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mercoledì 14 dicembre 2016

Fidel Castro, il professor Starace: "Ve lo presento da un unico punto di vista"

Alejandro Castro Ruz, studente del collegio gesuita “Belen” dell’Avana, assorbiva, con l’anima aperta come l’oceano lambente Cuba, le parole di Gesù contro la ricchezza, il suo ingresso nell’atrio del Tempio per cacciarne i mercanti, le domande che avrebbe posto ad ogni uomo nell’ultimo giorno. 

di Pierluigi Starace


CUBA - Assorbiva lo spirito di quei religiosi spagnoli che avevano osato condannare, in quello spirito, il comportamento di uomini come suo padre, proprietario terriero; lo spirito di quei gesuiti che avevano cercato d’impiantare nel nuovo mondo comunità indigene sottratte all’insaziabile artiglio della monarchia spagnola, che avevano teorizzato la liceità morale del tirannicidio; lo spirito di quei ribelli, specie neri, che avevano preferito rischiare la morte nella rivolta piuttosto che trascinare le proprie catene fino alla fine.
Assorbiva quell’implacabilità di sé contro se stesso inculcata da Loyola con l’esame di coscienza. Assorbiva il progetto economico che il cattolico Tommaso Moro aveva concepito per un’isola simile a Cuba. Più tardi lo studente universitario Castro avrebbe assorbito la filosofia europea moderna, innanzi tutto il riscatto delle masse sfruttate annunciato da Marx. Castro cominciò a vedere nei forti dell’Avana, come quello del Morro, un peso imposto da encomienderos, preti e sgherri armati di stato,per estrarre, con crescente schiacciamento nei secoli, come in uno zuccherificio sempre più melassa dalle fibre della canna, sempre più fatica dalle fibre di corpi umani schiavi. Un giorno tanto materiale scottante si costituì in massa critica e raggiunse la temperatura necessaria per la fusione della sua eterogeneità in una colata nuova. Il Morro non doveva essere demolito, ma trasformato in un cuore che avrebbe continuato a farvi affluire il sangue di beni prodotti dal lavoro, per poi farli defluire fino all’ultima persona dell’ultima capanna, senza mai permettere che una sola goccia in più andasse a formare degli emboli socialmente pericolosi: ogni eventuale sovrappiù sarebbe stato ridistribuito a vantaggio di tutti. Quando il brillante studentino divenne l’avvocato Castro, era pienamente conscio di quanto avrebbe potuto dargli il futuro, se avesse lasciato stare quelle fantasie: una carriera forense brillantissima, per la sintesi tra eloquio trascinatore e solidità di preparazione, che avrebbe potuto lanciarlo anche in una rapida carriera politica, la quale al senso del possesso monetario della prima, avrebbe aggiunto quello di possesso del potere. Se invece avesse perseverato nel sogno,l’avvocato Castro era pienamente conscio che ognuna delle tre componenti la struttura di potere dell’isola gli sarebbe stata scagliata in faccia una propria imputazione di nemicità. Nemico della razza, per il suo venir meno al tacito patto di sangue tra bianchi a tener sotto neri, indios, meticci e zambos. Nemico della chiesa, non solo per la diserzione dalla lotta contro il comunismo ateo, ma per accostarsi ai capi di esso. Nemico della propria classe sociale,e, in ciò, con un una lacerazione atrocemente intima, della propria famiglia.
L’avvocato Castro era pienamente conscio che Cuba era il posto del mondo più pericoloso per una rivoluzione comunista, sovrastato com’era a nord dall’accumulo d’armi, specificamente funzionale alla difesa del proprio ruolo di cuore del capitalismo internazionale, della prima potenza mondiale; circondato com’era per il resto da caudillos, parte dei quali sarebbe stata scatenata contro di lui dal loro protettore gringo, e parte dei quali si sarebbe scatenata contro di lui spontaneamente, avendo fiutato in lui l’antitesi radicale della loro essenza di eredi morali dei conquistadores. In una parola l’avvocato Castro era pienamente conscio di poter esser spazzato dalla vita e dalla storia come un moscerino. L’avvocato Castro scelse questa strada. Dall’89 più che il crollo lo sbriciolamento, la polverizzazione, lo sfarinamento del comunismo mondiale, insieme al venir meno dello scudo economico, politico e militare del formidabile compagno sovietico ed all’effrenamento dell’embargo a Cuba. Il presidente Castro era pienamente conscio che se si fosse aperto un attimino al mercato avrebbe passato i suoi restanti giorni a ricevere da Università di tutto il globo lauree honoris causa in economia politica, oltre a qualche regalino in danaro. Il presidente Castro era pienamente conscio che resistere, quasi unico sul globo, nel suo regime, gli avrebbe attirato la nemicità attiva di quasi tutti i paesi dell’ONU, e il dileggio ideologico dei trionfanti guru mercatistici; che Cuba sarebbe comunque stata spartita fra le multinazionali; che, quanto al destino personale, il più probabile sarebbe stato, come la storia gli mostrava, quello di finir massacrato come Ceaucescu. Il presidente Castro scelse questa strada. Passata l’apocalittica prima ondata, cominciò il riflusso. Da allora, quasi ogni giorno, fino al suo ultimo, il presidente Castro constatò che se c’erano convulsioni preagoniche non erano quelle del comunismo cubano, ma del sistema produttore d’un’unica, immane, interminabile crisi mondiale. Vide quei cittadini USA che i commessi del mercato, in forza di leggi democratiche, avevano esclusi dal patto sociale negando loro il reddito, e che stavano espellendo dalla vita negando loro l’assistenza sanitaria, salvati dal servizio sanitario pubblico della sua Cuba. Per almeno due volte la storia aveva dimostrato che Alejandro Castro Ruz , nella fedeltà alla propria coscienza in ogni scelta, non era stato un pazzo.