martedì 31 gennaio 2017

"La quarta sponda" di Lorenzo Manenti: appunti di un racconto, scintilla di una promessa

Prefazione al romanzo La quarta sponda - o' cunto di Lorenzo Manenti, edito da Viola Editrice (presentato a Velletri nel gennaio 2017). 

di Rocco Della Corte*


Non deve essere stato semplice, a livello letterario ma soprattutto dal punto di vista emotivo, riprendere in mano le verità e i trascorsi di una famiglia, la propria, e organizzare nella frenesia quotidiana un’indagine sistematica di scavo delle proprie origini. La letteratura richiede, generalmente, un coraggio maggiore, soprattutto agli esordienti.

Ma quando un autore, nell’ideale dedica che chiude il proprio «romanzo» - il virgolettato non è casuale perché nel caso de La quarta sponda sarebbe opportuno vietare persino la definizione di «personaggi» per tutti coloro che sono citati – confessa come ha rimesso in piedi questo cunto, ecco che la lettura integrale del romanzo assume un’altra ottica: «la tua voce dentro di me», questa la vera forza di Lorenzo Manenti, giovane imprenditore veliterno che ha costruito da una serie di appunti – la scintilla di una promessa – una storia che ardisce di verità umana, per utilizzare un’espressione alla Montale. Già la copertina, primo impatto psicologico che il lettore ha nei confronti di un libro, affina alcune certezze: un’immagine in bianco e nero, volti nitidi su sfondo sfocato. All’interno, però, c’è la presentazione discreta, spontanea e un po’ romanzata – ma intimamente vera – delle parabole vitali di più generazioni, intersecate e tante volte allontanate, dalla storia e dal destino. Manenti ripercorre le proprie radici di cittadino del mondo in una ricerca multipiano, che attraversa tradizione incancrenite («Di chi sei figlio?» è la proiezione esteriore dei meccanismi psichici riguardanti le dinamiche sociali del “secolo breve”) e una storia, quella della penisola, che nel Novecento diventa più articolata. Un cinquantennio denso caratterizzato da un distanziamento sempre più netto tra paese reale e paese ideale: questo divario, nel cunto, viene fuori con chiarezza perché ai progetti diabolici di Rommell si contrappone la forte virilità di un dialetto ancorato con orgoglio a proverbi e usanze, specchio della voce e delle vicissitudini del popolo siciliano. Viene fuori un documento esemplare, scritto con stile semplice ma appassionato, che riporta una testimonianza storica di un periodo complesso in maniera fruibile e coinvolgente. Il meridionalismo schietto, prima sponda di un Mediterraneo da scoprire, si ripropone – alla maniera che utilizza Camilleri quando fa parlare, nei suoi romanzi, i più anziani – con i propri valori puri, intransigenti, fondamentalmente sani o comunque in buona fede. L’inizio del romanzo abbozza un’analisi sociologica che sarà alla base delle piccole ma importanti rivoluzioni sociali e letterarie, apportate da persone del calibro di Rocco Scotellaro (1923-1953) e Manlio Rossi Doria (1905-1988). L’apparato di fondo del romanzo, però, è diverso: prima di prendere una sua strada, Manenti delinea il contesto di una Sicilia calorosa e selvaggia, fatta di pietre arroventate, masserie, agrumeti e lune pirandelliane. La genealogia, perfettamente schematizzabile alla fine della lettura, viene svelata per gradi e senza fretta. La tranquillità dell’andamento narrativo consente così all’autore di palesare la nostalgia per quei mestieri obsoleti, descrivere il miraggio della felicità nell’epoca del «mercato libero» e della sponda tripolina. Tutto questo vissuto si riversa nell’oggi, solo che non viene adeguatamente ricordato per lontananza temporale. Il substrato storico incombe di continuo, nell’ossimoro tra la fame di ricchezza – quella dei potenti – e la povertà della fame – quella popolare. Tripoli, allora, diventa l’isola che non c’è e che consente di mutare ciò che in Italia è immutabile: il ruolo. Quest’ultimo è un concetto forte e onnipresente, predefinito e statico a Palermo, conquistabile e con margine d’azione a Tripoli. Nell’epoca in cui gli uomini ricercavano la definizione di un ruolo, la storia mette a disposizione un’opportunità che non si può lasciar andare. Ma oltre questo, è fondamentale sottolineare l’alternanza tra Velletri e la storia stessa, nel senso più generale del termine. La città veliterna è come una sala cinematografica, o semplicemente il salotto, quello in cui avviene il dialogo durante una degenza letteraria, quella del signor Luigi. L’amore e gli incontri sono d’altri tempi, presuppongono un’immersione in una concezione oggi non più esistente, ed ecco allora a cosa serve la cornice: le telefonate o le chiacchierate tra l’autore e la viva voce di questo