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lunedì 18 luglio 2016

I ricordi lugubri e muti di Vincenzo Cardarelli nei fuggevoli istanti della Maremma laziale

E' esistito un Leopardi di Corneto Tarquinia, meno famoso del collega di Recanati, con tre cappotti addosso anche d'estate, ma altrettanto impegnato nella struggente riflessione sulla solitudine. Sui binari della stazione ferroviaria nella quale il padre lavorava in un buffet sbuffa insieme alle locomotive anche il DNA di Vincenzo Cardarelli (1887-1959), per cui la vita è stato un unico grande viaggio fatto di fermate e accelerazioni.

"Io nacqui forestiero in Maremma, di padre marchigiano, e crebbi come un esiliato, assaporando con commozione precoci tristezze e indefinibili nostalgie. Non mi ricordo la mia famiglia, né la casa dove son nato, esposta a mare, nel punto più alto del paese, buttata giù in una notte come dall'urto di un ciclone, quando io avevo due anni appena"; c'è tutto il pathos della poesia di Vincenzo Cardarelli, l'appassionato di cultura etrusca, nelle sue stesse parole che raccontano lo stato dell'anima da infante nostalgico al cospetto dei paesaggi assolati del settentrione laziale.
Abbandonato dalla madre e formatosi da autodidatta, il giovane poeta si avvia ad un'esistenza avventurosa spostandosi a Roma dove lavora come collaboratore di redazione in varie riviste. L'esperienza editoriale più significativa è quella intrapresa nel 1919 insieme ai "sette nemici", che componevano la Redazione de La ronda, portatori dell'ideale di libertà dell'arte, impossibile da incapsulare nella politica. Il ritorno al classicismo, propugnato con forza insieme al modello leopardiano delle Operette morali, dà vita al fenomeno letterario del rondismo, ispirato ad un lessico militaresco per richiamare all'ordine il mondo letterario contro gli eccessi intollerabili dell'avanguardia.
Cardarelli il pubblicista si occupa di letteratura e teatro, ma la rivista dopo appena quattro anni cessa di esistere e cominciano così le peregrinazioni del giornalista povero: le difficoltà economiche rappresentano per il poeta una costante in tutta la sua vita, tanto che non mancano nei carteggi richieste disperate ad amici e datori di lavoro anche di cifre basse, che però avrebbero consentito a Cardarelli di vivere dignitosamente. "Il saggio non è che un fanciullo che si duole di essere cresciuto": l'età adulta, infatti, per il cantore di Corneto è piena di dispiaceri e disperazioni, e ne consegue una ricerca di quella serenità che lo accomuna a Leopardi, una serenità mai avuta nemmeno nell'infanzia così difficoltosa. Prima la Russia post-rivoluzione d'ottobre, poi Venezia, Roma, Napoli, Firenze: tutti i centri culturali italiani più ferventi del primo Novecento sono attraversati dal poeta, che desume da ogni luogo il meglio per metterlo nella sua poesia di viaggio, sparpagliata nelle innumerevoli raccolte pubblicate dal 1916 al 1949. La sindrome di ipotermia gli crea ulteriori ostacoli, costringendolo ad andare in giro con il cappotto anche in agosto, e in generale l'instabilità economica e la fragilità mentale lo portano a stare sempre peggio e ad incarnare il montaliano male di vivere nonostante l'aggressività che erompe nei suoi versi in risposta alle tematiche di sofferenza come la perdita d'identità e lo smarrimento delle radici. Di radici vere e proprie, in effetti, Cardarelli non ne ha avute: non solo per il suo essere girovago, ma anche per l'assenza di punti fermi come una moglie, una famiglia, dei figli.
