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domenica 26 giugno 2016

Vangelo della XIII Domenica T.O. - C: "Un tale disse..." a cura di don Gaetano Zaralli

TESTO
Mentre andavano per la strada,
un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque
tu vada». Gesù gli rispose: «Le volpi
hanno le loro tane e gli uccelli del
cielo i loro nidi, ma il Figlio dell`uomo
non ha dove posare il capo». A un
altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore,
concedimi di andare a seppellire prima mio padre».
Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti;
tu và e annunzia il regno di Dio». Un altro disse:
«Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi
da quelli di casa». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che
ha messo mano all`aratro e poi si volge indietro, è adatto
per il regno di Dio». (Lc 9,57-62)


COMMENTO

Ti seguirò dovunque tu vada».
ire che Gesù è una persona onesta, è come limitare il campo
delle sue prerogative. Appare davvero strana una faccenda
del genere: quando si è “troppo”, non si ha la consolazione
di essere considerati importanti nei particolari di quel “troppo”.
Nei confronti di chi è “troppo” tutto sembra scontato, tutto
si pensa sia facile per lui, mai si riconosce che l’essere bravo
suppone comunque fatica, ma tanta fatica. Gesù è onesto
perché, a chi gli dimostra completo “asservimento”, presenta
una realtà scoraggiante, come se dicesse: “Amico mio,
chi te lo fa fare?”. Questa chiarezza di contrattazione
rende liberi i contraenti: l’offerente è libero di esigere
coerenza, il discepolo è libero di accettare con
consapevolezza il programma che insieme si vuole attuare.
Nelle scelte che coinvolgono gli uomini di oggi, non sempre
è chiara la definizione degli impegni; spesso si brucia un
sogno solo perché non si è fatta un’analisi severa delle risorse
necessarie per poterlo realizzare.
“Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e
annunzia il regno di Dio”.
E le clausole dell’accordo sono severe. Cosa c’è di più sacro dei
morti? Eppure, dinanzi all’impegno di annunziare il regno di
Dio, i morti possono contare solo sui morti. Quando si parla
della radicalità del vangelo, si fa riferimento frequentemente
al paradosso con l’accortezza di distinguere ciò che è
severa esagerazione da ciò che è banale normalità, e così nelle
scelte spesso si decide per quest’ultima, perché l’altra
appare pragmaticamente assurda. L’essere cristiani il più delle
volte si riduce al semplice dichiararsi “seguaci” di qualcosa
o di qualcuno, senza avere l’entusiasmo e la capacità necessaria
di annunciare ad altri quel qualcosa o quel qualcuno da cui si è
rimasti affascinati. Se l’equilibrio che tutti cerchiamo
nell’essere persone normali non produce nulla di eccezionale,
stando così le cose, certo, si è cristiani tradizionalmente
soddisfatti, ma palesemente insipidi.
“Nessuno che ha messo mano all`aratro e poi si volge
indietro, è adatto per il regno di Dio”.
L’offesa più grave che si può fare ad un amico è quella di
dirgli di non essere per nulla “affidabile”. L’affidabilità risponde
a due condizioni essenziali: la stima da parte di chi
commissiona l’impresa, e la costanza di chi ha promesso di
metterla in atto. Raramente si pensa che il Regno di Dio
promesso debba avere come anticamera lo stesso mondo in cui
oggi si vive. Se alla vita si dà un taglio al ribasso, nella stanza
d’attesa c’è povertà di fede, c’è assenza di speranze e il Regno
di Dio scompare dall’orizzonte, perché gli occhi guardano
altrove. L’atleta, prima del tuffo, saggia la resistenza e l’elasticità
della tavola che sporge dalla torretta di lancio, e poi spicca il salto
per volteggiare superbo nell’aria. Prudenza vuole che si dia,
prima del salto, un’occhiata alla vasca: l’acqua abbondante e
profonda è la Grazia di Dio… troppo importante che ci sia,
se non si vuole morire spiaccicati nel fondo.