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sabato 18 marzo 2017

Velletri Archeologica: "Salve, sono Caio Ottavio Turino. Futuro Ottaviano Augusto"

Da oggi, ogni sabato, la Redazione di Velletri Life è lieta di ospitare dei contributi da parte del GAV - Gruppo Archeologico Veliterno - sull'archeologia e la storia della nostra città. Una nuova rubrica di qualità e spessore che impreziosisce il numero on line del sabato. Buona lettura e grazie al Gruppo Archeologico Veliterno tutto.


di Ciro Gravier


Salve. Sono Caio Ottavio Turino. In seguito diventerò Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto. Sono nato a Roma sul Palatino “alle Teste di bue” nove giorni prima delle Calende di ottobre, cioè il 23 settembre dell’anno 690 dalla fondazione di Roma (per voi sarà il 63 avanti Cristo).
Quell’anno erano consoli Marco Tullio Cicerone e Caio Antonio Ibrida, e ci fu la congiura di Catilina. Mia madre, una donna dolcissima e robusta, dai capelli a boccoli, era di Ariccia. Quando io nacqui, aveva 22 anni. Suo padre era Marco Azio Balbo e sua madre era Giulia, sorella di Giulio Cesare. Mio padre invece era di Velletri e apparteneva alla famiglia degli Ottavi. A Velletri c’era un intero quartiere che si chiamava Ottavio. Ora è rimasta la via Ottavia, sopra al Comune. Da un precedente matrimonio lui aveva già una figlia, e prima di me mia madre gli aveva dato un’altra figlia. Era senatore ed era stato governatore della Macedonia. Morì mentre stava andando a Roma per candidarsi al consolato. Io avevo quattro anni. Passai la mia infanzia nella bellissima campagna di Velletri, dove mio padre aveva un villino, dalle parti di San Cesareo. Tutti mi volevano bene e parlavano bene dei miei. Mi raccontavano di mio nonno, che si era arricchito facendo del bene, cioè prestando soldi, a chi ne aveva bisogno, per cui qualche mala lingua diceva che era stato un usuraio. Uno zio aveva praticamente ricostruito tutta la via Mactorina, da Velletri centro al Passo dei Coresi, e a ricordo aveva collocato una lapide a Soleluna, all’incrocio con l’Appia, dove c’era un tempietto rustico e ci andavano le ragazze che si sposavano il giorno dopo. Un mio trisavolo aveva combattuto e fu uno dei pochi sopravvissuti alla battaglia di Canne contro Annibale. In tempi ancora più antichi, un bisavolo del mio bisavolo, mentre stava offrendo un sacrificio nel tempio di Marte a Velletri, fu avvertito che si stavano avvicinando i nemici. Lasciò le carni dell’animale ucciso mezze arrostite e corse a respingere l’assalto. Poi tornò al tempio e completò la cerimonia. Per questo a Velletri per tradizione, il giorno della festa di Marte, le Equirria, la metà delle carni dell’animale offerto in sacrificio, era dato agli Ottavi. Io stesso ne ho mangiato, ma quel giorno mi piaceva di più assistere alla corsa dei cavalli. Quando avevo dieci anni, giunse la notizia terribile che i nostri soldati, guidati da Crasso, erano stati massacrati in un posto lontano, in Oriente, che si chiamava Carre. E vi era morto, combattendo coraggiosamente e difendendo Roma e il suo generale, un mio parente, che si chiamava Ottavio come me. Mi piaceva andare per i campi a vedere i lavori dei nostri servi, ad osservare le piante e gli animali. Mi piaceva molto raccogliere l’uva insieme a loro al tempo della vendemmia. E che divertimento quando la pestavamo a piedi nudi nelle tinozze per ottenere qualche mese dopo di quel buonissimo vino che si chiamava “Veliternum”. Ogni tanto, con i miei amici, andavamo alla scoperta del Monte Algido, quello che voi ora chiamate Artemisio: erano lunghe scorazzate, raccoglievamo le more selvatiche e ci dissetavamo con l’acqua freschissima delle sorgenti. Ma il più delle volte giravamo per la città: c’era il famoso Tempio di Marte (che ora è la Cattedrale di San Clemente), e intorno al quale si facevano le corse dei cavalli. Poi c’era il Foro, con le sue botteghe e sempre qualche candidato politico che intratteneva i creduloni e gli oziosi, ma era meno divertente dei venditori di porcellini e di coltellacci i giorni di mercato. Sul foro c’era l’ingresso della Basilica (in pratica, il Tribunale). Poi c’era l’Anfiteatro, dove, dopo le elezioni municipali, quelli che le avevano vinto offrivano alla gente dei magnifici spettacoli, e tutti correvano a vederli: tanto, erano gratis. Quando c’era la festa di Diana, ci trasferivamo con mia madre e le mie due sorelle ad Ariccia, dove avevamo un’altra villa. Si andava a piedi fino al santuario di Nemi a deporre le nostre offerte e pregare la Dea. E poi in riva al lago bellissimo mangiavamo la porchetta. Io avevo due professori privati: uno romano, e uno greco. Il primo mi insegnò a leggere, a scrivere prima sulle tavolette cerate poi sui papiri, e a far di conto sull’abaco. Io ero bravissimo a spostare le pietruzze, che si chiamavano calculi, e fare addizioni, sottrazioni e moltiplicazioni. Il pedagogo greco, che era un nostro liberto, mi insegnò la lingua greca, la storia, la filosofia e le tecniche dell’oratoria. Divenni così bravo che a dodici anni, fui io a pronunciare l’orazione funebre per mia nonna Giulia. Poi a 16 anni indossai la toga virile. Non ero più un bambino, e quando zio Cesare partì per la Spagna, lo seguii, e mi feci onore. Così, a 19 anni ero ad Apollonia, in Epiro, a capo delle legioni che dovevano partire per la spedizione contro i Parti, e vendicare la sconfitta di Carre. Il giorno previsto per la partenza era il 18 marzo. E tutto ormai era pronto quando mi raggiunse un messo, che aveva fatto di corsa a cavallo tutta l’Appia da Roma fino a Brindisi, e poi con una liburna veloce era approdato ad Apollonia. Era trafelato e sconvolto: mio zio, il grande Cesare, era stato vilmente ucciso tre giorni prima, nell’aula del Senato, da un gruppo di congiurati. Tornai dunque in Italia, e lì venni a sapere che mio zio, Giulio Cesare, mi aveva adottato. Dovevo quindi raccogliere la sua eredità: non solo quella patrimoniale, che era cospicua, ma soprattutto quella politica, che in quel momento era una vera e propria incognita, non priva di grandissimi rischi. Da buon velletrano ferrigno e piantagrane, accettai, ed osai