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lunedì 5 dicembre 2016

Palazzo De Bonis: il mistero del portale nella Velletri che non c’è più

Luogo simbolo di Largo San Martino il palazzo barocco, salvato dai bombardamenti, fu preda di uno smontaggio deciso per rinnovare i piani urbanistici.

di Valentina Leone

VELLETRI - Il largo di San Martino, punto di fuga della via omonima, di Corso della Repubblica e di via Collicello, è una sintesi unica di più momenti storici, concrezionati in fogge di palazzi e chiese che esibiscono ai taciti passanti la loro storia di sopravvissuti ai bombardamenti del secondo conflitto mondiale, alla falcidia delle residenze nobiliari di cui rimase vittima, tra i tanti, anche lo splendido e luminoso Palazzo Ginnetti. 


A testimoniare la dispersione di una Velletri signorile d’altri tempi giace oggi un vuoto non colmato da due palazzi moderni, al cospetto della facciata neoclassica della chiesa di San Martino, dove un tempo sorgeva il Palazzo De Bonis, appartenuto, come narrato dallo storico Augusto Tersenghi (1855-1942) in Velletri nelle sue cartoline d’epoca ai Benvenuti, ai Gaetani – Gregna, ai Caprara, ai De Bonis da cui prese il nome, e prima del bombardamento alla famiglia Mezzacapo. L’architettura barocca, ritoccata con elementi ornamentali nel XVII secolo, nascondeva l’antico vestigio di una costruzione risalente almeno al tardo Medioevo, grazie all’applicazione di stucchi, di cornici diamantate e lesene verticali a risalto a forma di pilastro incassato con capitelli in stile Jonico. Evidente, nella sua diversità dalle rigogliose forma barocche, doveva spiccare il portale d’ingresso al ghetto ebraico in peperino bugnato che, da una notizia trasmessa a Tersenghi da una nota del cardinale Borgia, era stato prelevato da un altro edificio. Le fonti antiche, memori della minuta cronaca cittadina, identificano il portale che adornava il Palazzo De Bonis con la porta di accesso al castello costruito sul monte d’Ariano.
Situato alla sommità del monte Artemisio, sulla vetta del Mons Algidus reso famoso dagli scontri tra i romani e gli equi, il castello dominava tutta l’orizzonte circostante, dai Pratoni del Vivaro a Rocca di Papa, fino a chiudere l’altro semicerchio con la veduta su Velletri e Lariano, ed era per questo motivo aspramente conteso. Il fatale colpo di grazia avvenne dopo l’attacco alla occupante famiglia Colonna da parte delle truppe papali di Eugenio IV, assistite da ottocento soldati veliterni, nel 1463. Probabilmente il portale fu smontato e trasportato a valle dai vincitori veliterni, che pensarono di sfoggiare il loro trofeo di guerra inquadrandolo in uno dei principali centri della vita locale del tempo. Distrutto il palazzo dalla guerra, il portale desolato rimase in piedi, quasi interprete del dantesco «tetragono ai colpi di ventura». Unico portavoce della vita intensa del largo, densa di molteplici e variegate attività commerciali, il portale durante la ricostruzione della città fu di nuovo smantellato, i blocchi ormai privati della primitiva armonia compositiva accatastati sul muretto di San Martino e ingoiati dall’accattonaggio di anonimi. Nell’abbandono totale a cui furono sottoposti i blocchi, vittime due volte della Storia e più volte dell’incuria umana, ci si può stupire dell’ipotesi, suggerita da Roberto Zaccagnini, che ne sia sopravvissuto almeno uno a via Metabo. Il grosso e intagliato travertino che costituiva una delle due basi del portale è uno dei tanti segni di una Velletri perduta, ormai conservata solo nelle cartoline d’antiquariato e nei ritagli di giornale, ma forse può essere lo stimolo per recuperare la memoria, mentale e materiale, di una città che nel suo essere presente è sia passato che futuro.

Foto di apertura: tratta dal sito di Guido Giani
Foto centrale: Archivio Clelio Bianchi (Velletri la guerra è finita, a cura di Guido Ciarla)