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lunedì 4 luglio 2016

Donne alla conquista della propria identità: la sponda dietro la nebbia di Alba De Cespedes

La tendenza più intima di ogni individuo, raccolto in se stesso e chino sullo specchio della riflessione, è quella di scrivere fortemente e liberamente dando una forma e un senso ai propri sogni, ai propri pensieri, alle proprie paure. Anche nella routine più apparentemente insignificante, infatti, ci si può rifugiare nei meandri della carta, così accogliente e discreta di fronte al marasma di rumori della vita comune.

L'idea di un quaderno proibito - come l'omonimo romanzo del 1952 - per raccontare insieme le proprie emozioni e le proprie inquiete pulsioni, letteraturizzandole e analizzandole in modo tale da coglierne l'essenza più interna, nascosta sotto lo strato superficiale, è la base della scrittura di Alba De Cespedes (1911-1997), poetessa e scrittrice dalla narrativa fluente e avvincente, troppo spesso dimenticata e a torto non annoverata nelle grandi penne del denso Novecento italiano.
Guai, però, viste le premesse, ad immaginare un'intellettuale ferma e chiusa nella propria torre d'avorio: la partigiana di origini cubane per parte di padre, infatti, mostra una tenacia scrittoria non indifferente anteponendo l'impegno civile ad ogni motivazione fallace o personalistica nella sua letteratura. Ne scaturiscono una serie di scritti dall'alto profilo etico e morale, in una narrativa battagliera proprio come Clorinda quando teneva le sue trasmissioni radiofoniche durante la Resistenza da Bari, nel 1943. Nell'agosto 1939 le era stato addirittura ritirato il Premio Viareggio visto il suo mancato aderire al PNF: era stato vinto ex aequo con Cardarelli grazie a "Nessuno torna indietro".
L'opera fondamentale perseguita da Alba De Cespedes durante tutta la sua parabola, umana e scrittoria, è quella di assistere e spronare le donne alla conquista della propria vera identità. Contro la rassegnazione vagheggiata dal Regime e da una mentalità retrograda, infatti, si scaglia con forza una vitalità intrinseca all'essere donna, e quindi volta a ricercare quell'uguaglianza sociale prima impossibile e poi decantata ma non effettuata. Dopo l'esordio con la raccolta di racconti L'anima degli altri (1935) e i primi componimenti poetici, questo assunto centrale nella speculazione della scrittrice italo-cubana viene razionalizzato e ratificato nel primo grande romanzo: Nessuno torna indietro (1938). La determinazione e la grinta agonistica delle otto ragazze di un collegio femminile non lontano da Villa Borghese erompe nella vita cittadina della capitale, resa ancor più animata dagli interessi coltivati dalle giovani e dalle loro dissertazioni, tutte protese verso una legittima ricerca di autonomia e verso uno spietato decisionismo diametralmente opposto allo stereotipo fascista della casalinga che deve governare figli e stoviglie. L'anti-convenzionale, il coraggioso, l'insolito e le sopite speranze si collimano con una densità impressionante di riflessioni e spunti, tali da rendere al meglio quell'inquietudine per la libertà che sarà oggetto anche del carteggio tra la De Cespedes e Natalia Ginzburg. Il ruolo femminile nel Novecento è in preda a continue e convulse evoluzioni, ma non sempre queste sfociano in un effettivo progresso: il lato oscuro delle donne, infatti, va analizzato nelle sue pieghe più profonde, ed è proprio il "pozzo dell'introspezione" al centro delle lettere che due grandi intellettuali - la De Cespedes e la Ginzburg, appunto - si spediscono elucubrando su quelle che sono tematiche psicologiche, freudiane e soprattutto intime.
Proprio in virtù dell'altezza delle tematiche trattate, della complessità dell'analisi introspettiva proposta e della personalità forte, problematica e realistica dei protagonisti dei vari romanzi, è un'eresia piena definire la De Cespedes una scrittrice rosa nell'accezione moderna del termine. Sarebbe uno svilimento e un clamoroso fraintendimento, infatti, equiparare - nonostante la polisemia del termine - una delle autrici più all'avanguardia del secolo ai fenomeni editoriali di massa connotati dispregiativamente dall'èlite culturale italiana. L'esperienza studiata e voluta di Mercurio (1944) con le innumerevoli illustri firme (Moravia, Aleramo, Hemingway e così via) non cancella una certosina volontà di denunciare in ogni luogo possibile la subalternità della donna nella società italiana cominciando a combatterla con l'atipicità vivente rappresentata