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lunedì 25 luglio 2016

La dignità calabrese di Corrado Alvaro dall'Aspromonte all'Europa

Sulle pendici dell'Aspromonte è adagiato un paese, la cui trasformazione urbanistica risulta evidente dalla scissione in due quartieri, quello vecchio disabitato e quello nuovo dove si è spostata la popolazione. San Luca, tristemente famoso per essere definito dalla stampa il cuore della 'Ndrangheta, è scisso a metà tra legalità e illegalità, tra novità e conservazione, ma pulsa ancora di vita e di aura religiosa, come al santuario di Polsi incastonato tra le montagne con le sue suggestioni ascetiche.

Nel cuore dell'Aspromonte, uno spazio geografico salito alla ribalta della cultura letteraria proprio grazie al suo autore più rappresentativo, è nato Corrado Alvaro (1895-1956), lo scrittore del treno che ha passato a bordo di un vagone interi giorni della sua vita a causa dei suoi tantissimi viaggi.
L'infanzia è permeata di letteratura, grazie anche al padre maestro, e in un contesto dove l'analfabetismo spadroneggia Corrado Alvaro insegue il sogno di diventar poeta del riscatto di quelle genti dimenticate, costrette a camminare chilometri in salita con otri d'acqua in testa e così invase da una criminalità radicata ed intoccabile. Il monito che viene dal figlio di San Luca riguarda l'onestà, unico vero faro di una famiglia perbene come la sua, con un padre impegnato nella diffusione delle lettere e la madre figura centrale per la formazione dello scrittore:
"La disperazione più grave che possa impadronirsi d'una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile", affermazione dal valore ancora più forte considerando l'ambiente malavitoso che aleggia intorno al borgo calabrese. Come il suo contemporaneo Vincenzo Cardarelli sono tanti i viaggi - non solo in treno - nelle varie città d'Europa da Parigi a Berlino. L'istruzione in collegio a Frascati e la partenza verso il fronte attenuano e formano la mentalità di un autore fortemente religioso, ma altrettanto attento alle problematiche sociali tanto da fondare nel 1945 anche il Sindacato degli scrittori insieme a Libero Bigiarelli e Francesco Jovine: non un episodio a caso, perchè la letteratura è il veicolo di denuncia più irruento che ci sia, e chi la pratica deve essere tutelato come tutte le altre categorie di lavoratori. Il risultato letterario dell'esperienza di guerra è Vent'anni, la storia di Luca Fabio e Attilio Bandi, due soldati che stringono amicizia e vengono divisi dalla morte. Anche dal modo di trattare la guerra, fortemente voluta dagli interventisti neri, si evince una propensione a sinistra, che per l'Alvaro anti-fascista è sbocco naturale dopo aver vissuto - oltre che la guerra stessa -  il Regime e la paura per le ritualità di romana memoria propinate dal duce Mussolini. L'attività letteraria è molto fervente: il romanzo più famoso è Gente d'Aspromonte (1930), parabola esistenziale di un pastore costretto dalla forza di eventi travolgenti a diventare un brigante per vendicare un'ingiustizia subita. Oltre alle descrizioni antropologiche che tracciano un quadro realistico della realtà di San Luca e dei paesi 'gemelli' confinanti, Alvaro dà prova della sua vena fiabesca - poi sottolineata anche dall'amica e poetessa Cristina Campo - inserendo in un'opera dal forte impatto sociologico degli elementi favolistici che smussano il clima conferendo alla prosa un'aria magica. La contrapposizione dello scrittore, con il sogno della libertà, ai totalitarismi, emerge invece in L'uomo è forte: l'esperienza di Alvaro in Russia è per certi tratti inconcepibile, e ne viene fuori uno scritto che condensa le esperienze russe con quelle vissute nell'Italia fascista. L'assunto finale è che ogni forma di regime non può fino in fondo curare gli interessi di un popolo costretto ad essere asservito ed impossibilitato a coltivare i suoi irrefrenabili e naturali impulsi di libertà.
Viene fuori la coscienza dell'autore seriamente preoccupato per le sorti di un'umanità, così vicina nelle sue caratteristiche sia nella fredda  Russia che nella calda Calabria: i suoi concittadini calabresi sono quelli che "mettono il loro patriottismo nelle cose più semplici, come la bontà dei loro frutti e dei loro vini. Amore disperato del loro paese, di cui riconoscono la vita cruda, che hanno fuggito, ma che in loro è rimasta allo stato di ricordo e di leggenda dell'infanzia" (Quasi una vita, 1950, vittoria del Premio Strega). L'italiano è descritto come colui che attende sempre un momento migliore, si disillude ma non dispera, mostrando un innato ottimismo nella ricerca della fortuna. Il ritratto quasi stoico è quello di una Calabria che resiste, nonostante le infiltrazioni ndranghetistiche e i problemi di arretratezza che negli stessi anni anche Rocco Scotellaro denuncia per la vicina Basilicata. Quello del Sud Italia è un mondo sommerso, nascosto, costretto a dover soffrire persino per l'arrivo di infrastrutture altrove ordinarie come la ferrovia. Proprio il treno per Corrado Alvaro è un veicolo di progresso e di poesia, dal cui finestrino si possono vedere i mari della Calabria e le campagne della penisola trovando l'ispirazione, il moto favolistico degli inserti fiabeschi, ma anche coltivando le più ripiegate tematiche come la partenza, la nostalgia, il distacco e la solitudine. Nelle Memorie del mondo sommerso, ciclo di romanzi di cui due pubblicati postumi e comprendente L'età breve, Mastrangelina e Tutto è accaduto, Alvaro ripercorre la propria vita: l'addio al piccolo paese del meridione, la frenesia di una vita cittadina che non sarà mai autentica come quella dei borghi montuosi di Calabria, gli ambienti culturali e letterari e il Fascismo, temibile per la sua oppressività (nel 1943 l'occupazione tedesca aveva costretto Alvaro a rifugiarsi sotto il falso nome di Guido Giorgi in Abruzzo). La sorte talvolta ironizza con la vita ed è quello che è successo allo scrittore calabrese, senz'altro la penna più importante delle genti d'Aspromonte e della questione meridionale, partito da un'abitazione
collocata tra viuzze strette e salite scoscese e finito per abitare a Piazza di Spagna, nel cuore della capitale, tra i turisti e le genti d'ogni dove, nel pieno del caos della vita opposto al silenzio calabrese attenuato solo dai canti d'uccelli. Lui che ha lodato in tutta la sua opera la quiete paesana, coltivando il rimorso e la malinconia, è finito per morire al centro di una metropoli, lontano dalle sue genti e dai suoi campi allo stesso tempo tanto amati e odiati. La diagnosi di tumore addominale, infatti, non lascia scampo al padre delle Poesie grigio-verdi, che l'11 giugno 1956 trapassa a miglior vita in un clima di serenità, come raccontato da chi gli è stato vicino fino all'ultimo a cominciare dalla moglie Laura Babini. Una morte con dignità, da vero calabrese anche se aperto alla cultura europea e dotto, in coerenza con quanto afferma in Un treno del Sud, quando rivela, dopo aver patito le sofferenze della malattia e il nodo in gola di non poter terminare i suoi ultimi romanzi, che "la dignità è al sommo di tutti i pensieri, ed è il lato positivo dei calabresi, come è la difficoltà contro cui si può urtare inconsapevolmente, poiché è qualche volta tutto quanto ha l'uomo".

Rocco Della Corte