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venerdì 18 novembre 2016

Lo scrittore-gentiluomo eletto senatore a Velletri: quando Piazza Cairoli ospitò Carlo Levi

Carlo Levi, autore del Cristo si è fermato a Eboli, fu eletto nel 1968 senatore proprio nel collegio di Velletri. Indelebile, in chi si occupava di politica quegli anni, il ricordo delle sue visite a Velletri. 

di Rocco Della Corte


VELLETRI - Velletri, 1968. Un anno particolare, letteralmente sconvolto dal movimento studentesco e dai ribaltoni di protesta che interessarono la penisola da Nord a Sud. Le elezioni politiche videro una vittoria della Democrazia Cristiana, che si affermò con buone percentuali.
Notevole però fu anche il risultato del Partito Comunista, guidato da Luigi Longo. Grande apporto alla crescita delle liste lo diedero i cosiddetti "indipendenti" di sinistra, spesso nomi di richiamo o intellettuali. Il Collegio di Velletri, comune capofila di un vasto gruppo di città, comprendeva Cisterna, Cori, Rocca Massima, Albano Laziale, Anzio, Ariccia, Artena, Carpineto Romano,
Castel Gandolfo, Frascati, Gavignano, Genzano di Roma, Gorga, Grottaferrata, Labico, Lanuvio, Lariano, Marino, Montecompatri, Montelanico, Monte Porzio Catone, Nemi, Nettuno, Pomezia, Rocca di Papa, Rocca Priora, Segni e Valmontone. Tanti centri "rossi", tanto che chi faceva politica, a quei tempi, ricorda come candidarsi in un Collegio come Velletri o Civitavecchia significasse avere quasi la garanzia di essere eletto. E fu effettivamente così per Carlo Levi, lo scrittore del Cristo si è fermato a Eboli, ma anche il pittore, lo studioso, l'artista a tutto campo. Colui che visse la dura esperienza del confino ad Aliano innamorandosi della saggezza contadina e della semplicità rustica dei lucani, pronti ad entrare nella storia con le loro tradizioni e i loro sentimenti, divenne un politico importante, seppur candidato come "indipendente".
Torre del Trivio anni '60
Forte era la sua attenzione per un Sud che lo aveva catturato e innamorato, anche se la vita e le attività parlamentari lo avevano distolto - nelle tempistiche ma non nella sostanza - dall'attività intellettuale a trecentosessanta gradi. In tutte le biografie ufficiali si riporta l'elezione di Carlo Levi, nel 1968, al Collegio di Velletri per il Senato. Ma quasi nulla è presente riguardo i momenti in cui il grande autore, figura cardinale della letteratura italiana, fu presente a Velletri: aneddoti e documenti costruiscono quel poco che resta di un tempo ormai lontano, ma forse non così obsoleto, almeno dal punto di vista della situazione sociale. Nell'aprile del 1968, circa un mese prima delle consultazioni, Carlo Levi approdò a Velletri: era chiaramente importante iniziare i propri comizi nella città capoluogo del Collegio, anche se i ritmi incalzanti non consentivano lunghe soste e si viaggiava da un paese all'altro per una media di quattro-cinque eventi al giorno. Sul palco di una Piazza Cairoli gremita, grazie anche alla fama di uno scrittore che aveva saputo attirare a sé l'amore della classe operaia e dei contadini, componenti molto forti anche nella Velletri degli anni Sessanta, Levi fu introdotto da Gino Cesaroni (già deputato del PCI), Francesco Velletri e Danilo Rossi, i referenti di PCI e PSIUP, liste che sostenevano unificate la candidatura del medico torinese al Senato.

Carlo Levi, già 66enne, parlò al pubblico con tanta semplicità: toni pacati, quasi scarsamente oratori, e discorsi chiari e limpidi. L'arretratezza culturale fu il tema centrale del suo intervento, che spaziò dalla situazione politica nazionale ai problemi più specifici che attanagliavano (e ancora persistono, in alcuni casi) l'Italia. Giacca, capelli bianchi, una catenella dorata con gli occhiali appesi: questa l'immagine veliterna del senatore (era già stato eletto a Civitavecchia nel 1963) che sbirciando il Corso, e ammirando la Torre del Trivio dal basso verso l'alto, poté osservare poco di Velletri mentre si recava a visitare la sezione locale del PSIUP.

