venerdì 13 gennaio 2017

Giorgio Bassani "prof"a Velletri, intervista a Rocco Della Corte: "La letteratura del '900 è passata di qui"

Velletri, Ferrara. Due città chiastiche per storia e tradizione, eppure intimamente legate dal nome di Giorgio Bassani che fu professore dell’Istituto d’Arte “Juana Romani”. 

di Valentina Leone


VELLETRI - All’inizio degli anni Cinquanta, ogni mattina a piazza Garibaldi, scendeva da un bus proveniente da Roma il ferrarese Giorgio Bassani, l’autore de Il giardino dei Finzi-Contini, per dirigersi presso l’Istituto d’Arte “Juana Romani”, dove l’attendeva per l’insegnamento dell’italiano una scalcinata scolaresca. Il triennio di docenza, più o meno continuo, di Bassani a Velletri, svoltosi tra il 1951 e il 1954, è segnalato in tutte le biografie dell’autore, ma molto recente è l’acquisizione critica della centralità dell’esperienza veliterna per la maturazione bassaniana di un metodo di insegnamento non cattedratico, proteso a instaurare una comunicazione diretta con gli studenti. In occasione della cerimonia ufficiale di apertura del Convegno di studi in onore del centenario dalla nascita di Bassani (1916-2000), tenutasi lo scorso novembre presso il Rettorato dell’Università “La Sapienza” di Roma, la figlia Paola Bassani ha ricordato proprio l'importanza periodo di insegnamento veliterno nella carriera del padre, valorizzando pubblicamente gli esiti della ricerca di archivio portata avanti dal Dott. Rocco Della Corte che saranno di prossima pubblicazione. Lo studioso, che ha avuto il merito di scoprire nell’archivio della Scuola d’Arte “Juana Romani” numerosi documenti autografi inediti di Bassani, ha raccontato in una breve intervista il suo minuzioso lavoro di ricostruzione, volto a indagare nella sua complessità storico-culturale la presenza del Professor Bassani a Velletri.


Come è nata l’idea di un progetto che legasse il nome di Bassani a Velletri? 

L’idea è nata quasi casualmente, perché leggendo una biografia dell’autore sul sito ufficiale della Fondazione a lui dedicata era inserita questa esperienza di insegnamento. Non conoscevo né la storia della Scuola d’Arte di Velletri, né la carriera da docente di Bassani. Fino al mio primo viaggio a Ferrara era solo l’autore del Giardino dei Finzi-Contini. Dopo aver visitato la città, scrutato la magia del Castello Estense, provato emozioni come la visita al Cimitero Ebraico con la nebbia fittissima alla ricerca della sua tomba o essermi trovato al cospetto della casa di via Cisterna del Follo è scattato in me qualcosa, si è attivato un meccanismo che mi ha portato alla necessità di sintetizzare quell’empatia con la città di Ferrara, il legame che vuoi o non vuoi era presente con la mia Velletri, e la persona che rappresentava il filo conduttore: Giorgio Bassani. Così mi sono recato, quasi d’istinto, in una libreria in Largo Castello e ho acquistato Dietro la porta e Gli occhiali d’oro. Dietro la porta l’ho letto praticamente in una notte, non mi sono fermato nemmeno mentre camminavo o in gelateria. E nella lettura ho rivisto, forse suggestionandomi anche troppo, la Ferrara che stavo visitando da "turista letterario". Sono andato lì alla ricerca delle tracce di Tasso e Ariosto, sono tornato con la “fissa” – perché così la chiamano le persone che mi sono vicine, naturalmente in modo benevolo – di Giorgio Bassani. E un ingegno simile che ha vissuto, anche solo professionalmente, la realtà di Velletri non poteva non essere studiato e poi presentato alla mia città adottiva. La mia idea però non è stata esente da insidie: il personaggio Bassani non è di quelli facili da amare, soprattutto al di fuori della narrativa. Il suo stile tagliente, nei discorsi, va interpretato ben bene. La letteratura del '900 è passata di qui, e non mi riferisco solo a Bassani.
Piazza Cairoli bombardata nel gennaio '44

Qual è stato, durante la ricerca di archivio svolta presso la nuova sede dell’Istituto d’Arte, il momento più emozionante? 

