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lunedì 27 giugno 2016

Lo scrittore notturno delle "cose che stanno ai margini": l'evocazione e l'immaginazione di Carlo Cassola

"Amo la periferia più della città. Amo tutte le cose che stanno ai margini": è tutto in quest'affermazione così forte e fascinosa il marchio di fabbrica della scrittura di Carlo Cassola (1917-1987), segnata dall'essenzialità dell'ermetismo di una poesia assoluta germogliata in un'infanzia difficile protesa verso una sorta di eremitaggio intellettuale.

Evocazione ed immaginazione sono le costanti dell'adolescenza del giovane Cassola, un ragazzo diverso e sensibile, ma soprattutto innamorato inconsapevole di una letteratura che scoprirà quasi per caso dopo aver dato tanto spazio alle fantasticherie bizzarre e variegate di fanciullo del Salario. La dissidenza e l'acoralità del futuro autore di successo sfociano nell'adesione al Novismo, in contrasto con i pregiudizi futuristi e alle prese con programmi e idee nella cantina di via Clitunna di proprietà dello stesso Cassola.
Lo scoglio con cui però ha a che fare la coscienza dello scrittore romano è la guerra: essere contrari non è una semplice presa di posizione, culminata con l'avvicinamento ai nuclei anti-fascisti, ma è proprio uno stato dell'anima oppressivo e deprimente. L'amicizia con il cugino Pietro Santi e le letture estive con il sottofondo del canto delle cicale producono una nuova fantasticheria, stavolta però destinata a materializzarsi: il giovane Carlo vuole diventare uno scrittore. Il cuore semplice e l'esistenza comune sono allora catapultati nei primi racconti, prima del 1940, poi riuniti in "Alla periferia" e "La visita". La laurea in Legge e il matrimonio saranno gli ultimi residui della vita pacifica a Volterra, luogo in cui insegnava: inizia il conflitto e con esso l'avventura della Resistenza. L'esperienza segnerà profondamente sia la tempra dello scrittore che la sua futura produzione, destinata a puntare sempre di più su quegli emarginati tanto amati e così antropologicamente attraenti rispetto alla normalità che riserva sempre sorprese e crisi, come la morte della moglie Rosa Falchi.
L'affastellarsi di pensieri e ombre sulla rottura del nido coniugale è l'oggetto de "Il taglio del bosco", racconto lungo datato 1950, nel quale Guglielmo non supera il dolore immanifesto per la morte della compagna e continua automaticamente il suo lavoro da boscaiolo con l'incombente e dolorosa presenza di un lutto non sfogato. "L'esistenza dei compagni, quest'esistenza fatta di nulla, di gesti quotidiani, di discorsi quotidiani, è per Guglielmo lo specchio della sua condizione precedente, lo specchio della sua felicità perduta": così Cassola commenta i motivi che lo hanno portato alla narrazione negativa di un protagonista che altro non è che l'ennesimo emarginato, stavolta reso tale dagli eventi della vita, eppure incapace di rassegnarsi mentalmente all'incedere dei funesti giochi dell'esistenza. Neanche il cielo, con la sua poesia, riesce a dare un conforto allo sfortunato boscaiolo, il quale anzichè ravvisare stelle lucenti e luci allegoriche scorge solo un buio angosciante che non consegna affatto quella voglia di vivere che lo sfondo del mondo sa dare in certi contesti. Le vicende partigiane e anti-fasciste sono invece il leitmotiv di "Fausto e Anna" (1952), dove i due giovani protagonisti innamorati rappresentano l'emblema di un sentimento salvifico, pure minato da fattori esterni che metteranno fine ad un sodalizio amoroso apparentemente destinato a durare; la caduta delle illusioni e delle certezze avvenuta rovinosamente dopo la fine della guerra investirà anche i cuori dei due giovani, arresi ad un altro epilogo e loro malgrado costretti ad atteggiamenti ufficiali e di comodo per non turbare la vita famigliare di Anna e la serenità di Fausto, in un contesto di globale rinuncia che predilige una tranquillità beffarda ad un rischio stravolgente. Anche quest'opera oltre al filo conduttore dell'emarginazione presenta il buio: la notte come tempo del tormento interiore, di medievale memoria, si ripresenta sino all'ultima riga dove la protagonista se ne sta a godersi la sera, sotto lo stesso cielo del Guglielmo de "Il taglio del bosco", e ricevendo gli stessi segnali anonimi e non edificanti del vedovo sofferente.