cunto sono il collante necessario a riordinare fabula e intreccio, giustificare i commenti contemporanei e ripartire con un riavvolgimento di due storie parallele e distinte. Si parte da Salvatore e Ignazia, da Vincenzo e Stella. Si arriverà a Luigi e Maria, in un triangolo isoscele con il vertice proiettato verso l’odierno. Due binari, quelli su cui camminano queste esistenze, destinati all’incrocio – lo scambio, per utilizzare il gergo tecnico ferroviario – che però si materializza e chiarifica tenendo presente i tre piani di lettura: cornice, romanzo, appunti. La cornice, la stessa del Decameron di Boccaccio e delle Favole al telefono di Rodari, serve a mantenere saldo il legame tra l’autore e il lettore. Il romanzo, termine improprio vista la veridicità della storia, è semplicemente la vita. Gli appunti sono la scintilla, quel ritrovamento inaspettato su una vecchia agenda impolverata che ha innescato la stesura, promessa, di quest’opera. Da lì sono partiti i suggerimenti di una voce di quella Sicilia cresciuta a lavoro, tradizione, zuppa di fave e pezzi di pane, che erompe nelle più attuali casistiche di gelosia, mostrando la continuità nella gestione dei rapporti umani e interpersonali tra i protagonisti ma la solenne diversità del contesto. Pane, amore e dignità potrebbe essere un titolo altrettanto calzante per questo viaggio all’indietro, cronistoria del progresso oggi acquisito (la nascita dell’elettricità e l’emozione per i nuovi lampioni oggi sembra banale, ma all’epoca fu un magic moment). C’è anche un altro tipo di progresso, oltre quello materiale, e vale a dire quello sociale: il posto al sole promesso da Mussolini. La Libia, come uno stato d’animo, entra ed esce dalla vita degli uomini e delle donne inclusi nel racconto attraversando le generazioni e rappresentando per ognuno di essi un punto di approdo ricorrente, favolistico, vivo territorio teatro di crescita, affari, sentimenti, prospettive di lavoro che avrebbero consentito di mettere in pratica il motto di pane, amore, dignità. Il sentore comune e le storie che tutti i nostri bisnonni, nonni o antenati hanno vissuto viene focalizzato da Manenti sui propri avi, che parteciparono alla mitizzazione del Duce, ai riscontri e alle contraddizioni di un’epoca, allo spavento e all’intraprendenza – anche nei confronti della stessa Africa. Tutto ciò provoca anche nel lettore, oltre che in Luigi – il papà che chiacchiera con il figlio ancora inconsapevole di doversi calare nei panni dello scrittore – anche nel lettore una «mistura di adrenalina e meraviglia». La colonizzazione stessa non è vista solo da un’ottica storicistica, ma da quella popolare che è più stupita di vedersi al cospetto di un aratro in ferro che dall’idea di un ingrandimento dei confini nazionali. La voglia di futuro – vero nodo dell’opera e grande spunto verso l’attualità – era capace di lenire persino la fatica, le questioni militari creavano timori nonostante la propaganda, ma la fiducia e la disposizione al sacrificio sono serviti a restare indenni – con tutti gli scossoni morali comunque presenti – persino al trasferimento dei tredicimila bambini della quarta sponda il 6 giugno 1940. Le leggi razziali, la deriva del regime, la mancanza di un’informazione costante danno l’idea di come si vivesse realmente: si era inseriti nella storia, si aveva cognizione degli accadimenti, ma non i mezzi per capire appieno. E questa sensazione traspare dalle epistole, piene di speranza, solitudine e avventura. Attraversando le beghe familiari, le vittorie e le paure di due realtà domestiche, Manenti si avvicina al punto cruciale, quello in cui vuole arrivare: il suo romanzo storico dell’uomo si apre ad una storia d’amore che diventa preponderante nelle ultime pagine, un amore a prima vista, con la “A” maiuscola, regola grammaticale importante per due insegnanti come Luigi e Maria. Il loro fidanzamento e la trafila nel rispetto delle tradizioni chiude il cerchio. Siamo nel 1950, o cunto è finito. Denso, appassionato, a tratti ammaliante, composizione e assemblaggio di ricordi, documenti, idee. Un lavoro che tutti potremmo fare, ma che Manenti ha avuto la forza di portare avanti in nome di una promessa. E così, ritornando al rigido concetto di ruolo, stavolta l’inversione è completa e il figlio scalza via lo scrittore: «Ho vissuto molte delle tue emozioni e molti momenti intensi che hai vissuto tu, sentendoli veramente come miei». Si è concretizzata di nuovo, in una romantica chiusura di poesia in prosa, la magia della letteratura.



*: Direttore della rivista on line Velletri Life

Lettere Moderne e Filologia Moderna alla Sapienza Università di Roma

Letteratura Italiana Contemporanea UNITRE Velletri