Senza ombra di dubbio le lettere che Bassani inviava a De Rossi su carta intestata di «Botteghe Oscure». Ho scoperto le attività, la poliedricità, la competenza e l’importanza di Bassani per tutto il Novecento strada facendo. Sono cresciuto, intellettualmente parlando, centellinando una parola dopo l’altra dei suoi scritti non pubblici. E mi sono reso conto che l’uomo può riservare più sorprese del romanziere. In quelle lettere traspare la profonda umanità di Bassani, un docente che si cala perfettamente in una realtà scomoda nonostante sia già inserito in contesti ben più illustri – e penso ai luoghi dei Caetani – e proiettato verso un futuro tutt’altro che ancorato a una cattedra di provincia. Ma lui la provincia non la svalutava, anzi l’ha eretta a scenario letterario, in riferimento a Ferrara. Fare queste riflessioni, con le carte autografe in mano e che probabilmente analizzavo per primo in quest’ottica, mi ha dato delle emozioni che non scorderò. Al secondo posto metto i certificati di servizio: c’era anche l’eventualità di scoprire un insegnante negligente, restare delusi, ma il giudizio didattico al suo lavoro è stato sempre il massimo. Leggere, accostato al nome di Velletri, il nome di Giorgio Bassani «fu Angelo Enrico» mi ha dato un entusiasmo straordinario e un impulso incredibile. Mi sembrava di aggiungere consistenza, quantità, informazione e credibilità a quella piccola riga presente su ogni biografia, che più o meno ovunque dice soltanto: “Dopo un periodo all’Istituto Nautico di Napoli, insegnò in una Scuola d’Arte a Velletri…”. 

Dai documenti inediti ritrovati quanto è stato possibile ricostruire del periodo di insegnamento bassaniano a Velletri e quanto potrebbe esserci ancora da indagare? 

È stato possibile fare una ricostruzione parziale, ma a mio avviso c’è ancora tanto da scoprire. La difficoltà maggiore sta nel fatto che non esiste un’associazione tra il professore e la classe a lui assegnata, per cui capire chi sono stati gli allievi di Bassani nelle liste di studenti di quegli anni è praticamente un terno a lotto. Sicuramente risultano confermate le indiscrezioni che raccontava in televisione, nella monografia su Bassani, la figlia Paola: tanta scomodità a livello logistico. Dalle stesse carte d’archivio si scopre l’indirizzo della casa in cui viveva Bassani, nel quartiere di Montesacro: arrivare a Velletri per le 8.00 di mattina con i mezzi pubblici non doveva essere facile. Ma un periodo di insegnamento dovrebbe essersi tenuto anche quando la “Juana Romani” era serale: la Scuola era nel passaggio all’organizzazione dei corsi diurni, quindi in fermento. La confusione sul posto di lavoro, la mancanza di una struttura statale che sostenesse studenti e docenti, anche i rapporti con i colleghi e le ‘scaramucce’: si è scoperto tanto di aneddotico, ma anche molti documenti ufficiali. Sarebbe stato bello reperire testimonianze dirette, ma è verosimile – visti i programmi didattici e l’indirizzo preponderante della Scuola proteso verso arti e mestieri – che le sue materie fossero in un certo senso “marginali”. In più la sua fama era tutta in divenire, e di certo non aveva di fronte una generazione di letterati, ma anzi studenti sfortunati e ancora scossi dalla guerra. Il quadro sul suo periodo di insegnamento, comunque, è più o meno completo. Resta da sperare in qualche sorpresa, siamo fiduciosi. Nel frattempo voglio ringraziare in particolare Emanuela Treggiari, Ornella Evangelisti e tutta l'associazione Memoria '900 per il sostegno, il preside del "Cesare Battisti" Eugenio Dibennardo, la vice-preside Roberta Ciocchetti e tutto il personale della Scuola per la disponibilità nell'aprirmi l'Archivio. Grazie anche a Paola Bassani per i suoi incoraggiamenti nel cercare e a Silvana Onofri, presidente di Arch'è, Associazione Culturale Nereo Alfieri, sempre presente sui social per condividere e far girare notizie su Bassani. 

La Scuola d'Arte nel 2011, ancora in attività (Panoramio)

È ancora radicata tra i cittadini veliterni, in riferimento al discorso pronunciato nel 1955 a Ferrara, l’idea di un Bassani ingiusto nei confronti della città castellana, a riguardo questa ricerca apre nuove prospettive? 

