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lunedì 16 gennaio 2017

"La quarta sponda. O' cunto": presentato in Sala Tersicore il romanzo di Lorenzo Manenti

La presentazione del libro di Lorenzo Manenti, La quarta sponda, fa il pieno di pubblico alla Sala Tersicore.

Doppio articolo


VELLETRI - Un romantico manoscritto ritrovato, come quello che spinse il Manzoni a raccontare la storia del Fermo e Lucia. Ma stavolta, rigorosamente messe in corsivo, sono le reali annotazioni del maestro Luigi Manenti ad aver di fatto sancito la necessità, emotiva e storica, di scrivere un libro.
La quarta sponda. O' cunto, è appunto un racconto che abbraccia il primo cinquantennio del Novecento a partire dalle storie di due famiglie, in un'indagine meticolosa - e mai idealizzata - di scavo delle proprie origini operata con discreta nostalgia e posato stile narrativo dall'autore, Lorenzo Manenti. Un racconto che ha trovato una calorosa risposta di pubblico nell'accogliente Sala Tersicore, luogo deputato alla presentazione ufficiale del romanzo. La conduttrice, dottoressa Simona Tuliozzi, responsabile della Viola Editrice di Valentina Succi, ha introdotto il dibattito soffermandosi sull'importanza del recupero della dimensione orale e del valore della testimonianza.
I relatori e l'intervento di Ilaria Usai
Ha portato i saluti dell'amministrazione comunale l'assessore alla cultura, dottoressa Ilaria Usai, per poi cedere la parola al professor Marco Nocca. Quest'ultimo ha inquadrato il periodo storico, che parte dalle prime sortite italiane in Libia fino alla politica estera, sistematicamente attenta nei confronti di quelle terre, del regime di Mussolini. Il miraggio della felicità, il concetto di colonia, l'incrocio tra la storia personale e quella ufficiale fatta dai potenti compongono il substrato di un romanzo difficilmente inquadrabile in un genere rigido. A dialogare con l'autore, invece, è stato Rocco Della Corte, che dopo un breve intervento in cui ha sottolineato l'originalità della proposta letteraria di Manenti, composta da una cornice (rimandi letterari alle Favole al telefono di Rodari e al Decameron di Boccaccio) e da un'alternanza di storie compiute, sempre nel segno della veridicità, gli ha posto numerose domande.
Rocco Della Corte
I personaggi reali, coloro che la storia l'hanno vissuta, hanno indotto Manenti a compiere un viaggio all'indietro che gli ha permesso di riscoprire alcuni aspetti sconosciuti o inaspettati dello stimato padre, dei nonni materni e paterni, ma l'opera si carica di valore anche per la volontà esplicita di trasmettere questo ricordo - fatto di dignità, scoperte, ingenuità, spregiudicatezza - ai propri figli. Molto espressive, come sempre, le letture del professor Nocca, che ha scelto alcuni passi del romanzo interpretandoli sentitamente e calandosi perfettamente persino nel dialetto siciliano, patina spesso presente in un contesto come quello dell'ambientazione del libro. Lorenzo Manenti ha raccontato anche il modo in cui ha concepito quest'opera, scritta con l'incoscienza e con la consapevolezza di non essere un autore di professione.
Lorenzo Manenti
Il timore, però, ha giovato e il lavoro emerso è un risultato equilibrato, in un giusto mix tra scritto storico, aneddotico, epistolare. Le conversazioni con il maestro Manenti, il cui ricordo è vivido in tantissimi veliterni, durante un'autentica degenza letteraria hanno poi scaturito la lettera finale - interpretata con sentimento da Nocca - che condensa un po' tutti i valori che il rapporto padre/figlio porta con sé, senza rinunciare ad una punta di poetico e romantico. Numerosi i quesiti arrivati dagli spettatori, a cui l'autore ha risposto con entusiasmo e dedizione. In sala era presente una degustazione di tè e biscottini offerta da David Ermacora, titolare del negozio Io e tè.
Marco Nocca
Un evento culturale di alto spessore, che ha ricevuto il forte apprezzamento del pubblico e ha sancito un grande interesse nei confronti di una storia affascinante, istintiva, reale, ma in fondo propria, intimamente, di ognuno di noi. All'autore, infine, vanno i sinceri complimenti per aver vinto le proprie resistenze, superato gli inevitabili scogli emozionali e aver offerto al panorama letterario, sempre più dispersivo e svalutato, un lavoro di qualità che sicuramente farà strada. 


Ad integrazione, sullo stesso evento, l'articolo del dottor Emanuele Cammaroto.

