ridacchiando, sfregandosi le mani e stringendosele più volte, come un compare con il quale avessi appena ideato un colpo geniale e a fin di bene. E’ stato un guerriero, come quei padri di famiglia sempre pronti alla loro impresa quotidiana. Senza clamori né proclami, che silenziosi celebrano ogni giorno il rito del lavoro. Ai primi malori, decenni fa, monsignor Erba non volle fermarsi. Avrebbe dovuto curarsi, amare se stesso. E invece no, riusciva a diventare scorbutico e intrattabile, quando si fosse sentito debole o fosse stato trattato come tale. La sua indole battagliera e leonina sapeva riservare sgradite sorprese, a chi l’avesse sottovalutato o, peggio ancora, compatito. Me lo ricordo bene, quando si sciroppava le decine di scale della residenza vescovile benché debole di gambe o continuava a ricevere ospiti strusciando i piedi come se avesse calzato dei pattini, ma sguainando sempre il suo sorriso. L’ha testimoniato fino all’ultimo, con la sua silenziosa coerenza, fino a trascurare se stesso, il suo ruolo al servizio della gente. La gente, tutta. Senza distinzioni tra colti e analfabeti, senza puzza sotto al naso, benché monsignor Erba fosse intellettuale raffinatissimo, storico della chiesa, teologo e amico di tanti artisti e personalità del mondo della cultura. Associo al suo ricordo forte e chiaro il ricordo altrettanto intenso di figure di mecenati come il professor Marcello Ilardi e il dottor Marcello Pellegrini, colonne portanti di una realtà fattiva e operante che era al servizio silenzioso degli indigenti, ma capace di creare cordate di finanziatori per restauri onerosi del patrimonio artistico e architettonico diocesano. Perché il collante era lui, monsignor Erba, che sapeva chiedere nel suo stile signorile ma pragmatico e al quale non si poteva dire di no. Possiamo dire con oggettività che ha cambiato in modo fruttuoso e permanente la vita della diocesi di Velletri-Segni, lasciando feconde testimonianze pastorali e umane ma anche materiali, come il Museo Diocesano. E’ incastonato per sempre nel santuario più caro ai veliterni, monsignor Erba, sia fisicamente che spiritualmente, alla stregua della ‘Crux Veliterna’ a lui tanto cara. Dorme il suo sonno nel Signore accanto al santo germanico Geraldo, che pagò con la vita la sua fedeltà al Vicario di Cristo. I rintocchi delle campane della sua e nostra cattedrale siano il suo dolce carillon quotidiano. 

Il vescovo e la ‘sua’ cattedrale: un’unione indissolubile 

Da secoli è consuetudine che il vescovo venga sepolto nella cattedrale della diocesi a lui assegnata, così come che i cardinali vengano sepolti nella chiesa romana di cui sono stati titolari, salvo eccezioni dovute a espresse volontà o a problemi contingenti. Alcuni prelati, infatti, chiedono di essere sepolti nella loro città natale, non necessariamente in cattedrali o luoghi di culto: un esempio fra tutti, quello di mons. Martino Gomiero, già vescovo di Velletri-Segni, sepolto per sua espressa volontà nella nuda terra nel cimitero di Castelnovo di Teolo, suo paese d’origine. Prima di lui, il cardinale Sebastiano Baggio, titolare di questa diocesi e sepolto nella tomba di famiglia a Rosà, sua città natale. E, andando a ritroso, mons. Carlo Gigli, nativo di Anagni e già vescovo di Tivoli ma sepolto nella nuda terra nel cimitero di Velletri, dove si era ritirato dopo il pensionamento. Ma sono eccezioni, queste, che confermano la regola secondo la quale le spoglie del vescovo dovrebbero riposare nella cattedrale della diocesi da lui guidata, in virtù di un legame pastorale indissolubile. Ne sono testimonianza i molti vescovi nativi di Velletri che, nei secoli, hanno guidato varie diocesi: mons. Lorenzo Landi, parente del celebre Ascanio e sepolto nella ‘sua’ cattedrale di Fossombrone, mons. Gian Carlo Antonelli, sepolto nella cattedrale di Ferentino così come gli altri prelati veliterni Fabrizio Borgia (zio del più celebre Stefano, sepolto dal 2002 nella cattedrale di Velletri) e Vincenzo Macioti. Oppure mons. Alessandro Borgia, arcivescovo di Fermo e fratello di Fabrizio e sepolto nella cattedrale di quella città marchigiana. La sepoltura delle spoglie di mons. Erba nella ‘sua’ cattedrale veliterna si allinea con quella del compianto mons. Salvatore Boccaccio, la cui salma riposa nella ‘sua’ cattedrale di Frosinone, la cui diocesi, unita a quelle di Veroli e Ferentino guidò dal 1999 al 2008.