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lunedì 1 agosto 2016

Una vita attraverso le lettere: la ricerca dell' io meno misero di Cesare Pavese

"Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo": si condensa in un'espressione di estrema sintesi e sapiente esplicazione l'incessante ricerca di Cesare Pavese (1908-1950), il poeta e scrittore dell'interiorità e della disperazione, salassato dalla sfortuna e costretto a rispondere alla vita, colpo su colpo, sin dall'infanzia.

Non ancora adolescente, infatti, Pavese deve comprendere precocemente che S. Stefano Belbo non è solamente il rifugio per l'ispirazione tra le Langhe coltivate e lussureggianti, ma è anche luogo del dolore che si conosce subito e non fa sconti nemmeno ai bambini. Due fratelli e una sorella morti giovani, il padre scomparso per un cancro, resta solo una madre severa costretta a mandare avanti la famiglia tra innumerevoli difficoltà. 
L'unica ancora di salvezza potrebbe essere il vagheggiato e agognato amore, ma la vita si accanisce pure in questo campo: "Cesare perduto nella pioggia aspetta da sei ore il suo amore ballerina" e si ammalerà di pleurite, costretto quindi a rimanere a lungo tempo assente da scuola. Le amicizie con letterati del calibro di Leone Ginzburg e Norberto Bobbio lo lanciano nel campo della cultura torinese: traduttore, scrittore, antifascista. E proprio un altro amore, quello per Tina Pizzardo, gli costerà il confino: una perquisizione di squadre nere porterà al ritrovamento di una lettera di Altiero Spinelli indirizzata alla donna amata da Pavese, conservata nella casa dello scrittore. La condanna al soggiorno forzato nella sperduta località di Brancaleone, verso quel carcere che ha come quarta parete il mare, è la definitiva rottura con un Regime sfiorato soltanto nel 1933 quando la tessera del PNF venne sottoscritta "contro coscienza".
Il carcere (1948) è un romanzo che oscilla tra la solitudine dell'io, costretto a stare lontano dai propri affetti e dalle proprie cose, e il selvaggio accogliente della marina calabra, dove il mare è una sconfinata prigione ma allo stesso tempo rievoca quel senso esotico di libertà che già veniva accarezzato nei diari del 1922 (Dodici giorni al mare, pubblicato solo nel 2008 dopo un affascinante ritrovamento delle carte autografe nell'Università di Torino). "L'angoscia vera è fatta di noia", rivela Pavese, tramite le parole di Stefano, da una parte conquistato dall'affabilità della gente e dall'altra sconsolato per il destino avverso di reclusione. E' la solitudine la cella intollerabile, molto più che il lungomare o il baretto dove si va a passare il tempo durante il confino. L'esperienza del 1935 segna l'autore piemontese, lo spinge ancor più verso la riscoperta del regionalismo, volano verso un'unità nazionale che deve tenere conto delle realtà locali. Il dialetto e l'essenza del Piemonte irrompono in Paesi tuoi (1941) dove l'amore non è non corrisposto ma violento e l'amicizia, nata anche questa in una prigione, di Berto e Talino sfocia in tragedia per la gelosia irrefrenabile di quest'ultimo, alle prese con un rapporto incestuoso con sua sorella Gisella. Pavese riscopre i miti primitivi, i tabù come l'incesto, e va cominciando ad ordinare le grandi tematiche che occuperanno poi i difficili ma unici nel proprio genere Dialoghi con Leucò (1947) nei quali l'esistenzialismo si mischia al mito, e fa i conti con il sesso, l'infanzia, il fato, la sconfitta e tutte le costanti negative della vita dell'autore. "Tu sarai amato, il giorno in cui potrai mostrare la tua debolezza, senza che l'altro se ne serva per affermare la sua forza": una dichiarazione d'intenti, visto che Pavese la propria debolezza l'ha implicitamente mostrata al mondo intero, non nascondendo la propria fragilità e la propria delusione, in attesa di una liberazione da una prigione sterminata che è la vita, divisa tra lo sconforto e la rabbia.