Il rifiuto dagli anni Venti in poi dell'esperienza avanguardistica lo avvicina al frammentismo e all'espressionismo, tuttavia il "ritorno all'ordine" è solo la spia di un malessere che corroderà lentamente nel fisico e nell'anima lo sfortunato poeta, le cui giornate sono allietate dai dibattiti nei caffè e dalla vicinanza di qualche amico come Riccardo Bacchelli. Scrivere significa lasciare una traccia, un grido di dolore, una testimonianza della crisi intellettuale che costringe ogni uomo a fare i conti con il proprio ego interiore: "Poesia - si legge nel 1920 in Viaggi nel tempo - potrebbe anche definirsi la fiducia di parlare a sé stessi". Tale fiducia non è mai mancata al poeta laziale, alla ricerca di riferimenti morali in un percorso tutt'altro che solido. La componente mnemonica e pseudo-pessimistica si scruta anche nei titoli: Il sole a picco, romanzo autobiografico che ripercorre le esperienze felici e infelici del poeta, compreso l'amore per l'evanescente Astrid con la quale Nazzareno-Vincenzo ha avuto una relazione, potrebbe dire tutto e niente: il simbolo della luce, del risveglio, del giorno crolla come fosse destinato a sparire, anche se resta inteso che il tramonto è uno dei momenti di maggiore evocazione poetica e riflessione interiore. In una lettera a Emilio Cecchi Cardarelli sconfessa le ipotesi per cui vi siano significati precisi dietro al titolo: il senso "non l'ho trovato nemmeno io", rivela, anche se il dubbio è cosa lecita. Nel 1948 arriva il Premio Strega con Villa Tarantola, nucleo generativo de Il cielo sulle città, raccolta di prose dedicate ai luoghi del poeta insieme a notizie e curiosità. Interessante il rapporto con il cinema, che "il più grande poeta italiano morente" - come lo definisce Dino Risi - apprezzava soprattutto se capace di dar voce al senso razionalistico insito nella mente dello stesso Cardarelli.
La povertà viene sempre vissuta in maniera dignitosa, anche perchè il carattere forgiato nei complicati primi anni non poteva che essere scontroso ma orgoglioso, pronto a tutto ma allo stesso tempo saggio, mai proteso allo svilimento e all'elemosina. La consolazione, al di là dei vagabondaggi e di qualche altro amore passeggero come quello vissuto con Sibilla Aleramo, sembra essere sempre individuabile nella natura e nel paesaggio tanto caro al poeta, con i suoi profumi inebrianti e i suoi giochi di luce ed ombra che stimolano la fantasia e la sensibilità: "Niente più mi somiglia, nulla più mi consola, di quest'aria che odora di mosto e di vino, di questo vecchio sole ottobrino che splende sulla vigne saccheggiate. Il sole inatteso d'autunno, che splende con tenera perdizione e vagabonda felicità, è in un certo senso l'immagine che descrive bene anche la presenza di Cardarelli in questo mondo nemico: nonostante la rassegnazione ad un destino pari al vivere balenando in burrasca, il novello Leopardi delle Favole e memorie (1925) ha saputo raccontare, nel cosmico oceano delle sue delusioni, un amore per la nostalgia e per il ricordo che in fondo appartiene a tutti gli esseri umani. E' riuscito però a metterlo per iscritto, sostituendosi al lavoro di tanti intelletti ferventi che non sempre riescono ad esprimersi al meglio, che come e più di lui non hanno un cuore in grado di sostenere la semplice solennità che è in tutte le ore della vita. E proprio quest'ultima viene interpretata come un'entità morale, un dono provvisorio incastonato tra passato prossimo e passato remoto, fatto di pomeriggi al Caffè Aragno in compagnia di Ungaretti e Cecchi, ma anche di erranza incondizionata e sconclusionata. La morte il 18 giugno 1959 al Policlinico di Roma in completa solitudine e povertà non fa che suffragare l'affermazione dello stesso sfortunato Cardarelli, indebitamente accantonato nei quadri letterari moderni, nonostante una fama di 'grande' che si è conquistato con la fatica e l'ispirazione autentica: "La vita - sussurra il poeta di Maremma - io l'ho castigata vivendola".  

Rocco Della Corte