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sabato 8 aprile 2017

Velletri Archeologica: "Tu Marcellus eris" - a cura del Gruppo Archeologico Veliterno

Anno 23 a.C.: Augusto è console per l’undicesima volta, ma decide di rinunciare alla carica mantenendo “solo” la tribunicia potestas (l’antica prerogativa dei tribuni con diritto di veto e facoltà di fare adottare le leggi da lui stesso proposte) e l’imperium proconsulare maius et infinitum (potere amministrativo e militare superiore a tutti e senza limiti di tempo sulle province e sull’esercito). 

di Ciro Gravier 

Il Senato, ridotto da circa mille a 600 membri, decreta che il mese Sextilis del calendario si chiami d’ora in poi Augustus. A Roma giungono Alessandro e Aristobulo, due dei quattro figli che Erode il Grande, re di Giudea, ha avuto da Mariamne Asmonea, che – sia pure a malincuore – ha fatto uccidere.

Augusto, che compie 40 anni, comincia a pensare alla sua successione. Non ha figli maschi, ma solo un nipote, Marco Claudio Marcello, figlio di sua sorella Ottavia, al quale già da due anni, nel 25, ha dato in moglie sua figlia Giulia.  I due sposi (lui diciassettenne, lei quattordicenne) convolarono in assenza del rispettivo zio e padre Ottaviano, che si trovava in Spagna a dirigere la guerra cantabrica. Ne fece le veci Agrippa, il suo grande amico e collaboratore.
Essendo l’unico maschio della famiglia, Ottaviano aveva cominciato a dargli pubblico spazio facendolo partecipare già a tredici anni al suo trionfo per la vittoria di Azio (al posto d’onore, sul cavallo esterno di destra), poi lo aveva reso “cofondatore” del nuovo collegio degli Arvali, infine per decreto del Senato gli fu accorciato di 10 anni il cursus honorum. Nominato edile, con i soldi dello zio-suocero, il giovane diede fastosi spettacoli e intraprese la costruzione di un grande teatro.

Ora Marcello è un bel giovanottone di 19 anni, ma dalla giovane coppia non è ancora nato nessun figlio. D’altra parte, i due hanno avuto rarissime occasioni di stare insieme: pochissimo tempo dopo la celebrazione delle nozze, Ottaviano lo ha chiamato in Spagna, insieme all’altro giovanotto, il coetaneo Tiberio, figlio di sua moglie Livia. Entrambi sono appena usciti dagli insegnamenti del precettore filosofo accademico con tendenza stoica Nestore di Tarso. Entrambi sono tribuni militari, ed entrambi militano sotto l’occhio vigile di Augusto che li ha messi alla prova per la scelta alla successione. A dire il vero, Tiberio fu inserito solo per accondiscendere a Livia, ma è chiaro che la preferenza di Augusto era tutta per Marcello. Non per nulla, benché fosse già suo nipote, gli aveva dato in moglie sua figlia. Marcello, da parte sua, ne era ultraconvinto, e piantò una grana terribile, come il capriccio di un bambino, quando Augusto, per via di una seria infezione al fegato, consegnò provvisoriamente al più maturo Agrippa l’anello dei sigilli. Fu necessario interporre fra i due una grande distanza: Agrippa fu mandato a governare la strategica Siria, ma questi, conscio della scusa, rispose con un’altra scusa (un raffreddore!) e si limitò a governarla tramite un legato e risiedendo oziosamente nell’isola di Lesbo.

Tornato dalla Spagna, Marcello si tagliò per la prima volta la barba, e mentre Agrippa si crogiolava, turbato, al sole di Lesbo, se ne andò a ispezionare gli immensi cantieri che questi aveva lasciato ancora incompiuti ai Campi Flegrei. È da ritenere che l’idea sia stata delle donne (la madre e la moglie), d’accordo con Augusto, per allontanarlo da Roma, dove infuriava una violenta epidemia, che lo aveva già colpito, debilitandolo: altrimenti non si spiega perché insieme a lui, a Baia, ci fosse anche il valente medico Antonio Musa, che aveva già guarito Augusto dalla grave malattia al fegato, meritandosi onori e perfino l’erezione di una statua accanto all’altare di Esculapio. Purtroppo, verso la fine del mese che da quell’anno in poi si chiamò Augustus, fece una brutta ricaduta, e a nulla valsero i rimedi, prevalentemente bagni di acqua fredda, del grande dottore. Marcello morì nel mese di settembre, alla giovanissima età di 19 anni. Si adombrerà il sospetto, non veritiero ma verosimile, che dietro a questa morte ci fosse lo zampino di Livia.

Augusto ne fu costernato. Ne ordinò esequie solenni in Campo Marzio, la deposizione delle ceneri nel suo Mausoleo, gli fece innalzare splendide statue in materiale prezioso (bronzo dorato o marmo pregiato) che lo rappresentavano come un eroe divinizzato, proseguì i lavori già avviati per l’erigendo teatro fra il Tevere e il Campidoglio e quando questo fu finalmente terminato, nell’anno 13, lo inaugurò dedicandolo a lui, insieme a una biblioteca.
Anche Pompei, di cui Marcello era patronus, gli dedicò delle statue: ce n’era una con una dedica nel Foro Triangolare, e un’altra – o piuttosto la testa – che è stata trovata al piano superiore della Casa del Citarista.
Si avviò così una sorta di glorificazione del defunto originata dalla pietà per la sua tristissima sorte, dal rimpianto per ciò che sarebbe potuto essere ma che la morte crudele e immatura precluse non solo a lui, ma all’intero popolo romano. Cominciò, a quanto sappiamo, lo stesso Augusto che ne pronunciò l’elogio funebre suscitando una commozione universale. Via via in modi diversi anticiparono e seguirono i poeti: gli epigrammatisti greci (certamente Crinagora di Mitilene e forse Antipatro di Tessalonica), Properzio e – soprattutto – Virgilio.

