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mercoledì 4 gennaio 2017

Il Teatro della Passione, un frammento della scomparsa Velletri Cinquecentesca

Ubicato in una zona centrale della città, oltre la cinta muraria sormontata dalla di poco successiva Porta Napoletana, il teatro ha costituito per secoli un luogo d’incontro adibito alle sacre rappresentazioni e al coinvolgimento diastratico della popolazione. 

di Valentina Leone

Ricostruzione: Giani

VELLETRI - Pochi conoscono la storia affascinante e sommersa del teatro della Passione, una struttura attestata in varie città italiane tra cui la nostra Velletri. Costruito nel primo decennio del XVI secolo, il teatro di Velletri sorgeva nel punto della città in cui si erano stratificati in età romana il foro dell’antica Velitrae, l’anfiteatro che occupava l’antistante piazza Mazzini e le terme.
Spazi non privati, destinati allo svolgimento della vita pubblica, succeduti in epoca posteriore da edifici altrettanto aperti alla partecipazione, quale la basilica di San Clemente, adagiata sulle rovine del foro a indicare materialmente il fondamento nelle radici della civiltà romana e il suo superamento in ambito religioso. Nelle strade adiacenti, all’inizio del Cinquecento, rimaneva visibile l’impronta lasciata dal periodo medievale su Belitri, appena svoltato l’angolo verso l’attuale via di san Crispino con i suoi cortili interni. Il Teatro della Passione, imponente e straordinario, se lo sarebbe trovato di fronte – qualora fosse resistito fino ad oggi – ogni cittadino che salendo da via Metabo fosse approdato nell’odierna Piazza Caduti sul Lavoro, ex Piazza Umberto I, a fare da parete di fondo di uno slargo un tempo ornato anche da una fontana e completamente privo di automobili e oggi arricchito da un forno, da un bar e da altre attività commerciali. La sede nella quale si era esplicitata la ricerca di una convivenza urbanistica tra l’architettura antica e medievale fu scelta, in epoca rinascimentale, per la realizzazione del teatro della Passione su progetto di Antonio di Faenza per volere della confraternita di S. Giovanni in Plagis.
La volontà di rinascita e di richiamare l’eredità classica erano esplicitate sul profilo architettonico del teatro, realizzazione di una fisionomia ideale tracciata nel Quattrocento da Leon Battista Alberti e più indietro da Vitruvio, con un basamento forato da quattro porte racchiuso agli estremi da due archi monumentali con colonne corinzie e sovrastato da un frons scanae, che fungeva da palco anch’esso, decorato da cinque edicole di forma e altezza diversa e da arcate minori. Un edificio che si riallaccia ai tentativi di riproposizione della scena antica e alle contemporanee sperimentazioni del movimento archeologico-vitruviano, dove erano rappresentati, durante la settimana santa, i momenti della Passione di Cristo, con uno spirito di emulazione rispetto alle analoghe recitazioni che si svolgevano nella vicina città capitolina al Colosseo. Della struttura architettonica concepita per rinnovare i vestigi classici, luogo di intenso scambio tra senso civico di condivisione e pulsione religiosa diretta alla partecipazione emotiva degli spettatori, non è rimasta che unica traccia, conservatasi nell’incisione in rame voluta dal cardinale Stefano Borgia in memoria del complesso abbattuto nel 1765 perché caduto in disuso. Nato dall’esigenza sentita di porsi in continuità con l’antico, il teatro della Passione è un tassello ulteriore della Velletri scomparsa da porre accanto a Porta Romana, Palazzo De Bonis, Palazzo Ginnetti e tanti altri monumenti sacrificati per fare spazio a un piano urbano moderno sì, ma che spesso perde il portato valoriale trasmesso dall’architettura dei secoli passati.