martedì 22 novembre 2016

Verso la Festa di S. Clemente: ma qual è la storia del patrono di Velletri?

Il 23 novembre, qualunque giorno cada, assume per i veliterni un significato particolare. 

di Valentina Leone


VELLETRI - L’aria di festa invade la città insieme ai numerosi banchi di oggettistica e prodotti locali che, con un percorso perfettamente circolare, attraversano le strade principali. La ricorrenza oggetto di celebrazione è il martirio di San Clemente, patrono della città castellana e compatrono della diocesi di Velletri - Segni accanto a san Bruno, ovvero il giorno che ha segnato l’inizio della sua vita in una città non più terrestre.

I dati biografici riguardanti Clemente Romano, vissuto nel I secolo d. C., sono molto confusi dal momento che le fonti discordano su elementi essenziali quali il rapporto con San Pietro Apostolo e l’esatta cronologia della successione al pontificato. Nel II secolo sant’Ireneo sottolineava che Clemente «aveva l'annuncio degli Apostoli ancora risonante negli orecchi», era tra i molti che potevano portare diretta testimonianza della prima predicazione evangelica e divenne il quarto vescovo di Roma dopo Pietro, intorno all’anno 90. Nei nove anni di pontificato, durante i quali si avvicendarono al soglio imperiale Domiziano, Nerva e Traiano, Clemente si distinse per la profonda conoscenza della Scrittura, direttamente messa in pratica per districare le tensioni e rinsaldare i rapporti e con le altre comunità cristiane.
Al nome di Clemente, infatti, è legata una lettera ai Corinzi, scritta per riportare la concordia a seguito dell’arrogazione - da parte di alcuni fedeli - del diritto di destituire presbiteri e nominarne, al loro posto, i propri. Contrario al personalismo, chiamato a dirimere una questione in difesa dell’interesse della collettività, Clemente per primo affermò con la condanna decisa dell’evento, unita a un messaggio di fratellanza, l’importanza della funzione direttiva della Chiesa di Roma sulle altre comunità. Uno dei ritratti più curiosi del santo, databile all’XI secolo, è custodito nella basilica antica di San Clemente a Roma conservatasi intatta nonostante la devastazione di un incendio e la costruzione della basilica superiore risalente al XII-XIII secolo, dove sono conservate le spoglie del santo portate a Roma dai santi Cirillo e Metodio all’epoca di papa Adriano IV. Gli affreschi che narrano, attraverso le immagini e le parole, i miracoli attribuiti a San Clemente riescono a rappresentare fino in fondo la sua natura inafferrabile, valida non solo sul piano della ricostruzione biografica. Uno dei riquadri in particolare, tratto dalla Passio Sancti Clementis, riguarda Sisinnio, prefetto romano che decise di imprigionare san Clemente nel corso di una funzione perché ritenuto responsabile della conversione della moglie Teodora. Il superbo patrizio è raffigurato nell’atto di ordinare ai suoi tre soldati di legare e trascinare il santo, senza accorgersi che alla consistenza corporea e area di Clemente si era sostituito il peso di una colonna di marmo.
La furia per la lentezza dell’operazione è espressa da una breve ma eloquente didascalia, molto studiata dagli storici della lingua italiana nella rosa delle prime testimonianze scritte in volgare, che mette in bocca a Sisinnio l’imprecazione contro i servi «Fili de le pute, traite». Nomen omen, quasi il nome fosse un tramite dell’essenza della persona, san Clemente fu dunque una personalità importante in un periodo di cruciale assestamento della Chiesa romana, ricordato nella storia ecclesiastica per l’adesione al dettato evangelico e nella storia veliterna per l’aspirazione alla concordia che rimane aleggiante nell’atmosfera della chiesa dedicatagli.