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mercoledì 18 gennaio 2017

“I soldi meglio spesi (per loro)“

Mai come in questi giorni festerecci, la cui funzione principale sembra quella di esacerbare l’angosciosa solitudine di quelli che, sempre più numerosi, per motivi oggettivi, da mesi o anni non respirano più un attimo di serenità, mi ha assorbito il tasso di rallentamento rispetto al consueto di strutture come quelle sanitarie, poste, banche, trasporti pubblici. 

di Pierluigi Starace


Più gente del solito in fila; operatori o mezzi (trasporti) anche meno del solito. Risultato: incremento della durata delle code, o delle attese alle fermate, ovvero del tempo perso per singolo utente. Il quale potrebbe solo annoiarsi o irritarsi se è un pensionato o un giovane disoccupato, ma che viene ad avere un danno finanziario netto se è un lavoratore che, perché obbligato a presentarsi di persona per un determinato adempimento, o per legge o per non aver altri da delegare, non può essere sul posto di lavoro a produrre, e non sarà pagato per quelle ore o addirittura giornate di lavoro.

Con uno scatto di fantasia ho cercato d’uscire da questa condizione, della quale ero partecipe, e portarmi nel punto di vista degli “architetti” del rallentamento, dei “cronofagi” , i mangiatori, o se volete “cronocrati” i padroni,del nostri tempo. Li ho immaginati sorridenti, orgogliosi, compiaciuti:” Noi sappiamo benissimo che se aumentassimo il numero degli impiegati taglieremmo di x il tempo medio d’attesa dell’utente. Ma gli impiegati ci costerebbero, mentre il tempo perso dagli utenti non ci costa niente, neanche quello che sta facendo loro perdere danaro della retribuzione. Quindi, pur in presenza d’una coda indecente, un bravo direttore della posta schiera solo 6 impiegati su 18, triplicandone la durata. Lui non risponde a qualche esaurito impiccione a cui saltano i nervi, non al suo impiegato torchiato fino alla feccia con gli straordinari obbligatori, e men che meno all’utente lavoratore dipendente al quale quel tempo morto sta facendo dimagrire la già misera busta-paga. Che il tempo sia danaro è una realtà che riguarda noi, non la folla, e più le code s’allungano più risparmiamo.Almeno così sembra: perché non è detto che, laddove c’è danaro da incassare il rallentamento della fila si traduce in un rallentamento del flusso monetario in entrata, e, a fine giornata, in una perdita secca, quando decine di persone se ne sono andate via senza pagare, e magari torneranno domani per garantire un’altra attesa come quella d’oggi. Ma questo l’approfondiremo dopo, per ora va bene così. Che poi il rallentamento nei pronto soccorso possa far scappare il morto è un rischio che bisogna correre. “ Ma allora a chi risponde il responsabile diretto di tutto ciò? Sentiamo un docente di diritto industriale, Piergaetano Marchetti, con un curriculum, tra l’altro, di pro-rettore alla Bocconi di Milano:” “Fare efficienza vuol dire licenziare persone considerate uno spreco…ci sono premi per i dirigenti in relazione ai risparmi di spesa ottenuti esclusivamente dai licenziamenti.” Ho definito in altre occasioni “kapò” i politici lobbisti di oscuri o chiari poteri forti. Aggiungo qui che questa definizione, tecnicamente, si attaglia ancor più perfettamente a questo aspetto della funzione dirigenziale e manageriale.Penosamente paradossale è come prevalentemente questa situazione creata dai cronocrati venga vissuta sul campo. L’impiegato logorato dagli straordinari non se la prende con chi glieli impone, ma con l’utente, che tanto più può essere esasperato quanto più si trovi in una situazione simile di supersfruttato; e quest’ultimo non se la prende con gli occulti cronocrati, ma proprio con l’impiegato logorato, accusando lui di fargli perder tempo con la sua lentezza. A tal punto la sottocultura neocapitalistica pompata senza limiti dal berlusconismo ha frantumato il vincolo di cittadinanza, di socialità, di classe, è riuscito a render il lavoratore lupo al lavoratore. Consideriamo infine l’estremo presidio ideologico giustificativo di questo sistema: il manager licenziatore lo fa per il guadagno degli azionisti. Siccome azionisti possono diventarlo tutti, il manager lavora, in fondo, per il guadagno di tutti. E così, l’azionista, quello piccolo, s’intende, cioè l’enorme maggioranza, non capisce di pagare il presunto guadagno prima col proprio tempo rubatogli dal cronocrate (supponiamo bancario) con le code, e poi col proprio danaro, di tasca propria, cash, prelevatogli per finanziare il “premio speciale”, lui non sa di quanto, meritato solo coi licenziamenti del manager. O pensa anche lui, come i vertici supremi, come il venditore della vita altrui per trenta denari, che questi siano i soldi meglio spesi?