venerdì 27 gennaio 2017

27 gennaio 1967-27 gennaio 2017: Luigi Tenco, un cantautore tra poesia e musica

A cinquant’anni dalla tragica scomparsa, commemorata con numerose iniziative che toccheranno anche Velletri, un ricordo del cantautore genovese non può che essere intessuto delle sue parole. 

di Valentina Leone


VELLETRI -  Una «notte sbagliata» quella del 27 gennaio 1967, quando Luigi Tenco ci ha lasciato, nonostante i tanti messaggi importanti che aveva veicolato con le sue canzoni a cominciare da Io sono uno.
Da quell’atto catartico, come se ci fosse stato un ritorno alla materia, nacquero altre parole poetiche, messe in un musica dall’amico e corregionale Fabrizio De André che con la sua laica Preghiera in gennaio cantava ed eternava il ribelle «dalle labbra smorte, che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte». Negli anni precedenti Luigi Tenco, insieme agli altri forgiatori di versi della cosiddetta scuola genovese, aveva rivoluzionato la musica leggera italiana grazie alla riscoperta del valore originario della poesia, nata per essere accompagnata dagli strumenti musicali, irrompendo nel 1962 con Mi sono innamorato di te. L’iniziale «mi sono innamorato di te, perché non avevo niente da fare» è un travolgimento della concezione tradizionale dell’amore, una dichiarazione di come un sentimento cardine nell’esistenza umana possa crearsi nella vita reale, «il giorno volevo qualcuno da incontrare», ma nutrirsi di sogni la notte. Un innamoramento come rimedio alla solitudine, «perché non potevo stare più solo», che riempie di «mille cose da fare» e, al tempo stesso, sottrae qualunque certezza, sotto l’assedio di un’idea tormentosa rivolta a un soggetto irraggiungibile. La psicomachia interiore dell’uomo innamorato non si risolve in chiusura di canzone, dove la situazione dicotomica tra giorno e notte permane: «il giorno, mi pento di averti incontrata; la notte, ti vengo a cercare». Come se fosse una prosecuzione del discorso Lontano, lontano, il singolo più venduto del cantautore genovese, indugia sulla fine di un amore ancora sentito che non avendo un immediato riscontro nel presente trova sollievo in una immaginaria proiezione nel futuro. «Lontano lontano nel tempo», con il raddoppiamento tipico delle fiabe e l’atemporalità di un «C’era una volta», trasporta a un momento altro, in cui la donna amata troverà sul volto di sconosciuti passanti i tratti del suo antico amante. Senza nascondere la radice autobiografica, Tenco si descrive intrecciando alle parole illuminazioni su alcuni lati del suo carattere a partire dagli «occhi che t’amavano tanto», passando per il sorriso che rivela all’esterno «quella timidezza per cui tu mi prendevi un po’ in giro» e il volto con «l’aria triste che tu amavi tanto». Ciao amore, ciao, legata all’ultima esibizione sul palco di Sanremo nel 1967, è un testo che ebbe una stesura travagliata e versioni intermedie, come quella intitolata Li vidi tornare, su ispirazione della poesia La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercatini, che con toni antimilitaristi affrontava la questione del Risorgimento italiano, l’assurdità del «dicevano domani, domani torneremo, chiedevo alla gente quando torneranno, la gente piangeva senza dirmi niente». Per evitare la censura Tenco rimodulò il tema della canzone e lasciò intatto solo il ritornello: l’eco della guerra è ancora rintracciabile negli «aerei nel cielo», tuttavia il contesto richiama l’emigrazione italiana in America. Sono tempi in cui l’immobilismo della vita dei campi, «la solita strada bianca come il sale», e i cambiamenti climatici decidono se «domani si vive o si muore». Una vita di stenti alla quale «un bel giorno dire basta e andare via», in quel Nuovo Mondo che per generazioni ha rappresentato l’evasione da una condizione disagiata, dall’angusto «cortile» alle «mille strade grigie come il fumo, in un mondo di luci sentirsi nessuno». L’illusione si incrina in quel mondo lontano dagli affetti, dove l’individuo si perde nella massa e rimane intrappolato senza «avere nemmeno un soldo per tornare». Un solo appello composto di poche parole ripetute, «Ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao. Ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao», è capace di attraversare un oceano e di abbattere le distanze per ristabilire il senso dell’uomo. Cinquant’anni fa Luigi Tenco si congedava, dentro le labbra stringendo le parole della sua canzone, e proprio dai suoi testi e dalle melodie partirà l'iniziative a in occasione dell’anniversario dalla morte, il 18 febbraio presso il Teatro Artemisio di Velletri.