Ubicata in Via Camillo Meda, la sede era poco più che un garage, una sola stanza che però significava molto per tanti giovani che credevano fortemente in proposte e idee volte a cambiare l'apparato statale. L'incedere allo stesso tempo flemmatico ed elegante di Levi colpì molto quei ragazzi, quasi tutti lettori del Cristo e non solo. La sensazione di riascoltare nelle sue parole, pronunciate direttamente, il tono di voce immaginato scorrendo le pagine di uno dei suoi romanzi sarà senz'altro stato stato d'animo comune. Parlava di Aliano, Levi, ai veliterni: gli raccontava dei sanaporcelle, figure macabre e ordinarie nella Lucania degli anni Trenta. Narrava del sapore che quei prosciutti avevano, dei rapporti e dei dialoghi con gli altri confinati. La visita nella sede del PSIUP arricchì culturalmente e personalmente quei ragazzi volenterosi e idealisti, nel pieno della loro "meglio gioventù". Il secondo comizio, invece, fu a Lariano, nella storica Piazza S. Eurosia, ancora nota agli autoctoni come il luogo "sotto la quercia". Palmieri, Astolfi, Rossi e Velletri lo accompagnarono anche stavolta. Sulle colonne del Messaggero e del Tempo gli articoli di Italo Mariani e Renato Guidi ricordarono quella visita, di un personaggio famoso ma estremamente cordiale ed umile.
Tornando al suo primo impatto con la città di Velletri, da quello che disse sembrava pessimista sul destino del Sud, troppo fermo per essere vero, e nostalgico della sua splendida Torino, secondo luogo dell'anima dopo Aliano. Le elezioni, in ogni caso, andarono più che bene: in tutto il collegio Graziadio Carlo Levi ottenne 62.241 voti, pari al 36,98%. La DC fu staccata di un paio di punti. A Velletri le percentuali arrisero ancora di più al PCI-PSIUP, forte di 6662 voti e un 36,9% contro il 31% della DC. Il gentiluomo, però, ruppe anche le righe e tornò a Velletri dopo l'elezione. In una struttura fortemente gerarchica e centralizzata come quella dei partiti di allora, di solito si procedeva per gradi: dalla sede locale si passava per la Federazione, poi ai vertici regionali, poi a quelli nazionali e infine dai senatori. Levi, però, percorse la piramide organizzativa al contrario e con la sua 1100 celeste, guidata da un autista, riapprodò in Piazza Cairoli a nomina avvenuta. La sua fama di scrittore naturalmente non lo fece passare inosservato, ed egli ricambiò con affetto: visitò nuovamente la sede del PSIUP, poi quella del PCI ubicata in Vicolo Bellonzi, e infine alla richiesta di un supporto per le spese sostenute dai militanti per la campagna elettorale rispose con un gesto solenne. Con estrema lentezza, infatti, rovistò nella tasca interna della giacca. Trasse il portafogli e consegnò 10.000 lire alla sezione, ringraziando con tono discorsivo ma sincero tutti coloro che avevano contribuito ad un risultato così positivo. Nella Velletri repubblicana per antonomasia, fu un indipendente a lanciare il PCI-PSIUP verso l'elezione di un senatore.
Nel 1968 il Sindaco era Fernando Cioci, in forza al PRI. Solo quattro anni dopo sarebbe stato eletto Silvio Cremonini, terzo sindaco comunista della città. Levi dava già segni di malessere, i suoi problemi cardiaci lo disturbavano e non poco. Ma non per questo rinunciò a tornare da quei ragazzi, sconosciuti ma già apprezzati, in un sentimento ripetuto con la stessa dinamica che lo portò ad ammirare la dignità, il coraggio e l'orgoglio di quei contadini della Lucania. Velletri offrì accoglienza e sostegno allo scrittore torinese, dai modi spiccioli e dall'amichevole lessico. Erano altri tempi: a votare andò il 96,18% degli aventi diritto nel centro castellano. Una bella storia, non prolungata ma importante. Nei piccoli gesti che Levi ha compiuto a Velletri emerge la sua «dedizione alle cose, al mondo oggettivo, alla persone» di cui parla Calvino.
I risultati elettorali (fonte: Senato.it)
Ed ecco spiegata l'unicità della sua scrittura, che riflette semplicemente un modo di essere improntato sul reciproco amore con il mondo. Carlo Levi a Velletri non tornò più, restano immagini fioche e documenti chissà dove conservati del suo passaggio. Ma nel momento in cui lo scrittore del
Cristo è passato sotto l'ombra lunga e sfumata della Torre del Trivio, è stata scattata un'immagine, virtuale, non concreta, ma ben presente nell'anima di chi ama il Sud, la letteratura, la cultura e con esse la semplicità dello scrittore-gentiluomo.

Per il presente articolo la Redazione porge un sincero e accorato ringraziamento al professor Danilo Rossi, giovane segretario del PSIUP nel 1968, che ha fornito tutti gli aneddoti relativi alla visita di Carlo Levi a Velletri. A lui vanno i complimenti sia per la precisione meticolosa dei dettagli, che alla gentilezza per averci concesso questo meraviglioso dialogo su un grande artista del Novecento passato in città.

Le foto sono tratte dall'Archivio Storico del Giornale L'Unità