Questa ricerca non solo apre nuove prospettive, ma smentisce quest’idea. È una stupidaggine quella del Bassani ingiusto: in primo luogo si tratta di un ragionamento, quello in cui viene citata la nostra città, dalle prospettive nazionali, che quindi citava Velletri solo per portare un esempio tangibile. Poi va considerato che il contesto in cui pronunciò quelle parole, nel 1955, era un convegno sulla “diffusione del libro”: Bassani, da docente, non poteva che essere una voce diretta e coinvolta in prima persona nelle problematiche trattate; in più, da intellettuale a tutto campo, non poteva tacere su problemi generali che riguardavano la scuola pubblica. È tutta una questione di sfumature: se si vuole scadere nel campanilismo più becero, allora si continui a dire che Bassani ha “trattato male” Velletri. Se vogliamo usare un po’ di spirito critico, invece, analizziamo le sue parole: avessero dato retta a lui, gli studenti durante le ore di italiano anziché snobbare il Pindemonte perché privi dei mezzi basilari per comprenderlo avrebbero avuto un approccio diverso alla cultura. Si sarebbero interessati al loro futuro, avrebbero capito l’importanza di formarsi con una coscienza critica. Quella di Bassani è una difesa nei loro confronti, una tensione alla salvezza di un’intera generazione, tant’è che invoca lo Stato e un intervento dall’alto ma con criterio e senno. In più, mettiamoci l’incongruenza dei programmi didattici: Velletri è Velletri, un centro che la cultura l’ha sempre masticata grazie al suo orgoglio, alla sua storia e anche alla vicinanza di Roma. Nonostante tutto le difficoltà erano tante, basta leggere altri documenti su quel periodo per capire lo scontro tra docenti divisi in pre e post fascismo, l’analfabetismo in aumento per le necessità di sopravvivenza portate dalla guerra. Vi immaginate il Pindemonte spiegato in un paesino sperduto tra i monti, dove i libri sono oggetti misteriosi? Calandosi nelle parole obiettivamente e cercando il senso generale di esse, si capisce che Bassani non aveva niente contro Velletri, anzi conosceva benissimo la nostra città. Era venuto nel ’44 a fare un reportage sulla guerra e scritto un articolo proprio su Velletri. Spero, allora, che si abbatta definitivamente questo luogo comune dell’ingiustizia. Ingiusto era che studenti già scossi dalla guerra appena trascorsa dovessero morire di freddo nelle aule (tema oggi ancora attuale visto quello che sta accadendo in varie città italiane), abbandonati a se stessi, con materiali scadenti e abbecedari di terz’ordine. In pratica lo Stato aveva già deciso per loro, aveva messo la firma sul non investimento per la loro istruzione. Ditemi voi se è questo ad essere ingiusto, oppure se l’ingiustizia la commette chi denuncia tutto ciò? 



Tra le carte bassaniane si trova, direttamente citato o percepibile in filigrana, il riferimento a Velletri. C’è nella produzione del ferrarese una frase che riesca a sintetizzare l’incontro di Bassani con questa città? 

Bassani è fondamentalmente un poeta. Io sono dispiaciuto – forse per deformazione professionale – del fatto che lui sia in un certo qual modo vittima del successo avuto con i Finzi-Contini. Il Giardino è un romanzo straordinario, mi accingo a leggerlo la seconda volta dopo averlo ricollocato nella mia mente a Ninfa, ma le poesie contenute in raccolte come L’alba ai vetri sono un valore aggiunto a tutta la letteratura italiana. Invito a leggere Verso Ferrara, I Carbonai… Non sto divagando, la premessa letteraria sta nel fatto che Bassani, approdato a Velletri nel 1944 come reporter per il giornale del Partito d’Azione, scrive un articolo meraviglioso che accosta con dolcezza orrore e poesia. Siamo a giugno, il 22 gennaio gli alleati hanno raso al suolo Velletri con una cattiveria inaudita. Se cercate qualche immagine troverete tanto materiale: la città era talmente dilaniata che a mio avviso non c’è emblema migliore per rappresentarla dello scatto di Palazzo Comunale squarciato, diviso perfettamente in due. E se dovessi indicare la frase che condensa tutto, penserei alla Velletri – quella in cui si parla sì un dialetto barbarissimo, perché il velletrano è proprio così, concreto, pratico, retrivo alla sofisticatezza – che guarda alla piana pontina adagiata sul Monte Artemisio. Così la descrive Bassani, e la perifrasi è da manuale. Poeta anche nel giornalismo, ed essere così evocativi in mezzo alle macerie non è una cosa da tutti, anzi…