proprio da se stessa in qualità di direttrice della rivista e poliedrica giornalista nel pieno della sua fama. La fondazione dell'associazione nazionale di amicizia Italia-Cuba con l'altro "paesano" Italo Calvino è altra spia dell'impegno sociale e politico, in risposta parziale anche alla caduta delle illusioni della Resistenza, che l'epoca democristiana piano piano attenuava americanizzandosi. Così l'esempio di Cuba, baluardo anti-capitalista nel sangue dei due scrittori, diventa un motivo di speranza mitologica per chi ha combattuto tra le montagne e ottenuto di avere quella repubblica che si sarebbe poi sfaldata in credibilità, dilaniata dagli scandali. L'attività politica e sociale va sempre di pari passo con quella letteraria, che continua ad essere florida ed impegnativa: nel 1949 viene pubblicato Dalla parte di lei, il diario - o sarebbe meglio dire la confessione - di una ragazza pura e sincera travolta dagli eventi della guerra, dall'anonimato delle persone che ha intorno, dai traumi personali che sviluppano istinti omicidi (l'esempio del gallo strozzato per un criminologo sarebbe un chiaro segno di caso in cui i freni inibitori non riescono ad agire). La morte della madre, suicida, lascia Alessandra completamente priva di una guida da emulare al femminile, il suo rapporto controverso e distaccato con il padre la rende sempre più convinta di essere sola al mondo, e l'illusione del matrimonio con un uomo colto e politicizzato si rivela essere l'ennesima catabasi quando la sera, a letto, si erge tra i due un "muro di spalle" che è metafora dell'esclusione totale dell'uomo nei confronti di una moglie inconsciamente ritenuta non all'altezza della situazione, delle problematiche sociali, delle teorie politiche e in altre parole della vita stessa.
Così, davanti al giudice, Alessandra non può che rievocare le memorie che l'hanno portata a compiere un gesto estremo, folle e criminale (l'omicidio di suo marito) esponendo il suo punto di vista, che reso in maniera dettagliata, passionale e genuina dà al lettore l'impressione di essere così forte da poter giustificare lo stesso colpo di pistola che chiude il romanzo. Alessandra rende pubblico il suo quaderno di vissuto "proibito", al contrario di Valeria che invece si sente colpevole di ricercare una sua intimità nella scrittura diventando come una bambina dispettosa che ha il suo segreto da non svelare. Alba De Cespedes semplicemente racconta la vita, ma lo fa con una dovizia di particolari tale da riuscire a far immedesimare il lettore nel personaggio senza sforzo alcuno, con uno stile fluido, immediato ma allo stesso tempo colto. Non c'è alcuna velleità di giudicare, tanto che ne La bambolona (1987) l'autrice confessa il segreto del suo ottimismo allargato dal suo carattere alle sue scritture: "consiste nel rinunziare a comprendere gli altri. Molti, a forza di analizzare il comportamento di coloro che li circondano, li riducono allo scheletro". L'unica che probabilmente prova a capirsi, in maniera seria e sistematica, è Irene - che in Prima e dopo (1955) si mette davanti allo specchio e passa in rassegna il cambiamento che ha vissuto, partendo dalle sua vicenda biografica di giornalista di successo e donna emancipata per arrivare all'inaspettata conclusione, in cui si rende conto di vivere uno sgomento interiore per essere in un mondo stretto e angusto, eppure compreso più pienamente rispetto agli abbagli del "prima".
La dialettica tra prima e dopo, tra speranza e realtà, tra verità e illusione allaccia come un filo conduttore tutte le opere di Alba De Cespedes, intrise di quella femminilità consapevole che attraversa il ponte, una metafora che mostra un lato e l'altro della medaglia, tra la vita passata e la vita futura: "Ecco: è come se noi fossimo al passaggio di un ponte. Siamo già partite da una sponda e non siamo ancora giunte all’altra. Quello che abbiamo lasciato è dietro le nostre spalle, neppure ci voltiamo per guardarlo, quello che ci attende è una sponda dietro la nebbia. Neppure noi sappiamo cosa scopriremo quando la nebbia si scioglierà". La vista appannata, però, non impedisce di inseguire una lucida ricerca di un'identità nuova, nonostante le nebulose eventualità che si potrebbero prospettare. Non c'è paura tra un prima e un dopo, c'è invece la forza narrativa di un'autrice che con il suo messaggio riesce a riscattare socialmente e letterariamente le donne in quanto esseri umani preziosi e pensanti, in maniera non banale e non convenzionale, ma seria e consapevole. 

Rocco Della Corte