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giovedì 13 aprile 2017

Il "Romanzo di Ferrara" non è mai finito: l’eterna poesia di Giorgio Bassani

Diciassette anni fa, il 13 aprile 2000, moriva a Roma lo scrittore ferrarese Giorgio Bassani dopo una lunga malattia. Il ricordo del poeta, docente e intellettuale è più vivo che mai, negli spunti di tanti studiosi e nelle molteplici attività condotte dalla Fondazione a lui dedicata. 

di Rocco Della Corte

ROMA - Quel senso d'insoddisfazione che caratterizza le aspre pagine de L'Airone, ultimo romanzo in ordine di tempo firmato da Giorgio Bassani, traspira ancora un’attualità disarmante nella società dei consumi e delle apparenze. La nausea di Limentani, svogliato e improvvisato cacciatore che pure si alza all’alba per andare a compiere un’attività che non gli appartiene, è lo specchio di una crisi che l’autore ferrarese ha superato, tra mille dubbi, proprio lavorando a quell’opera così particolare.
«Ho scritto una schifezza», diceva lui, «Non avevamo mai visto il papà così», ricorda la figlia Paola , eppure quella «descrizione di un viaggio verso la morte» fu talmente autentica da valere il Premio Campiello. A diciassette anni dalla sua scomparsa l'interesse nei confronti dell'autore è più vivo che mai, forse anche più di prima, in un destino comune a molti grandi della letteratura italiana. E come dalle pagine di un romanzo, che si può scorrere dalla prima all’ultima riga oppure iniziare aprendolo casualmente, la storia del poeta ferrarese viene fuori per episodi, per flash.
La dura contestazione subita a Ferrara nel 1962, durante la presentazione del Giardino dei Finzi-Contini - con lo sdegno dell'allora presidente della Comunità Ebraica - e le vicissitudini di un uomo che ha sempre amato la sua terra pur non riuscendo ad integrarsi pienamente in essa, sono già due episodi che danno lo spunto per un romanzo. La vita dello stesso Bassani, in fondo, non è stata altro che un romanzo, in cui chi scrive è anche il protagonista, suo malgrado. Un deus ex machina e al contempo un personaggio senza la paura di schierarsi contro il fascismo, impavido nel criticare una borghesia ebraica ferrarese fondamentalmente ignorante e ignara, privo di qualsiasi scrupolo nel delineare storie di provincia che rappresentavano esattamente la realtà. E allora è inevitabile per quegli uomini di provincia sentirsi chiamati in causa, come se avessero la "coda di paglia",  e procedere con gli attacchi fatti allo scrittore. Un odio/amore, però, che non ha mai bloccato la penna: le abitudini di Bassani, un mattiniero di ferro, impavido di fronte alle levatacce in orari «antelucani» - come le definiva lui stesso quando era costretto al pendolarismo da docente a Velletri - che proprio nel silenzio dell'alba scriveva, rigorosamente su carta, le notazioni che avrebbero poi generato la letteratura che lo ha contraddistinto e ha segnato il '900. Il pomeriggio, invece, la fase inventiva lasciava spazio a quella pratica, con l'immancabile Olivetti sulla scrivania che cominciava a risuonare, ticchettio dopo ticchettio, segno di come l'autore stesse "mettendo in bella copia" quanto partorito al mattino. Nel percorso per flash, fotografia dopo fotografia, della vita di Bassani stanno anche i luoghi dell’anima, quelli in cui i pezzi di carta e i pezzi di cuore si mischiano producendo versi. Uno di questi è per forza di cose la casa di via Cisterna del Follo, a Ferrara, oggi non più accessibile e riconoscibile da una targa che ricorda come tra quelle mura - termine quanto mai calzante - Bassani si aprì alla poesia e all'impegno civile.


Un portone sbarrato impedisce la vista della magnolia, simbolo fondamentale della poetica bassaniana, che si può tuttavia scrutare da altre angolazioni in quanto ubicata al centro del cortile di quel palazzo signorile oggi diviso in appartamenti e non più di proprietà della famiglia dell'autore. Pochi metri più avanti, svoltando a sinistra, ci si imbatte in un piccolo parco pubblico e c'è il Tennis Club "Marfisa d'Este", un altro dei luoghi del romanzo-vita di Bassani. Quattro campi in terra rossa, divisi da siepi ordinate, che risuonano di quel familiare rumore che le palline da tennis, insistenti e discrete, provocano sollevando granuli rossicci di polvere. Lì il professor Giorgio ha riportato anche alcune vittorie («una buona seconda categoria», ricordano gli amici), e lì si protendeva il suo orecchio quando, con le leggi razziali del 1938, fu escluso dall’arena magica. La racchetta non finì mai in soffitta, ma il suo mancato utilizzo rese meno affascinanti e più nostalgici gli strepiti dei treni che tornavano, alla sera, Verso Ferrara, forse perché il rosseggiare dei tramonti ricordava troppo quello del manto dei campi da tennis. Meglio cercarsene altri di posti, magari spazi protetti dove anche la guerra per entrare deve chiedere permesso, come il Giardino insegna. Il conflitto mondiale lasciò il segno in Bassani, che ne parlava poco volentieri, e nonostante il ritorno alla vita normale, dopo un periodo di clandestinità, e la carriera da docente, gli strascichi interiori rimasero tangibili. Dove è passata la guerra, per citare uno dei suoi articoli più esplicativi, indica la necessità di un impegno morale che non può lasciare indifferenti. Forse per questo il Romanzo di Ferrara è a tratti così doloroso, proprio come l'epopea di Edgardo Limentani che rivede in un airone imbalsamato la condizione umana, prigioniera di una finitezza che ci si illude di poter scacciare, magari a colpi di dritto o di rovescio, per tornare al tennis e alle confortanti palline gialle. 
Bassani e Rita Levi Montalcini