Crinagora di Mitilene, che nel 25 era a Roma come ambasciatore della sua città, fece dono dei cinque libri di Anacreonte [1] ad Antonia, la figlia di Ottavia e di Antonio: era evidente che il dono fatto ad una ragazzina di 14 anni era in realtà diretto alla madre di lei, che era una donna matura e apprezzava la lirica greca. A Marcello, invece, per cui aveva già composto un epigramma in occasione del taglio della prima barba, con un rinvio evidente alla Chioma di Berenice [2], Crinagora regalò l’Ecale di Callimaco [3] con la dedica di un epigramma di tre distici elegiaci, l’ultimo dei quali diceva così: “La sua [di Teseo] forza giovanile sia raggiunta dalle tue mani, o Marcello, e fama simile di nobile vita” [4], chiaro auspicio di gloriose imprese di cui il giovane si sarebbe reso protagonista in futuro.
La sua elegia (III, 18) Properzio la compone dopo la morte del giovane, collocandosi spazialmente sul luogo della tragedia (“l’ombroso Averno” e “l’odiosa Baia”), temporalmente nell’imminenza del rogo funebre (“darai alle fiamme queste cose”)  e mentalmente nella riflessione sull’inevitabilità della morte per tutti (“triste la strada, ma da tutti questa via dev'essere percorsa”). In tal modo, mentre polemicamente “smitizza” il tentativo di apoteosi in atto [5] (“Che gli giovò la stirpe o il valore o l'ottima madre, e frequentare la casa di Cesare?”), accosta il giovane sfortunato all’umanità intera avvicinandolo emotivamente al lettore.
Virgilio, invece, pur collocando la scena a Cuma, trasporta l’ombra del futuro Marcello nei Campi Elisi. Lì, il padre Anchise mostra al figlio Enea le ombre dei grandi uomini che faranno la storia di Roma, la città che sorgerà a seguito delle sue imprese e a proposito della quale annuncia il ruolo di superiore civiltà e di pacificazione dei popoli che i Fati le avranno assegnato, niente meno che l’essenza del principato augusteo: “Tu, o Romano, ricorda di reggere i popoli col tuo impero. Le tue arti saranno: imporre i costumi della pace, essere clemente con quelli che si sottomettono e sgominare i superbi” [6]. Qui Enea vede “avanzare un giovane bello d’aspetto e dalle armi fulgenti, ma con la fronte piuttosto triste e il volto con gli occhi abbassati” [7] e chiede al padre di sapere chi è. E Anchise, dopo un compianto sui lutti che l’invidia degli Dei imporrà alla città di Roma ed una presentazione altisonante del futuro giovane, dice: “Oh ragazzo degno di compianto, tu sarai Marcello! – Tu Marcellus eris! – Spargete gigli a piene mani, che io sparga fiori purpurei e colmi almeno con questi doni l’anima del nipote …” [8].
Composto questo canto, Virgilio lo lesse personalmente in anteprima ad Augusto in presenza di Ottavia, che svenne per l’emozione.



[1] Poeta lirico greco (570 – 485 a.C.), famoso per la sua poesia consolatoria, principalmente d’amore e conviviale, apprezzata per il suo fascino gradevole.
[2] Elegia di Callimaco, parafrasata in latino da Catullo, in cui la chioma che Berenice, moglie di Tolomeo III, ha consacrato ad Afrodite per impetrare il ritorno del marito dalla guerra, dice di essere diventata una costellazione.
[3] Secondo il mito greco, Ecale era una povera vecchia che ospitò Teseo nella sua capanna quando questi si stava recando a Maratona per uccidere il toro che Eracle aveva portato da Creta. L’indomani, la vecchietta offrì un sacrificio a Zeus per ottenere il successo di Teseo, cosa che avvenne. Ma, al suo ritorno alla capanna, Teseo la trovò morta. In suo onore, istituì un tempio e una festa annuale. Sulla vicenda il celebre erudito Callimaco (310-240 a.C.) scrisse un famoso epillio.
[4] Τοῦ σοι καὶ νεαρὸν χειρῶν σθένος εἴη ἀρέσθαι, / Μάρκελλε, κλεινοῦ τ’ αἶνον ἴσον βιότου.
[5] Properzio non si è mai allineato alla politica culturale di Augusto
[6] Tu regere imperio populos, Romane, memento.
   Hae tibi erunt artes: pacisque imponere mores,
   Parcere subiectis et debellare superbos
   (Eveide, VI, 851-853)


[7] … ire videbat
   egregium forma iuvenem et fulgentibus armis,
   sed frons laeta parum et deiecto lumina vultu
  (Eneide, VI, 860-862)
[8] heu, miserande puer, … 
   tu Marcellus eris. Manibus date lilia plenis, 
   purpureos spargam flores animamque nepotis 
   his saltem accumulem donis …

   (Eneide, VI, 883-886)