Ma il capolavoro tardo neorealista di Cassola è senz'altro "La ragazza di Bube", che gli varrà il Premio Strega nel 1960. E' la parabola della maturazione sentimentale, politica e personale di una ragazza al cospetto della responsabilità nei confronti di un amore impegnativo e travolgente, per alcuni tratti ambiguo ma profondo nonostante la natura vendicatrice del suo compagno. Il tutto nelle giallastre e verdeggianti colline tra Volterra e Colle Val d'Elsa, ai tempi in cui i treni erano mostri rari e i viali illuminati rappresentavano una via di fuga dalla routine quotidiana per passeggiare tenendo lontano il ricordo della guerra appena trascorsa. Mara, adolescente scanzonata dai pensieri semplici e genuini, conosce l'altro lato della medaglia amorosa in Bube, partigiano dall'indole aggressiva ma fondamentalmente giustificato dall'assenza di validi consigli e dalla mancanza di una figura che sapesse indirizzare i buoni propositi del giovane verso lidi felici. Il controverso rapporto con Stefano, terzo incomodo tra i due innamorati, apre la strada al dibattito sulle pulsioni umane e sulla fragilità della giovinezza costretta a passare velocemente e senza svaghi: Mara è fedele, accetta una sfida più grande di lei e la porta a termine mostrando nei momenti decisivi (come le visite al carcere) una forza appassionata ed invidiabile. Il suo contatto con la politica, prima saltuario e disinteressato e poi sempre più stretto per conoscere le sorti di Bube e le decisioni del Partito, con la speranza dell'amnistia, consentiranno alla ragazza del "Vendicatore" di diventare donna tramite un'esperienza dura che la forgia alle eventualità più disparate. Nel finale l'inversione di ruoli, latente per tutto il romanzo, si smaschera: il forte Bube è preso dallo sgomento e trova in Mara l'unica fonte di salvezza, l'unico pensiero capace di fargli sopportare il carcere. Viceversa la ragazza sbandata, ignorante e infantile è diventata una donna lavoratrice e di coscienza, sorretta da forti principi morali e da un amore di cui riesce a non dubitare più nemmeno nell'ultimo incontro con Stefano. Le reazioni al romanzo cassoliano sono contrastanti: apprezzato dalla critica e di forte impatto nel panorama editoriale italiano, non mancano le sferzate polemiche come quella di Pier Paolo Pasolini ("La morte del realismo", riferito a Cassola) e del Gruppo '63 che attacca contemporaneamente l'autore romano e Bassani dando loro dei "Lialà".
Nel 1968 un autore rinforzato nelle sue convinzioni nonostante gli attacchi e le accuse pubblica quello che viene definito da lui stesso il lavoro più faticoso: "Ferrovia locale", dove tornano le descrizioni paesaggistiche viste stavolta da bordo di una locomotiva condotta da Dino. Si intrecciano le storie di varie persone, dall'adolescente Anna al medico Cannizzi, con i loro vissuti densi di amori, paure, decisioni e timori. Alla fine il macchinista torna a casa dopo una straziante giornata di lavoro, nella quale ha tuttavia riempito i suoi occhi di vita quotidiana. Lo stile essenziale di Cassola, la sua poetica attenta alla politica e al subliminale, l'attenzione per la notte e per l'emarginazione fanno dello scrittore de "La ragazza di Bube" un realista sui generis: "Mi ritengo uno scrittore realista nel senso che amo la realtà e non desidero evaderne", dichiarava in un'intervista nel 1976, quasi rispondendo ai mal di pancia di alcuni intellettuali, e dalle sue stesse parole si evince la consapevolezza di un uomo che ha saputo raccontare la vita nei suoi spaccati semplici e difficili senza ricercare per forza un impianto neorealistico stereotipato, senza la paura di descrivere la monotonia dei campi rettangolari che si vedono dal finestrino di un treno. La morte per collasso cardiocircolatorio il 29 gennaio 1987 pone fine a una parabola autoriale appassionante, ricca di scritti validi, di un autore tra i più apprezzati e attenti alla straordinaria esistenza umana dell'individuo, così ineguagliabile per il suo stesso essere, per il suo stesso esserci: "Nulla è più stupefacente di un'esistenza comune, di un cuore semplice". 

Rocco Della Corte