Ridurre però la produzione pavesiana allo spleen e al pessimismo è davvero un reato, perchè - al di là della lirica che arriva al suo massimo splendore con Lavorare stanca e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi - nei romanzi sta la descrizione di un'Italia che cambia a cavallo tra il Fascismo e la Repubblica. L'occhio al locale è sempre presente, specialmente nel viaggio di ritorno alle origini di Anguilla ne La luna e i falò (1950), ultimo scritto in ordine di tempo, dove il protagonista riscopre gli amici e i rapporti che furono, e soprattutto constata la triste fine di Santa, bella e smaliziata ragazza giustiziata dopo aver cominciato a fare la spia con i repubblichini. La visione regionale si salda con quella internazionale, alimentata dall'attività di traduttore e dagli studi sulla letteratura americana, oltre al lavoro presso Einaudi a Roma dal 1946. L'anno precedente Pavese si era iscritto al Partito Comunista, e aveva chiuso una relazione con Fernanda Pivano, sua studentessa al Liceo D'Azeglio dove era supplente di italiano. L'ultimo amore, attestato anche nella dedica "For C. " de La luna e i falò, è per Constance Dowling. Inizialmente l'illusione di aver finalmente trovato una compagna di vita, poi l'ennesimo equivoco che rende amaro persino il Premio Strega vinto con La bella estate (1950) nel quale lo scrittore confessa l'aspirazione più grande: "svegliarsi e non farsi illusioni. Ci si sente liberi e responsabili. Una forza tremenda è in noi, la libertà. Si può toccare l'innocenza. Si è disposti a soffrire". Le riflessioni e le parole di Pavese lasciano a tutti il messaggio forte per cui vivere è un autentico mestiere, e come tutti i mestieri occorre farlo bene e con passione. Ma non ci sono sindacati che possono intercedere per i fallimenti, non si può cambiare lavoro (o cambiare vita) perchè appunto il carcere sterminato in cui l'uomo viene collocato è inespugnabile, per cui risulta più opportuno accettarlo che disprezzarlo. Del resto il mare  - una metafora della limitatezza umana - può essere amico, se solo si ha la forza di non sentirsi ingabbiati nell'acqua, o in se stessi. Pavese, invece, si sentiva imprigionato in due personalità, che potrebbero corrispondere a quella di Masino e a quella di Masin - come racconta in Ciau Masino (1932), ovvero rispettivamente la scorza di intellettuale impegnato e quella di operaio disadattato. Un operaio della vita, costretto ogni mattina ad andare a vivere, cioè lavorare. Così, dopo aver cercato per anni la fuga, impossibile fisicamente, plausibile mentalmente, viene fuori l'unica possibile modalità per non andare più ad impelagarsi in un mestiere nemico che provoca troppi rimorsi, "veri acciacchi dell'età".
Per vivere bisogna aver forza e capire, scegliere: tre azioni che Pavese compie contemporaneamente il 27 agosto 1950, nell'atto estremo di ribellione all'Albergo Roma di Piazza Carlo Felice, a Torino. La sua scelta, avvenuta dopo la consapevolezza della comprensione impossibile, è stata dettata da una grande forza d'animo già anticipata nella Vita attraverso le lettere dove si dichiarava fallita la ricerca di un io meno misero. I funerali civili e la fine di una parabola feconda di opere e di contenuti, meno soddisfacente dal punto di vista intimo, non consentono di fare commenti su come Pavese abbia affrontato il suo mestiere negli anni in cui lo ha onorato. Fatto sta che il suo sguardo resta ancora attuale, le sue parole rifulgenti di verità e brividi, come razionale e laica è la via del dolore, incapace di redimere. Tutto si trasforma allora in perpetua attesa, si aspetta la morte, che però avrà in sè una smisurata e terribile dolcezza: "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi - questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. (...) O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla".

Rocco Della Corte