Ma un romanzo è fatto di luoghi e le ultime pagine, di solito, cercano di toccare il cuore del lettore. Chi ha avuto modo di approcciarsi alla lettura di Bassani conosce il modo repentino in cui il ferrarese chiudeva le sue opere; un esempio è rappresentato dalla sentenza ineluttabile sul dottor Fadigati, che nonostante la perifrasi di "noto professionista" viene subito riconosciuto tra le righe di una cronaca discreta. L’io narrante non ha dubbi nell’esclamare con sdegno e intuito che lo stimato otorinolaringoiatra è morto. E repentine, pesate, dette con un filo di voce per una malattia in avanzare continuo, sono le parole che Bassani ha lasciato a chi lo ha incontrato negli ultimi anni della sua vita. Si ritorna nei luoghi-simbolo, il percorso per flash prosegue e gli “scatti” si fanno più intensi e concitati: Ferrara, nel 1993, tributa al suo scrittore una laurea honoris causa. Ninfa, invece, nel 1997 consente il ritorno nel Paradiso Terrestre a un protagonista che aveva talmente amato quel giardino da traslarlo, idealmente, in Corso Ercole I D'Este, nella sua patria. La magna domus di Bassani è tutta l'Italia, ma letta in un'ottica esistenziale ed interiore. Una condizione mentale, quella dello scrittore, che emerge nel sofferto ma inimitabile capolavoro che è L'airone, e anche nelle poesie dal linguaggio così criptico e difficile, per lessico scelto e sintassi adoperata. Chi si attende, ad esempio, un'esaltazione di fiori rigogliosi e arbusti lussureggianti nei quattro versi dedicati a Ninfa ha capito poco di Bassani: un esistenzialismo serrato, disarmante, termini impenetrabili e accostati con dovizia che a dispetto della brevità richiedono uno sforzo interpretativo notevole. Ma forse per meglio condensare il personaggio Bassani, protagonista del suo romanzo che inizia in una città di pianura, sopravvive a una lunga notte del '43, e continua per le valli di Codigoro tra la trattoria di Bellagamba e l'insoddisfacente routine resa ancor più fastidiosa dall'amore per la consuetudine, chiastico, di Cavaglieri, si può richiamare l'omaggio che l'autorevole amico Gianni Clerici - scrittore, giornalista e amante del tennis, sport per il quale si è speso fino a scrivere un manuale per gli amatori - ha fatto allo scrittore per il suo centesimo compleanno.
Più che un tributo, un ricordo dell'ultimo grande regalo, nostalgia che sottintende lacrime: Bassani, occhi scavati, assenti e inconsapevoli, sulle gradinate di un Tennis Club ai Parioli guarda dei signori giocare. Siamo a Roma, il 2000 è alle porte... Lo scrittore, chissà, nella mente rievoca il suo "Marfisa D'Este", le montaliane estati lontane con Gadda e Pasolini, gli interminabili viaggi in bus per insegnare a Velletri. Guardando Clerici, il professor Giorgio gli chiese: «Chi sei?». Non soltanto un’agnizione mancata, ma una domanda eterna, ancora una volta spinosa, a cui non si può rispondere, né ora né in futuro. Bassani però la pone, anche dal suo universo già distaccato e costellato di ricordi, flashback, fotografie vecchie e sgranate, come il viaggio-tributo a diciassette anni dalla sua morte che si è provato a immaginare. Il quesito è un lascito, unico ed insindacabile, dal Po al Tevere (sono questi I due fiumi?), da Napoli a Roma, fino a quella città di pianura sempre sognata: la certezza, per tutti, che il Romanzo di Ferrara non è mai finito, e mai terminerà. 



Il giovane Bassani al Tennis Club Marfisa D'Este

La magnolia che sta giusto nel mezzo 
del giardino di casa nostra a Ferrara è proprio lei 
la stessa che ritorna in pressoché tutti 
i miei libri.


Foto di Paolo Zappaterra: la magnolia della casa di via Cisterna del Follo a Ferrara

FONTI E BIBLIOGRAFIA
  • Le testimonianze sull'insoddisfazione di Bassani durante la fase compositiva dell'Airone sono riportate nel documentario monografico “Giorgio Bassani” curato da Luigi Boneschi per la regia di Pupi Avati andato in onda nel 2010 su TV2000 (rinvenibile in rete) e con la testimonianza di Paola Bassani. 
  • La descrizione di un viaggio verso la morte è espressione di Bassani ricordata in W. MORETTI, Il romanzo di Codigoro: L'airone, sito ufficiale del Comune di Codigoro “Città dell’Airone”, 2002. La citazione è ripresa direttamente da Bassani, che definì così in un’intervista il romanzo del 1968. 
  • Sull'omaggio di Clerici si rimanda all'articolo pubblicato sul quotidiano La Repubblica il 4 marzo 2016: G. CLERICI, Giorgio Bassani, il mio amico poeta e i dialoghi con la racchetta
  • I due fiumi è il titolo dell’ultimo romanzo di Bassani, di cui però non è, per ora, pervenuta alcuna pagina e sul quale gli studiosi hanno poche certezze. Lo scrittore ne parlò, tra le altre cose, in un’intervista contenuta in E. CAVALLI, Dei paesi tuoi, Rimini, Maggioli Editore, 1984.
  • I versi pubblicati al termine dell'articolo dedicati alla magnolia sono tratti da Le leggi razziali, poesia di Giorgio Bassani contenuta in Epitaffio, Milano, Mondadori, 1974.