Sabato 14 gennaio, in una Sala Tersicore strapiena, presentato il libro del veliterno Lorenzo Manenti sulle peripezie della sua famiglia, in un viaggio di vita, che dalla Sicilia conduce a Velletri, toccando Malta e la Libia. 

di Emanuele Cammaroto 

 “Figli di maestri di tutto il Paese unitevi”, così esordisce il prof. Marco Nocca, rifacendosi ad un ben più noto slogan del 1848, nel presentare il libro di Lorenzo Manenti, “La quarta sponda”, sabato 13 gennaio, nel palazzo comunale di Velletri. Ovviamente il richiamo del professore era ben oltre il significato letterale, esteso a chiunque avesse identificato nei propri “padri” dei maestri di vita. A comprendere e rispondere a tale richiamo sono stati in molti, anzi moltissimi, così tanti da non riuscire a trovare tutti posto nella Sala Tersicore del Comune. Ben nutrita, in qualità e quantità, la squadra scelta dall’autore e dall’editore per questa prima apparizione de “La quarta sponda”. Oltre il già citato Marco Nocca, noto storico dell’arte, artista e attore lui stesso, oltre che docente presso l’Accademia delle Belle Arti: il dott. Rocco Della Corte, studioso di storia e letteratura del novecento, giornalista e direttore del quotidiano online “Velletri Life”; l’assessore alla cultura di Velletri, la dott.ssa Ilaria Usai e ovviamente Lorenzo Manenti, autore del romanzo, e Simona Tuliozzi, in rappresentanza della casa editrice “Viola”, che non si è sottratta a scommettere su un’opera prima. Ma di cosa narra questo romanzo che è riuscito ad attirare così tanta attenzione sia davanti che dietro la cattedra?
È un romanzo storico, ci suggerisce l’editrice Tuliozzi; uno squarcio di vita, di rapporti familiari e di sentimenti, ribadisce l’assessora Usai. Una sintesi di tutto questo, ribadisce il prof. Nocca, che sottolinea come l’opera abbia sì una connotazione storica, ma con un approccio gucciardiniano, dove non solo i protagonisti non sono gli strateghi o i grandi della Storia, bensì la visione e il vissuto degli eventi è quello che ha ciascuno di noi che conduce la propria esistenza, consapevole di essere un granello di sabbia dell’universo, eppure agisce e pianifica come fosse il centro dell’intero universo. A dimostrazione di questo suo assunto, il Nocca legge diversi passi del libro; interpretando i personaggi con una vivacità che ha coinvolto tutta la platea, divertita dalla recitazione molto spettacolare del dialetto siciliano, dove è riuscito a sublimare la rudezza fonetica della trinacria orientale, con la melodica cadenza della sponda occidentale dell’isola. Il dottor Della Corte ha incentrato il proprio intervento sullo stile narrativo dell’opera che, oltre ad utilizzare cliché classici del romanzo storico, invade anche i confini del racconto epistolare, non lesinando di tradurre in prosa pensieri e riflessioni poetici, senza mai degradare in un comodo autoreferenzialismo, cui spesso si espone chi parla di sé e della propria famiglia. Ma il Della Corte non dimentica di essere giornalista, intervistando l’autore cercando di carpirne le vere motivazioni che lo hanno spinto a scrivere, visto che scrittore non è e, a quanto afferma, non desidera diventarlo; nonché quali sentimenti e difficoltà ha vissuto ed affrontato nella stesura del testo. La risposta a queste riflessioni crediamo sia più giusto lasciare che siano scoperte direttamente dal lettore tra le pagine del libro. Quello che ci preme trasmettere a chi leggerà queste righe prima di quelle del romanzo, è una riflessione raccolta tra i molti presenti.
L’originalità di questo testo è nella riscoperta del valore del racconto orale (non a caso il sottotitolo è “O’ Cunto), che un tempo era patrimonio degli anziani, dei “vecchi”, che trasmettevano le storie della famiglia e del paese ai più giovani, accovacciati avidi di conoscere, accanto al “braciere” o seduti sulle panchine delle piazze cittadine. Una tradizione che salvaguardava valori e memorie. Abitudini stravolte dalla frenesia dei tempi moderni e quasi cancellata dall’aggressività dei social. Scrivere la storia della propria famiglia, “...partendo da alcuni appunti ritrovati durante la malattia del padre...” (come recita la quarta di copertina), è riscoprire la necessità di trasmettere alle generazioni future pensieri e valori che ci appartengono e sui quali fondare i presupposti e i valori del futuro, attraverso la mediazione della conoscenza, della riflessione e dell’ascolto.